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  • Novità 2019

    Recensioni e impressioni rapide di dischi ascoltati durante il 2019.
    I dischi più meritevoli verranno recensiti approfonditamente a parte.

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Novità dell'anno 22

    Novità 2018

    Recensioni e impressioni rapide di dischi ascoltati durante il 2018.
    Non si tratta di "veline" o di segnalazioni di uscite ma di ascolti che abbiamo fatto, tutti con un sommario giudizio preliminare. Le troverete, giorno per giorno, nei commenti di questo articolo.

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Novità dell'anno 54

    Novità 2017

    Recensioni e impressioni rapide di dischi ascoltati durante quest'anno (magari in attesa di un approfondimento o magari no, dipende).     Bach : Cantatas for soprano
    Carolyn Sampson, Andreas Wolf
    Freiburger Barockorchester, Petra Mullejans
    Harmonia Mundi 2017 Carolyn Sampson ha una delle voci più angeliche del panorama barocco odierno.
    La scelta di queste tre cantate (BWV 202, 152, 199) la mette in evidenza.
    Molto bravo anche il basso Andrea Wolf (cfr. duetto della 152).
    Un buon disco da cui cominciare l'esplorazione delle cantate di Bach. by Hannes *** Balbastre
    Pieces de clavecin - Livre I
    Christofe Rousset
    Apartemusic 2017 Disco di un autore francese attivo nella seconda metà del 18° secolo, registrazione di ottimo livello, strumento originale, che segna il ritorno del grande Rousset alla tastiera dopo le molte prove alla guida di complessi barocchi.
    E' il primo libro, quindi si annuncia una coda futura.
    Registrazione "sontuosa", disponibile in formato 96/24. Per la stessa etichetta Rousset ha registrato il Clavicembalo ben Temperato di Bach e dischi dedicati ad altri francesi (Couperin e Duphly). by Hannes *** Marianne Crebassa e Fazil Say
    Secrets - French Songs (Debussy, Ravel, Fauré, Duparc) - Fazil Say
    Erato 2017 Non è - in generale - il mio repertorio favorito ma segnalo questo disco delizioso a chi ama la canzone classica francese.
    La Crebassa le interpreta in modo egregio e Fazil Say l'accompagna da par suo.
    Bella registrazione in 96/24 by Hannes *** Johannes Brahms
    Quintetti per archi
    WDR Symphony Orchestra Cologne Chamber Players
    Pentatone 2017 I musicisti da camera dell'orchestra sinfonica della radio di Cologna (au quali consiglio di adottare un nome più sintetico e facile da ricordare) sono tutti professori d'orchestra e hanno un calendario di concerti all'interno della normale stagione concertistica. Sono qui alla loro prima incisione  e ci regalano un interpretazione intensa e esuberante di questi capolavori del repertorio cameristico brahmsiano. by Johannes *** César Franck, sonata per pianoforte e violino - Ernest Chausson, Concerto per pianoforte, violino e quartetto a corde Op.21.
    Isabelle Faust, violino, Alexander Melnikov, pianoforte, Quartetto Salagon.
    Harmonia Mundi 2017 Isabelle Faust e Alexander Melnikov interpretano quelle che sono le opere universalmente più conosciute del compositore belga César Franck e del francese Ernest Chausson (accompagnati nel Concerto dal Quartetto Salagon). Melnikov suona un pianoforte Erard del 1885 e questo conferisce un'atmosfera particolare alla loro interpretazione, caratterizzata da un approccio riservato e intimista. by Johannes *** Felix Mendelssohn
    Sogno di una notte di mezza estate
    London Symphony Orchestra, Monteverdi Choir, John Eliot Gardiner
    LSO Live  2017 Nel contesto dell'integrale delle opere sinfoniche di Mendelssohn, Gardiner ci regaIa un'interpretazione fresca e frizzante del Sogno di una notte di mezza estate di Mendelssohn.  Consigliatissimo, uno dei miei dischi preferiti del 2017. by Johannes *** Antonin Dvořák
    Quintetti Op.81 e 97
    Pavel Haas Quartet, Boris Giltburg (pianoforte), Pavel Nikl (viola)
    Supraphon  2017 Non sbaglia un disco il Pavel Haas Quartet e questa incisione di fine 2017 non fa eccezione. Accompagnati dall'ottimo pianista israeliano Boris Giltburg nel quintetto per pianoforte Op.81 e dal violista Pavel Nikl nel quintetto per archi Op.97, ci offrono una lettura appassionata, fluida, scorrevole, che scalda il cuore. by Johannes ***

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Novità dell'anno 14

    Disco dell'anno 2017

    Con la doverosa premessa che questo sito ha storia solo recentissima e che comunque, non ci passano per le mani tutte le centinaia e centinaia di emissioni discografiche di ogni anno, ci siamo sostanzialmente preparati ad un 2018 più attento fin dai primi ascolti a questo ordine di idee, selezionando i dischi che soggettivamente ci hanno convinto di più tra quelli che abbiamo potuto ascoltare l'anno scorso. Scelta soggettiva ed opinabile che in alcuni casi ha comportato esclusioni che avremmo comunque voluto "premiare". Ma come dicevo, nel 2018 terremo conto di questi discorsi sin da subito. Lo scopo non è dare il premio VariazioniGoldberg - una patacca che non avrebbe alcun valore - ma consuntivare e lasciarne traccia, l'anno sul piano dei dischi più meritori. A beneficio di chi ci legge e voglia essere comodamente orientato. Ovviamente, come sempre, ogni giudizio o critica è la benvenuta. ***   Sinfonica Teodor Currentzis e la sua formazione MusicAeterna ci hanno abituati a performance sempre molto estreme.
    Non si discosta questa rilettura della 6a di Chaikovsky che certo non scalfisce dal podio di interpretazioni ideali quelle di Mravisnky o, perchè no, di Karajan ma in un panorama sinfonico spesso di routine, questa proposta resta la più convincente, anche sul piano sonoro.
    Al secondo posto, penalizzato dal brano un pò indigesto (un mappazzo, insomma), la registrazione di Gardiner con la LSO della 2a sinfonia di Mendelssohn e più staccata,  la splendida visione della Manfred di Chaikovsky di Semyon Bychkov con la FIlarmonica Ceca, segue poi l'integrale di Brahms di Andris Nelsons con la Boston.   Corale e Sacra se l'é giocata sempre con altre due registrazioni di Sir John questo ... magnifico Magnificat in Mi bemolle, che sostituisce l'edizione di riferimento (la precedente di Gardiner per la Archiv/Philips di 20 anni fa). Ai posti di rincalzo la Mathaeus Passion, registrata ancora dalla SDG e al terzo, le musiche per il Sogno di una Notte di Mezza Estate, sempre con Gardiner alla testa della LSO. Violino e Orchestra al photofinish sulla coppia Jansen/Pappano, premiamo il fantastico disco della Lisa Batiashvili che probabilmente occupa il posto di riferimento tra le registrazioni recenti del grande concerto per violino di Chaikovsky insieme ad una prova molto convincente dello splendido concerto di Sibelius.
    E' un disco che tenderei a definire incantevole. Pianoforte e Orchestra scegliere due dei meno celebrati tra gli ultimi concerti per pianoforte e orchestra di Mozart e renderli unici.
    Ci riesce il bravo Francesco Piemontesi coadiuvato da Andrew Manze con la Scottish Chamber Orchestra e dalla Linn Records.
    C'è una profonda conoscenza di quel repertorio in questo disco, pur da un pianista molto eclettico e certamente non specializzato in Mozart. Pianoforte Solo Archadi Volodos è certamente tra i pianisti più raffinati della sue generazione. Cosa significa ? Che alla prova atletica che spesso ci propinano le nuove leve, risponde con l'intima conoscenza dei brani che decide di mettere in repertorio.
    Il risultato qui è quello giusto : questa musica pianistica di Brahms deve vivere in una sfera intimistica e intrisa della profonda umanità del suo autore.
    Disco dell'anno, secondo me ! Violino Solo La terza volta di Tetzlaff con l'Università del Violino del Professor Sebastian Bach è - per ora - la sua prova assoluta.
    Non è necessariamente la migliore presente sul mercato ma è certamente la più profondamente vicina alla ... concezione che il violinista ha della sua arte al cospetto di questi monumenti del contrappunto bachiano. Anche in questo caso, umanità e intimità al servizio del più puro suono. Cameristica non mi stancherò mai di ripetere che Debussy debba essere lasciato suonare ai francesi.
    Debussy è il più francese di tutti i compositori d'oltralpe e non va interpretato, va amato e suonato per il puro piacere di farlo, senza interrogarsi troppo se dietro al segno musicale ci sia la storia del creato o il destino dell'umanità. La compagine - temporanea - prescelta da Erato per questa "integrale" delle sonate e dei trii per vari strumenti è di livello assoluto.
    Il risultato tale da cancellare, sin dalle prime note, i dubbi che musicisti che non suonano tutti i giorni insieme, possano offrire una prova non omogenea, con composizioni tra loro così diverse. Proposte Originali Concludiamo con tre dischi molto differenti tra loro, accomunati qui non per genere ma per l'originalità della proposta il primo riguarda una ... breve storia della fuga alla "tedesca" in un solo disco.
    Dai primi del '600 fino alla Grosse Fugue di Beethoven.
    Una formazione quartettistica che esprime un suono bello, preciso ma molto gentile in un fitto contrappuntistico come questo, l'Armida Quartett dovrebbe essere più premiato dalle case discografiche. In questo disco ci sono autentiche gemme da apprezzare e approfondire. Regula Muhlemann ha la voce di un angelo. Il tono è cristallino e la dizione chiarissima, quale che sia la lingua in cui canta.
    Magari non è potentissima ma io preferisco così ai soprani che incrinano i bicchieri ma non fanno capire una parola di quanto stanno cantando.
    Il programma è a tema e riguarda il ruolo della regina Cleopatra nella musica barocca.
    Per chi è interessato alla scoperta o alla riscoperta di queste musiche è un disco di grande pregio.   la viola da gamba sta al violoncello come una portacontainer sta ad un furgoncino DHL.
    La rivisitazione di un repertorio conosciutissimo come questo, con uno strumento così ricco di armoniche, rende nuove queste composizioni.
    Anche la parte per flauto solo compreso in questo disco che fa da preludio ad una intensa Chaconne. That's all folks ! Al 2018.

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Novità dell'anno 1
  • Bach : Partite su Corale BWV 766-768 e 770, Stephen Farr

    Bach : Partite su Corale BWV 766-768 e 770, Stephen Farr, organo
    Resonus Limited 2019, formato 96/24 *** Organo moderno (2015) dal suono chiaro che si presta perfettamente al tocco molto cristallino di di Stephen Farr, inglese cresciuto e formatosi alla scuola organistica britannica nelle stesse zone servite da questo bellissimo organo. modello simile del 2005 qui ripreso dal basso forse meno spettacolare di altre realizzazioni moderne ma certamente molto ricco di sfumature nel suono. Ne fa tesoro l'organista di fronte alle famose partite sopra Corale di Bach, composizioni certamente non prettamente nate per il servizio liturgico. Sono infatti sostanzialmente "partite diverse", ovvero variazioni sopra il corale iniziale, secondo la tradizione della musica organistica settentrionale cui Bach si affacciò in visita da ragazzo. Sono infatti tante le citazioni, non testuali ma certamente i richiami dei maestri dell'eredità bachiana (Pachelbel, Bohm, Sweelinck) Farr non eccede in spettacolarismi e in questo non si distacca dalla tradizione musicale del servizio domenicale anche se in alcuni momenti interviene a volumi importanti.
    Il suono resta chiaro e non troppo denso. Molto diverso da differenti - e molto meno recenti - edizioni, come quelle della Alain o di Chapuis. Altra scuola, e vero ma soprattutto altri organi.
    Nè tantomeno la solennità monolitica del Walcha dell'integrale Archiv (segnatamente BWV 768) o dell'equivalnete di Karl Richter.
    L'opposto, chiaramente dello spettacolare organo della Tonhalle di Zurigo suonata da Guillou(ed. Dorian) che ha una applicazione dei registrazioni estremamente liberale, come di costume di quell'organista. Insomma, senza voler gridare a tutti i costi al nuovo riferimento, è una bella integrale, interessante e dal suono ricco ma non troppo spesso, di un organo moderno molto personale.
    La visione della scuola brittannica anche se io tendo a preferire nei giorni pari Guillou e il suo suono secco e vibrante, in quelli dispari Farr e il suo organo Aubertin dal suono chiaro e pastoso.

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Strumentale

    Jan Lisiecki : Mendelssohn

    Mendelssohn, concerti per pianoforte n.1 e n. 2, rondo Op. 14, Variazioni Seriose, Venetianisches Gondellied
    Jan Lisiecki pianoforte
    Orpheus Chamber Orchestra Deutsche Grammophon 2019, formato 96/24 *** Avevamo grandi aspettative per il giovane Lisiecki, pianista dotato di tecnica eccellente e grande freschezza d'approccio.
    Purtroppo non associate a profondità interpretative. Non lo aiuta in questo caso la scelta del repertorio. Il giovane Mendelssohn virtuoso e salottiero ma molto superficiale e che richiede un interprete sommo per rendere ciò che la vernice lucida nasconde. I due concerti e il rondò sono brillanti. Il secondo in particolare è molto piacevole. Ma entrambi non sono concerti che ti restano in mente. Di ben altro livello le Variazioni Seriose che formerebbero il piatto forte del disco.
    Ma qui non c'è il vecchio Magaloff o il grande Gilels. Lisiecki le risolve bene e in scioltezza. Ma l'ascolto non cattura. Purtroppo. Buona performance della Orpheus Chamber Orchestra, perfettamente sincronizzata col pianista. Non rende giustizia il suono di questo disco. I tecnici DG hanno scelto un bilanciamento strano che rende il pianoforte quasi fosse contemporaneo al giovane Felix, anche un pò ovattato. Bassi gonfi, non troppo profondi con un pò di eco. Nel complesso un disco abbastanza trascurabile. Il nostro Roberto Prosseda fa ben altro servizio al meritevole Felix Mendelssohn.

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Strumentale 1

    Chopin, Opp.55-58 - Maurizio Pollini

    Chopin: 2 Notturni Op.55, 3 Mazurche Op.56, Berceuse Op.57, terza Sonata per pianoforte Op.58
    Maurizio Pollini, pianoforte.
    Deutsche Grammophon 2019 *** Con una straordinaria carriera pianistica alle spalle, migliaia di concerti e decine di dischi che hanno fatto storia, mi sono chiesto che cosa abbia spinto Pollini, alla veneranda età di 77 anni, a ritornare in studio per registrare ancora una volta Chopin. Molti dei pezzi, poi, come la terza sonata o la Berceuse, gli aveva incisi quando era all'apice del suo percorso artistico. E poi l'ultimo suo disco dedicato a Chopin del 2017 mi aveva lasciato l'impressione di un artista ormai alla fine (per poi in parte ricredermi lo scorso anno con la sua lucida e moderna lettura del secondo libro dei Préludes di Debussy). Così, con la consapevolezza di chi sta andando incontro a una delusione, mi sono avviato ad ascoltare questo disco, con ben poche aspettative. Invece, è stata una sorpresa trovare un Pollini diverso dal solito. Decisamente più lirico e espressivo, con un'inconsueta flessibilità ritmica, è un Pollini che ha perso un certo suo tratto di nervoso e aggressivo, che emerge a tratti in alcuni dischi e dal vivo, per trovare una nobile serenità. Un artista finalmente in pace con se stesso. D'altra parte Pollini è un consumato interprete di Chopin, basti sentire l'eleganza belcantistica con cui conduce la melodia del Notturno Op.55 n.1 o della Berceuse. E anche se nei passaggi più impegnativi non troviamo più la tecnica infallibile di un tempo, le mani filano ugualmente veloci e senza troppe preoccupazioni.  In conclusione un buon disco, che probabilmente non aggiunge molto al glorioso lascito discografico di Pollini, ma che ci mostra un'artista che, arrivato in tarda età, ha ancora il coraggio, la voglia e la passione per sperimentare percorsi diversi.  

    Johannes
    Johannes
    Strumentale

    Hereford Experience

    Hereford Experience
    Brani organistici di autori vari
    Douglas Tang, organo Willowhayne Records 2018
    formato 192/24 *** Douglas Tang è un giovane organista di Hong Kong effettivamente formatosi in occidente.
    Questo disco è però un tributo al grande organo romantico (1863 ma successivamente aggiornato nei decenni e infine revisionato profondamente nel 2004) della Cattedrale di Hereford e giustamente il programma insiste sul repertorio romantico e moderno ma senza trascurare brani barocchi come il "grande" preludio e fuga in mi minore di Nicolaus Bruhns. Suono grandioso, organo grandioso, interpretazione "severa" quanto serve.
    Un gran bel disco per gli amanti dell'organo.
       

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Strumentale

    Berlioz : Sinfonia Fantastica, trascrizione per pianoforte vis-a-vis

    Berlioz, Sinfonia Fantastica trascrizione per pianoforte vis-a-vis Pleyel di Jeans-Francois Heisser
    Jeans-Francois Heisser, Marie-Josephe Jude, pianoforte Harmonia Mundi, 2019
    formato 44.1/24 *** Disco interessante per due aspetti. Non avevo idea dell'esistenza di pianoforti vis-a-vis e questo prova quanto io sia ignorante.
    Il suono di questo strumento è moderno e brillante e sufficiente ad una sala da concerto. La trascrizione a 4 mani per un pianoforte del genere di una Sinfonia estremamente complessa sul piano dinamico e del colore come la Fantastica di Berlioz ne trae probabilmente giovamento. All'ascolto l'impressione è mista. A tratti notevole, a tratti troppo poco dinamica.
    Ma non conosco l'indole dei due interpreti.
    In effetti - amando a dismisura questa partitura - mia piacerebbe sentirla interpretata da pianisti diversi. Ma nel complesso un disco che consiglio vivamente. Registrazione un pò ravvicinata che a momenti suona un pò acidula.

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Strumentale
  • Bertrand Chamayou - Saint-Saëns: Concerti e opere per piano

    Camille Saint-Saëns: Concerti per pianoforte n.2 e n.5, Etude Op.111 n.4, Etude Op.52 n.6, Mazurka n.3 Op.66, Etude Op.111 n.1, Allegro appassionato Op.70, Etude Op.52 n.2, Valse nonchalante Op.110.
    Bertrand Chamayou, pianoforte; Orchestre National de France, Direttore Emmanuel Krivine.
    Erato 2018 *** Oggi Camille Saint-Saëns è ricordato più che altro per il suo Carnevale degli animali e pochi sanno che è stata una delle menti più talentuose del mondo musicale, e non solo, per diversi decenni. Saint-Saëns fu un pianista e un organista straordinario, compositore fecondissimo, intellettuale a tutto campo, spaziando dall'archeologia alla botanica, dalla geologia all'astronomia e infine un viaggiatore che visitò Sud-America, Africa e Asia. Fu probabilmente il primo pianista ad eseguire in pubblico tutti i concerti per pianoforte di Mozart, in anticipo sul gusto dei tempi, fu un sostenitore di Schumann prima e di Wagner poi; molto amico di Liszt, fu un innovatore nei primi decenni della sua carriera e un rigido conservatore negli ultimi, basti pensare che detestava profondamente Claude Debussy. Saint-Saëns visse molto a lungo: essendo nato nel 1835 e morto nel 1921, si può dire che visse abbastanza a lungo per passare da Chopin a Ravel. Questo disco ha il pregio di accostare al secondo e al quinto concerto per pianoforte, opere piuttosto note, alcuni lavori per pianoforte solo decisamente poco conosciuti. Chamayou racconta che ama comprare spartiti per esercitarsi nella lettura a prima vista e così si è imbattuto nella musica per pianoforte di Saint-Saëns. Non vi ha trovato opere importanti, non ci sono sonate per pianoforte, ma ha selezionato una serie di pezzi brevi molto gustosi, che si ascoltano tutti con molto piacere. I concerti di questo disco sono lavori molto brillanti, scritti da un virtuoso del pianoforte. Lo stile compositivo è molto interessante e vede come riferimenti da un lato una scrittura classica di ispirazione mozartiana e dall'altro l'esuberanza lisztiana, ma spogliata del suo aspetto più selvaggiamente romantico, sostituito da un brio spumeggiante più misurato. Il quinto concerto, con le sue melodie esotiche, è un'autentica meraviglia! Non mancano le versioni alternative di quesi concerti, Jean-Yves Thibaudet, Pascal Rogé, Jean-Philippe Collard, ma Bertrand Chamayou qui suona meravigliosamente bene, con un entusiasmo e uno charme trascinanti, pur mantenendo  un controllo assoluto dello strumento e una chiarezza di fraseggio e un "jeu perlé" magistrali. Ahimé meno entusiasmanti la direzione di Krivine e la qualità della registrazione che relega l'orchestra in secondo piano. Nonostante questo, il disco rimane a mio avviso uno dei migliori del 2018!  

    Johannes
    Johannes
    Orchestrale 1

    Mahler: Sinfonia n. 6 - Currentzis

    Gustav Mahler, Sinfonia n. 6
    MusicAeterna
    Teodor Currentzis
    Sony Classical 2018, formato 96/24 *** Si pone nel mezzo della tradizione per durata, questa interpretazione di Currentzis della 6a di Mahler.
    E se vogliamo molto meno provocatoria o affatto, rispetto ad altre scelte della stessa formazione nel recente passato (ho sempre in mente "l'assurdo" concerto per violino di Chaikovsky con l'istrionica Kopatchinskaja).
    Questa edizione è viva, palpitante, viscerale fin dalla prima nota. I bassi giungono cavernosi con un senso di urgenza, più che di immanenza.
    Ma senza che questo influenzi sui tempi di esecuzioni che restano "normali".
    In fondo però non c'è sensazionalismo, solo musica nel senso pieno del termine. Forse - ma questo sarà un male - Currentzis screma questa finestra sulla musica di Mahler da buona parte di quella sovrastruttura decadente da finis-Germaniae che spesso nel passato ha condito più del necessario un sinfonismo troppo biografico. Vista sul piano del segno e senza troppo indugiare sugli aneddoti personali di Gustav (e famiglia) o sulle vicende degli imperi centrali a cavallo della Grande Guerra - che Mahler non vedrà e che forse nemmeno immaginava - la 6a è un affresco formale, pieno di dinamiche interne, a volte difficili da seguire e discernere per l'ascoltatore se il direttore indugia sulla spettacolarità delle pagine più che sul filo del discorso. Currentzis ne fa più una questione di nitore, affidandosi per il ritmo e il suono alla sua compagine, perfettamente affiatata ed allineata con le sue visioni, e ai tecnici del suono per la ripresa del fragore della matassa sonora. Non sarebbe piaciuta anche a Brahms questo modo di porgere questa musica che solo ai giorni nostri è diventata così ... nazional-popolare ?
    Forse no ma è piaciuta a me che pure non vivo di Mahler e metto questo disco tra le migliori proposte del 2018, per spessore musicale e per qualità del suono. Insomma, non è Bernstein, non è Kondrashin, non è nemmeno Scherchen, (e chi potrebbe esserlo ?), forse è un pò Boulez ma non troppo : è Currentzis ! E ci va bene così.

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Orchestrale

    Beethoven e Strauss : PSO, Honeck, Caballero

    Beethoven, Sinfonia n.3 "Eroica"
    Strauss, Concerto per Corno n. 1 (William Caballero, Corno)
    Pittsburgh Symphony Orchestra
    Manfred Honeck Reference Recoding 2018, formato 96/24 *** L'ennesima Eroica ?
    Si, certamente ma non un disco trascurabile.
    Vale per il suono dell'orchestra, semplicemente smagliante e al servizio della bacchetta del direttore, vale per quest'ultimo, che ricordiamo come assistente di Abbado alla Gustav Mahler Jugendorchester. Asciutta, tesa, senza retorica, brillante. Moderna e al tempo stesso classica. Classica in quanto oggi raramente si ascolta una "Eroica" così fresca e priva di belletto.
    Per me Beethoven sta tutto qui. E in questo senso questa Eroica vale il prezzo del disco e il suo posto nella sconfinata discografia di questo caposaldo del sinfonismo. Bello e squillante, come è giusto che sia, il concerto per corno di Strauss che si combina con la sinfonia per completare un programma abbastanza eterogeneo. Il cornista è spettacolare, il suono è spettacolare. Purtroppo sono note che non mi toccano molto, come, devo ammetterlo, gran parte della musica di Richard Strauss. Registrazione semplicemente sensazionale come è giusto aspettarsi da una etichetta che è per antonomasia, di riferimento.

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Orchestrale

    Baiba Skride : American Concertos

    Bernstein : Serenade
    Korngold e Rozsa : Concerto per violino e orchestra
    Bernstein : Suite Sinfonica da West Side Story
    Baiba Skride, Violino
    Orchestra Filarmonica di Tampere diretta da Santtu-Matias Rouvali Orfeo 2018, disponibile in 96/24 *** Baiba Skride "ha vinto" un contratto con Sony ad inizio secolo ed ha registrato su SACD.
    Poi è passata ad Orfeo per cui ha registrato un disco dal programma interamente nordico con la sorella nel 2016.
    Esce quest'anno, forse sull'onda del centenario di Bernstein questo disco a tema sui concerti per violino americani. I tre autori presentati hanno radici comuni, provenienza europea e radici nella musica per le scene, cinema e teatro. La Serenade di Bernstein è diventato il "concerto per violino" americano più eseguito nell'ultimo periodo, superando quello celebrato di Barber.
    E' una composizione particolare il cui essere a tema sinceramente io non ho mai capito.
    La musica però è eccezionale, la fusione di tutti gli stili del grande compositore "americano" : c'è passione, c'è tensione, c'è struttura, c'è ritmo, c'è jazz. Non sono sicuro che questa formazione tutta nordica sia del tutto sintonizzata su queste pagine piuttosto complicate, sebbene ci sia il precedente illustre di Gidon Kremer che la registrò proprio con Bernstein alla guida.
    Sono certo che nella suite da West Side Story, salvo in qualche momento lirico, non ci sia molto da salvare. E' diverso nei due concerti di Korngold - piuttosto famoso - e di Rozsa - molto meno noto - dove la freddezza complessiva e un pò compassata, salva da quell'eccesso di melassa che potrebbe facilmente finire tra le note. Comunque Korngold viene reso molto bene e la Skrida è vivace e brillante. Il ritmo dell'orchestra c'è ed è quello giusto, senza eccessi.
    Questo concerto per violino é il culmine della produzione "colta" di Korngold, personaggio certamente di grande capacità musicale, come dimostrato dalle decine di colonne sonore portate a termine per Hollywood.
    Quello di Rozsa, più bartokiano nei ritmi e nel materiale tematico è più complicato. Non potrebbe essere altrimenti, visto che Rozsa ha studiato proprio con Bartok e con Kodaly a Budapest. Finiamo con quello che é certamente la mia composizione preferita di Bernstein. Purtroppo la Serenade richiede inclinazione e profonda comprensione delle inquietudini dell'uomo che l'ha scritta. Non basta una buona prova complessiva per passare l'esame.
    Ah, se solo Janine Jansen e Antonio Pappano - che l'hanno portata in giro per l'Europa l'anno scorso - la registrassero ... Bel suono con violino in evidenza ma senza strafare, orchestra ben dimensionata, bassi possenti. Come piace a me.
    Forse un livello un pò alto nel complesso.

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Orchestrale

    Vilde Frang : Concerti per Violino di Chaikowsky e Nielsen

    Piotr Ilijc Chaikowsky : Concerto per Violiono e Orchestra in Re maggiore Op. 35
    Carl Nielsen : Concerto per Violino e Orchestra Op. 33
    Vilde Frang, Violino
    Orchestra Sinfonica Nazionale Danese
    Eivind Gulberg Jensen
    EMI 2012, formato CD *** Quando ho ascoltato questo disco non conoscevo Carl Nielsen che per il concerto per oboe per poca altra musica da camera. 
    Avendo sempre trovato un pò ostico il repertorio scandinavo, ho dedicato gli ultimi anni all'esplorazione di quel mondo lontano, partendo ovviamente da Sibelius per scendere poi in Danimarca passano per la Norvegia e la Svezia.
    Non conoscevo nemmeno Vilde Frang, gentile violinista norvegese che almeno gli editor della EMI non hanno voluto spacciare per super-pinup limitandosi nella copertina ad illustrarne il sorriso molto naturale. Classe 1986, nata ad Oslo, suona un violino romantico del 1864 il cui suono è molto dolce ed intonato ma senza la vita di certi strumenti italiani del '700. Questo tono è perfetto per assecondare il lirismo del concerto di Nielsen, composizione in quattro movimenti, schematizzabili in A-B, A-B, nel senso che due larghi/adagi fanno praticamente da preludio ai due successivi allegri audaci.
    "Cavalleresco", indica in italiano Nielsen il secondo movimento che potrebbe benissimo essere il contraltare danese del primo movimento del concerto di Chaikovsky contenuto in questo stesso bellissimo disco. La Frang ha un piglio estremamente deciso ma mai sopra le righe nonostante questo programma consenta al solista di fare ciò che vuole sia negli assoli che nelle cadenza. Ma se il concerto di Chaikovsky (insieme a quello di Brahms) è il mio concerto per violino preferito, oggi mi chiedo come mai sia così raro trovare interpretazioni contemporanee di quello di Carl Nielsen, autentico capolavoro trascurato che vede in questa bella edizione del 2012 un giusto tributo. Come sia, applausi a scena aperta per una violinista che deve continuare a mostrare coraggio nella scelta del repertorio (piuttosto trascurabile il disco dedicato a Mozart del 2015 ma sensazionali le altre scelte del catalogo EMI-Warner di cui magari parleremo in altre occasioni).
    Mentre raccomando più attenzione nei confronti del "sinfonista danese". Buona registrazione con il violino in evidenza ma non come in certe in cui sembra che lo strumento sia suonato da un gigante davanti ad una orchestra di nani.

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Orchestrale
  • Bach : variations on variations - Rinaldo Alessandrini

    Bach, Passacaglia in re minore BWV 582, aria variata alla maniera italiana in sol minore BWV 989, canzona in re minore BWV 588, variazioni Goldberg BWV 988
    trascrizioni, arrangiamenti e adattamenti di Rinaldo Alessandrini su originali di Bach Concerto Italiano, Rinaldo Alessandrini
    Naive 2017, formato formato cd ***   Rinaldo Alessandrini è musicista colto e raffinato al punto da mettersi ad adattare la musica al suo complesso quando l'originale non basta.
    Il programma di questo disco include sostanzialmente variazioni ... variate per complesso da camera dall'originale per tastiera (cembalo o organo). Il risultato a mio parere va ben al di là di quanto ci hanno abituate altre operazioni del genere.
    In particolare nella Passacaglia in Re minore, brano organistico molto drammatico con basso ostinato, come vuole la prassi.
    Qui il basso è retto da un solo violoncello con il continuo del cembalo. Poi entrano le altre voci (un quartetto) in sequenza.
    La partitura prende il volo battuta dopo battuta, restando leggera e decisamente meno densa (sembra un controsenso) dell'originale organistico Decisamente "italiana" l'aria con variazioni BWV 989 - in cui si aggiunge un altro violino - molto, molto brillante, l'opposto della recente versione invece estremamente intimista data da Olafsson che prende le mosse dall'esempio della Tureck. Qui la rincorsa invece finisce solo alla decima variazione.
    Si prende fiato giusto prima delle Goldberg che impegnano la restante buona parte del disco. L'interpretazione resta "italiana" e (forse per questo) decisamente più interessante di quella proposta da tempo da Sitkovetsky.
    Il contrappunto resta intatto ma si gioca sulla dinamica e sulla contrapposizioni delle parti, sfruttando il timbro e l'altezza dei differenti strumenti. Veramente una bella prova, su un repertorio celeberrimo che può facilmente prestarsi a passi falsi.
    Non ce n'è l'ombra qui.
    Ottima prova e disco godibilissimo dall'inizio alla fine. Note dello stesso Alessandrini che affronta nel tecnico le difficoltà di trascrizione e di adattamento, con vari approfondimenti che merita altrettanta attenzione in lettura.

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Cameristica

    "Suite Italienne" : Francesca Dego, Francesca Leonardi

    Igor Stravinsky (Suite da Pulcinella per violino e pianoforte, arrangiamento di Strawinsky/Dushkin)
    Mario Castelnuovo-Tedesco (ballata op. 107, fantasie su arie operistiche, "Rosina", "Figaro", "Violetta")
    Ottorino Respighi (sonata per violino e pianoforte in si minore) Francesca Dego, violino, Francesca Leonardi, pianoforte Deutsche Grammophon 2018, formato 96/24 *** Le due "debuttanti" italiane firmano uno dei più bei dischi di musica cameristica dell'anno.
    Ammetto di avere qualche riserva sulla giovane Dego nelle performance a violino solo, ma in questo disco l'intesa con la collega Leonardi è perfetta.
    Come è perfetta la scelta del repertorio, cui purtroppo qualche strano personaggio del marketing ha voluto dare un titolo programmatico che non ha alcun senso.
    I brani contenuti nel disco sono più o meno contemporanei (Respighi 1917, Castelnuovo-Tedesco 1940, in mezzo sta Strawinsky, 1933) ma il legame tra Pulcinella di Stravinsky (e le sue radici vagamente legate a Pergolesi) e la bellissima sonata di Respighi io non lo vedo.
    Forse di più nei confronti delle fantasie operistiche di Castelnuovo-Tedesco ma non importa. Resta la qualità della musica proposta dalle due interpreti, di grande coerenza ed intensità. Il disco vivo anche solamente della sonata di Ottorino Respighi, una brano molto lucido e possente, pienamente tardoromantico senza nulla a che vedere con fontane e pini romani ma la qualità è molto omogenea, Frutto di intesa e in un certo senso di complicità tra le interpreti. Bel disco davvero !        

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Cameristica 2

    Deux

    Bartòk, Poulenc, Ravel
    Patrizia Kopatchiskaja, violino
    Polina Leschenko, pianoforte Alpha, 2018, formato 96/24 ***     Sinceramente trascurerei l'aneddotica riportata nel libretto.
    Ciò che lega i brani in programma di questo strepitoso disco non sono le radici folkloristiche, né l'Ungheria ideale sognata da Ravel o quella reale vissuta dall'oscuro Bartòk. Non è la trascrizione magistrale di Donhanny del walzer di Coppelia di Delius. Il Duo, Deux del titolo sono le due folli protagoniste musicali descritte perfettamente dalle foto del libretto. La pazza Patrizia che suona a piedi nudi e ogni tanto si straia a terra a guardare il soffitto ha trovato una partner che non dovrebbe lasciarsi scappare.
    La Leschenko è una delle protette di Martha Argerich con la quale ha suonato pezzi di grande virtuosismo.
    E qui tiene perfettamente testa al folletto moldavo con un pianismo che è ben lungi dall'accompagnare ma è protagonista, in ogni nota, non solo nella personalissima interpretazione del walzer. In questo disco ci sono tesori. La più coinvolgente e palpitante interpretazione della Tzigane di Ravel, un brano di difficoltà inusitata e di grande vivacità tematica.
    La focosa sonata per violino e pianoforte di Poulenc.
    L'ombrosa sonata per violino e pianoforte n.2 di Bartòk. Da ogni nota Patrizia trova qualche cosa di originale da dire. Le risponde con carattere Polina. Due vulcani liberi, capaci di coinvolgere l'ascoltatore per tutti i 52 minuti del disco, meravigliosamente registrato dai tecnici Alpha.
    Difficile trovare un disco dell'anno 2018 più personale, bello e vivo di questo, confezionato con assoluta naturalezza da due musiciste integrali che vivono di musica. Patrizia, Polina, non lasciateci attendere troppo una seconda puntata !

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Cameristica 2

    Schubert, quartetti per archi n.14 e n.9

    Franz Schubert, quartetti per archi n.14 "La morte e la fanciulla" e n.9
    Chiaroscuro quartet
    BIS 2018 *** Il quartetto n.14 di Franz Schubert, composto nel 1824,  rappresenta probabilmente uno dei vertici più alti del repertorio romantico per quartetto d'archi. Viene chiamato "La morte e la fanciulla" perché il tema del secondo movimento venne ripreso dal lied omonimo composto dallo stesso Schubert nel 1817 su testo di Matthias Claudius. Il quartetto Chiaroscuro, guidato dalla brava violinista russa Alina Ibragimova, ha la particolarità di suonare su strumenti d'epoca (con corde di budello e archetti classici), ma questo elemento mi è parso secondario rispetto alle emozioni che mi ha regalato questo disco. Quello che più di tutto mi più mi ha colpito di questa registrazione e che mi ha fatto letteralmente riscoprire e apprezzare nuovamente questo lavoro è l'esattezza della scelta dei tempi. Prendiamo ad esempio il celebre secondo movimento, eseguito in 11'48'', quasi due minuti in meno di quella che è la prassi (penso all'Italiano o più recentemente al Pavel Haas). Questo riporta il movimento all'indicazione dell'autore di "Andante con moto", togliendo un eccesso di dolente pesantezza al brano, ma senza perdere in drammaticità, anzi. Per il resto una lettura tesa, che non manca di pathos, energia, contrasti, raffinatezza timbrica.  Dopo tante emozioni, passa onestamente in secondo piano il quartetto giovanile n.9, che preso singolarmente rimane tuttavia un piccolo gioiello. La qualità della registrazione, infine, rende giustizia alla bravura degli artisti. Palcoscenico sonoro piuttosto ampio. Disponibile in 96/24. Per me uno dei migliori dischi del 2018, che mi seguirà nei prossimi anni e che userò come riferimento.    

    Johannes
    Johannes
    Cameristica

    Mozart: Violin Sonatas

    Alina Ibragimova (violino), Cédric Tiberghien (piano) Mozart Violin Sonatas Hyperion 2017 Manca ancora il quinto volume per completare questa bella integrale delle sonate per violino e pianoforte di Mozart, ma già è un fioccare di premi e menzioni per Alina Ibragimova e Cédric Tiberghien. A dire il vero sorprende la scelta dei due artisti di dedicarsi alla registrazione di tutte le sonate per violino e pianoforte, che sono trentasei, non tanto per il numero, quanto per il livello compositivo molto poco omogeneo. Le prime 16 sonate furono composte da Mozart a un'età compresa tra i sette anni e i 10 anni, mentre le successive furono composte dopo una pausa di dodici anni tra il 1778 e il 1788. Nelle sonate di gioventù è il pianoforte che ricopre il ruolo principale, mentre il violino svolge un ruolo di accompagnamento, secondo una tendenza allora in voga. Erano pensate per essere eseguite in casa e molto probabilmente per mettere in risalto le capacità del giovane pianista. Il livello delle sonate successive varia molto a seconda delle circostanze in cui ciascuna sonata fu composta, principalmente dal committente e dalla bravura del violinista destinato a suonarla. Per fare un esempio la bellissima K454 fu eseguita davanti all'Imperatore Giuseppe II e suonata dalla violinista italiana Regina Strinasacchi, celebre a quei tempi, mentre la successiva e deludente K547, ultima delle sonate, fu probabilmente pensata, sebbene mai pubblicata in vita, per essere venduta come sonata facile a musicisti principianti. Tuttavia, anche le partiture più semplici possono portare a risultati sorprendenti quando affidate a musicisti di questo calibro. Alina Ibragimova è una violinista russa, cresciuta a Londra, Cédric Tiberghien è un pianista francese. Suonano insieme ormai da più di dieci anni e si sente!   E' notevole la fluidità che riescono a imprimere al discorso musicale. Anche nelle sonate più semplici, la raffinatezza, la vitalità, la sensualità delle loro interpretazioni sono totali. Cédric Tiberghien ha un ruolo di primissimo piano e non delude: con un suono molto articolato e limpido, e un uso molto parsimonioso del pedale, rende perfettamente lo stile mozartiano. Ibragimova è sublime nell'intrecciarsi con le linee del pianoforte, in modo spontaneo e naturale, sempre originale, anche nelle numerosi parti ripetute. Anche se, in tutta onestà, ad un ascolto prolungato le sonate giovanili possono diventare rapidamente stucchevoli e forse avrebbe potuto avere un senso non inciderle proprio, questa integrale rappresenta un punto di riferimento certo per chi fosse interessato a questo repertorio.  

    Johannes
    Johannes
    Cameristica 4
  • Mio Caro Handel, Simone Kermes

    Mio Caro Handel
    Simone Kermes, soprano
    Amici Veneziani
    Sony Classical 2019, formato 96/24 *** La Kermes ha una bella voce, chiara e cristallina ed è specializzata nel canto barocco.
    Ha nel suo repertorio una lunga frequentazione con Handel.
    E in questo si spiega l'ennesimo disco di arie del "Caro Sassone". Purtroppo il disco non brilla nel suo complesso. La voce è un pò confusa, anzi un pò tutta la registrazione è priva di fuoco.
    E sinceramente quando sento declamare "vegetabili" al posto di "vegetabile", io che pur non sono un purista del bel canto, mi infastidisco un pò.
    In generale la Kermes va meglio nelle arie in tedesco e in inglese. Nella nostra lingua, abbiamo per fortuna di meglio. Mi piace l'idea delle letterine a Giorgio Federico scritte da Simone, attualizzate al giorno di oggi con tanto di citazioni di Youtube.
    Ma una tedesca avrebbe dovuto scrivere a Federico o a Fritz, senza usare il patronimico all'inglese  Nel complesso a mio modesto parere pur essendo una veterana di questo repertorio questa cantante si limita a sfruttare la sua indubbia bellissima voce, senza entrare nei personaggi con la giusta profondità. Il che sarebbe anche sufficiente al giorno d'oggi ma non per una cantante di questo profilo. Insomma, un disco che si fa ascoltare ma non più di altri. Lei è meglio in livrea bionda che rossa, se posso permettermi da suo coetaneo  Segnalo che la Kermes aveva all'attivo già un disco registrato con la DHM nel 2002 su arie di Handel     La Kermes parla della prima aria "Ombra mai fu" del nostro Bononcini.
    Ma ad Handel possiamo perdonare tutto, considerando il valore della sua musica e qui non siamo esattamente al plagio secondo i canoni dell'epoca.
    (In questa ripresa da "Colori d'amore" mi sembra più interessante la nostra soprano che nel nuovo disco Sony e posso capire che a lei piaccia di più, più nella sua indole, secondo me).

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Vocale e Corale 1

    The Gasparini Album

    The Gasparini Album, arie di Francesco Gasparini
    Roberta Invernizzi
    Auser Musici diretta da Carlo Ipata Registrazione dell'agosto 2016 a Pisa, pubblicata da Glossa nel 2018
    Formato 96/24 *** Francesco Gasparini, chi era costui ?
    Contemporaneo di Alessandro Scarlatti, nativo di Camaiore, attivo a Roma dove venne ammesso nella Congregazione di Santa Cecilia.
    Maestro di Cappella per il Principe Ruspoli e molto vicino al Principe Marcantonio Borghese.
    Autore di 61 opere - quelle conosciute - e considerato tra i più grandi musicisti della sua epoca.
    Grande didatta con all'attivo varie pubblicazioni erudite, oltre che maestro di Benedetto Marcello e Domenico Scarlatti.
    Compositore raffinato, sebbene non alla moda come molti suoi più giovani contemporanei. Tanto che ne abbiamo perso la memoria ed è un peccato. Benemerito, in questo senso, il lavoro di Carlo Ipata che ci propone questa antologia di arie d'opera interpretate da Roberta Invernizzi. Devo ammetterlo ancora, io stravedo per il garbo e la voce, la dizione perfetta e l'assenza di enfasi inutili della Invernizzi, tanto che se cantasse le canzoni di Nilla Pizzi, le amerei come ho amato ogni sua incisione. Suono chiaro e ben articolato, bella l'orchestra del tutto priva di asprezze. Voce in primo piano ma non fastidiosa. Questo disco è prezioso, bello e ricco. Uno scrigno di tesori che ogni amante del barocco dovrebbe tenere in grande considerazione. Raccomandatissimo e presente nella mia personale short-list del disco dell'anno 2018.  

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Vocale e Corale 1

    Voglio Cantar

    Voglio Cantar
    brani di Barbara Strozzi, Cavalli, Cesti, Marini e Merula
    Emoke Barath
    Il Pomo d'Oro diretto da Francesco Corti Erato 2019
    formato 88/24 *** Repertorio italiano stimolante e vario con brani famosi e meno.
    Buona dizione ed inflessione per l'ungherese Emoke Barath che nelle note del libretto si dice commossa di essere arrivata a questi livelli.
    Peccato che se la formazione è pienamente all'altezza del compito, la voce della Barath non sia a mio modesto parere per nulla adatta al barocco italiano ma al più al Mozart di un secolo e mezzo più tardi. Ci mette troppa enfasi e il risultato è forte ma senza alcuna coloritura.
    Probabilmente non sa cosa sta cantando e sarebbe la stessa cosa per una soprano italiano che si cimentasse con il '600 ungherese (ammesso che esista). Ma questo non sminuisce le potenzialità della cantante. Anche se su questi brani ci sono altre occasioni di ascolto con voci nostrane (per nostra fortuna).
    Peccato.  

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Vocale e Corale

    Regula Muhlemann : Cleopatra

    Regula Muhlemann
    Cleopatra Baroque Arias
    La Folia Borockorchester
    Robun Peter Muller Musiche di Graun, Handel, Hasse, Legrenzi, Alessandro Scarlatti, Vivaldi, Mattheson
    Sony 2017 Rispetto al "Dolce Duello" che vede protagoniste le due pinup improvvisate Cecilia e Sol è di ben più efficace e centrato programma monotematico questo disco dedicato alla regina Cleopatra per le arie di autori barocchi.
    Ne è protagonista assoluta la voce splendida, chiara, cristallina (e con una perfetta dizione italiana) della brava Regula Muhlemann che anche nella celeberrima aria dal Giulio Cesare di Handel "Se pietà di me non senti" non indugia mai in eccessive forzature melodrammatiche.
    Il che per una soprano di oggi è già in termini assoluti una rarità. Il programma comincia con un'aria di Graun per l'opera Cesare e Cleopatra commissionata personalmente dal Re di Prussia.
    E' un'aria molto brillante e modaiola che avrà certamente allietato la corte di Sans-Souci.
    Segue l'interpretazione chiara e ferma della Cleopatra di Handel (naturalmente LA Cleopatra dell'intero disco).
    La Muhlemann manca certamente della potenza per interpretare la Regina della Notte ma è una brava Papagena, e si riscatta con un tono molto chiaro e celestiale.
    Molto belle le due arie di Hasse che non conoscevo (Marc'Antonio e Cleopatra). Fantastica il "Se tu sarai felice" di Legrenzi (Antioco il Grande) in cui il tono celestiale dell'interprete ha ogni possibilità di ben figurare.

    Ancora di più il "Vò goder senza contrasto" di Alessandro Scarlatti, con accompagnamento ridotto ad arpa e violoncello (un bel contrasto !). Segue il Vivaldi del Tigrane con l'Aria "Squarciami pure il seno" dove forse un tono più drammatico richiederebbe una voce più piena.
    L'espressione però mi sembra ben posta (ma si sa io non sono un grandissimo melomane ...). Ammetto che non avevo mai sentito nominare Johann Mattheson e quindi la sua Cleopatra Konigin von Egypten è una bella scoperta con la Muhlemann che passa finalmente alla sua madre lingua.
    Sono due arie molto intime, ancora con arpa e cello, veramente di gusto raffinato. Chiude il disco un bonus interpretato anche dalla arpista Katerina Ghannudi che accompagna Cleopatra con in solitario e in controcanto (Sartorio : "Quando voglio" dal Giulio Cesare in Egitto) che ci riporta di colpo al seicento mediterraneo e che mette anche in luce l'eccellente qualità strumentale del complesso La Folia Barockorchester.
    Questo ultimo brano è una vera gemma sia sul piano musicale che interpretativo e valorizza degnamente l'intero disco. Insomma, non siamo di fronte al disco dell'anno ma certo una boccata d'aria fresca, di buona musica e una voce splendida, anche se a tratti un pò esile supportata da ottimi musicisti.
    Un disco che vi consiglio come alternativa a tanti più celebrati album. booklet.pdf

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Vocale e Corale

    Cecilia & Sol : Dolce Duello

    Cecilia & Sol : Dolce Duello
    Capella Gabetta, Andrés Gabetta
    Musiche di Caldara, Albinoni, Vivaldi, Handel, Porpora, Boccherini
    Decca 2017
      Le due svizzere di adozione Cecilia Bartoli e Sol Gabetta sono le protagoniste di un album che poteva essere una bella trovata.
    Ci sono tutti gli ingredienti giusti, compreso un pizzico di pinup-fashion nelle foto del libretto.
    Completa la partecipazione a titolo familiare anche la Cappella Gabetta con Andrés Gabetta, giusto per rimanere in famiglia. Però .... tutta questa "musica più dolce del mondo" tutta insieme e questa impostazione da duellanti-amiche alla fine a me risulta stucchevole.
    Per il resto, la Bartoli é certamente nell'autunno della sua carriera, la bella Sol, secondo me riesce sempre meglio quando è da sola, è fatale. Insomma, una operazione editoriale un pò forzata, rispolvera certamente un repertorio poco frequentato (c'è anche qualche prima assoluta) ma disco non particolarmente interessante per me. Allego per chi volesse approfondire il bel libretto più che esaustivo sui contenuti e scopi del disco.
    Per il resto, al vostro giudizio. booklet.pdf

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Vocale e Corale
  • Vanessa vs Kathia : il secondo concerto di Rachmaninov

    Metto le mani avanti, non vorrei che sparaste su di me, anzichè sul tradizionale pianista, non sono qui per farvi perdere tempo ma questo "Confronto" non è esattamente sulle due interpretazioni del celeberrimo e hollywoodiano secondo concerto di Rachmaninov ma su due prodotti confezionati per il mercato discografico del 2017. Leggevo ieri un editoriale di un quotidiano nazionale in cui si esamina lo stato dell'andamento degli incassi al botteghino del cinema americano.
    Il prodotto perdente è quello che invece è stato tradizionalmente quello vincente, il maschio bianco indipendente e sicuro di se.
    Mentre è vincente il prodotto al femminile con Wonder Woman- Gal Gadot e l'ultima Jedi - Daisy Ridley a farla da padrone.
    Due belle, giovani, forti e vincenti, non americane, donne.
    E così pare che continuerà per il 2018, con una larga messe di vittorie ai Golden Globe e agli Oscar. E pensavo quanto non sia dissimile il panorama discografico dove l'elemento visuale si scontra con una fruzione che per lo più é audio. Ma sanno bene Universal (marchio cinematogravico che possiede tra gli altri Decca) e Sony (attigua a Sony Picture e Columbia) come si debba fare per raggiungere determinati target di vendite.
    Non che si debba tirare sul pianista bianco e maschio (però non mi vengono in mente in questo momento pianisti neri noti al grande pubblico in campo classico) perchè lo fa già da se. Il panorama è ancora dominato da attempati vecchioni, che si ostinano ad occupare spazio discografico che potrebbe essere liberato per chi abbia qualche cosa di nuovo da dire (non fatemi dire i nomi, li avete li sulla punta della lingua) mentre i giovanotti si rivelano spesso fuochi di paglia e false promesse. Non sono di primissimo pelo le due protagoniste di questa sfida ma se possiamo considerare a tutto titolo una superstar, la mitica Kathia Buniatishvili, è praticamente una recluta la "nostra" Vanessa Benelli Mosell. Che il prodotto discografico sia improntato sulle due giovani più che sul programma, lo dimostrano anche le seconde copertine (vi risparmio le foto interne, alcune veramente oltre misura) dove Kathia per una volta lascia gli sgargianti abiti con cui fascia le sue prosperose forme, generosamente concesse al pubblico nei suoi concerti, per vestirsi di mistero con un trench nero, in una atmosfera ferroviaria, che richiama alla mente fughe notturne lontane dai bolscevichi. più semplici quelle che evidenziano i tratti di Vanessa, in bianco e nero sul lato B in contrasto con il colore glamorous della copertina aggiungiamo un programma differente ma incentrato sul compositore dei pianisti, Rachmaninov, con due dei suoi concerti più proposti nella storia. Voi lo sapete, non è necessario che ve lo ricordi, ci sono due tipi di concerto per pianoforte. Quelli scritti da un pianista per mettere in evidenze le sue doti di pianista (è il caso di gran parte di quelli di Mozart, ad esempio, dei primi tre di Beethoven, di quelli di Chopin e di Liszt e, appunto di quelli di Rachmaninov) e quelli scritti da un compositore che sa sfrutturare il contrasto tra pianoforte e orchestra per andare oltre il lato puramente sinfonico, estetico o quello semplicemente solistico (è il caso dei due concerti di Brahms, di quello di Schumann, di quelli di Shostakovich e di Prokofiev, tra gli altri). Quindi non c'è niente di meglio per confezionare il prodotto da vendere delle due majors che inserire dentro a copertine stuzzicanti un programma semplicente pianistico come è questo caso che possa raggiungere anche i palati meno raffinati. Mi fermo qui in questo lungo preambolo, mi scuserete, concluderò il mio pensiero dopo la recensione delle due prove. Rachmaninov
    Concerto per Pianoforte e Orchestra No. 2 in Do minore, Op. 18
    Variazioni "Corelli"
    Vanessa Benelli Mosell accompagnata dalla London Philarmonic Orchestra diretta da Kirilli Karabits.
    Decca 2017 Vanessa Benelli Mosell è una pianista italiana che si è perfezionata all'estero.
    Le sue performance con le musiche di Stockhausen hanno suscitato l'interesse dell'autore stesso che l'ha chiamata a se per perfezionarne l'interpretazione prima di morire.
    Ha già diversi dischi all'attivo, uno dei quali dedicato ad uno strano incrocio tra Stockhaseun e Skriabin e uno recentissimo dedicato a Debussy, sempre di Decca.
    Ho ascoltato il primo e devo dire che la tecnica - precoce, possiamo considerarla certamente una enfant-prodige che suona in pubblico dall'infanzia e che a 30 anni sul piano tecnico non ha più nulla da imparare - é sopraffina. Ma mentre non posso dire nulla sui lavori di Stockhausen che per me potrebbero essere il sottoprodotto della messa a punto di un programma di calcolo basato su predizioni casuali, il suo Skriabin manca completamente di coinvolgimento e di profondità. Il disco di cui ci occupiamo, sostanzialmente ben suonato (ma pessimante registrato, neanche fosse autoprodotto in economia o subappaltato per risparmiare e non il progetto di un marchio storico come Decca) conferma il mio primo pensiero. E' una pianista che certamente si farà se avrà modo e tempo di dedicarsi a quello che le piace di più e se l'inserimento nello star-system cui pare la vogliano ficcare a forza, non le farà mancare gli stimoli necessari. A differenza della Buniatishvili non è qui per stupirci con tempi e ottave sensazionali, ha il giusto approccio a partiture che fino a pochi anni fa erano alla portata di pochissime donne e di pochi uomini ben sviluppati sul piano fisico. Sembra preparare i passaggi con la giusta enfasi ma poi manca nel dunque. Lo stesso nelle Variazioni "Corelli", lavoro che potrebbe mettere in luce qualità differenti in un pianista ma che Vanessa sembra esegua più che altro per impegni contrattuali. La vedremo, spero, prossimamente, con un repertorio tedesco magari a lei (e a me) più congeniale.   Rachmaninov
    Concerto per Pianoforte e Orchestra No. 2 in Do minore, Op. 18
    Concerto per Pianoforte e Orchestra No. 3 in Re minore, Op. 30
    Khatia Buniatishvili accompagnata dalla Orchestra Filarmonica Ceca, diretta da Paavo Järvi.
    Sony Classical 2017 La pianista georgiana ritorna alla registrazione con l'orchestra dopo quattro anni di emissioni puramente solistiche.
    L'ultimo che mi ricordo - terribile - Motherland, non mi ha lasciato un ricordo indelebilmente positivo.
    Ma naturalmente non è stata assente dalle scene, facendosi accompagnare da grandi direttori d'orchestra sui palchi di tutto il mondo.
    In questa prova c'è l'eccellente Paavo Jarvi con la grande orchestra Filarmonica Ceca nel compito di tenere a freno la forza della nostra protagonista.
    Sui mezzi di Kathia non c'è molto da dire, la tecnica è eccezionale tanto da poter mettere ottave degne di Horowitz in cavalli di battaglia come questi.
    Purtroppo - e questa è una conferma alla regola - la sua forza e "prepotenza" è sempre tale da considerare ogni sua esibizione - dal vivo, video, come in disco - come se fosse una battaglia, una corsa in cui conta solo arrivare in fondo senza fare errori.
    I tempi quindi vanno al servizio della capacità di non steccare mai ma senza andare a fondo di una trama che, purtroppo, in questi due concerti è anche difficile da trovare, sebbene si possano trovare grandi interpretazioni altrove. Riesce a salvare dal disastro il consumato valore di Jarvi che in alcune circostanze impedisce alla pianista di sollecitare l'orchestra ad un parossismo che avrebbe conseguenze difficili da recuperare. Ne viene fuori comunque una performance di carattere, che risulterà godibile per chi non conosce molto a fondo questa musica o per chi ama questa pianista.
    Sentire come disbriga i passaggi più impegnativi la Buniatishvili è sempre uno spasso.
    E ovviamente lei sceglie le cadenze più difficili e mentre chiude un passaggio si volta soddisfatta dalla parte dell'orchestra e del direttore (cfr. video con Zubin Metha al festival della Georgia dove si è esibita di recente). Il confronto che mi viene spontaneo - e restiamo quindi nel tema di queste tigri della tastiera - è con la coetanea cino-americana Yuja Wang, che esibisce la stessa forza e la stessa veemenza - pur con leve decisamente meno potenti - ma che alla prova del nove, dove conta il calore e l'espressione, riesce a trovare cose che probabilmente la georgiana non sa nemmeno che esistono.
    Sarebbe stata una splendida decatleta, è un peccato che in fondo tutta questa forza sia difficile da incanalare per avere risultati duraturi nel mondo della musica. Parafrasando il Professor Rattalino - ai tempi lo scrisse della ben più elevata Martha Argerich che mi pare di ricordare abbia in simpatia la Buniatishvili - speriamo che in futuro perda un pò di questa energia e riesca a trovare spazio nella propria agenda di impegni in giro per i palcoscenici per farci sentire della vera musica. Finora io l'ho trovata interessante solo - guarda caso - in una esibizione a quattro mani con la più raffinata Wang In estrema sintesi, un disco per i veri fan di questa pianista che credo vinca alla grande e con distacco il confronto con l'italiana cui questo repertorio credo non dica molto sul piano personale. *** Che dire per concludere ? Nella sfida - ti piace vincere facile ? - ha la meglio, e facilmente, la Buniatishvili. Ma la sua è secondo me, una vittoria di Pirro.
    La Benelli Mosell avrebbe ben altro da serbarci, nel suo repertorio, se trovasse la grinta e la forza che un'altra pianista nostrana - Beatriche Rana - sta mostrando, con prove più personali e con un carattere che la differenza di età apparentemente dovrebbe far prevalere al contrario. Chi perde è il panorama discografico, con prodotti sostanzialmente superflui come questi, come si troverà spazio per altro, di meglio ? Per fortuna l'esperimento similare, portato a termine con l'ultima generazione di belle e vivaci violinista, ha la fortuna di poter contare su una qualità di offerta superiore, perchè ci sono molte violiniste di carattere e con una sensibilità raffinata (cito a caso Jansen, Faust, Kopatchisnkaya, Fischer, Ibragimova, Frang per non dimenticare Lisa Batiashvili che pur georgiana, non è nemmeno cugina di Kathia) che già senza timore di sembrare blasfemi, producono prove all'altezza delle migliori interpretazioni del passato. E tutto questo A DISPETTO di patinate copertine. Il pianoforte evidentemente richiede più tempo. Speriamo.

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Versus : I confronti 1

    Patrizia contro Nicola : il Concerto per Violino di Chaikovsky

    Una premessa a carattere personale. Non amo particolarmente il violino. E' troppo piccolo e suona in una gamma di frequenze cui io sono sensibilissimo.
    In più, per le sue caratteristiche, chi lo suona, per trarne il meglio, deve avere caratteri che io in genere non apprezzo.
    Poi, penso la stessa cosa dell'oboe, del sax soprano e ... dei soprani in genere. Dipenderà dalla gamma di frequenze. In ogni caso, ovviamente apprezzo molta musica per violino e in particolar modo i grandi concerti per Violino e Orchestra, a cominciare da quello di Beethoven per finire con quello di Britten passando per quello di Sibelius. Giusto per mettere le cose in chiaro, questo non è il mio terreno ideale. In questa occasione metterò a confronto l'interpretazione recente del grande Concerto per Violino e Orchestra di Chaikovsky che è certamente tra le mie composizioni preferite (per violino e dell'autore).
    Sarebbe facile (ma inutile, non trovate ?) parlare di Heifetz o di Oistrakh. E invece, no, due giovani interpreti dell'ultima generazione in piena carriera concertistica. Solo due parole su questo concerto.
    Petja lo ha scritto appena dopo la tragica esperienza del matrimonio. Una esperienza che probabilmente sottovalutò e che lo segnò profondamente.
    Il concerto è stato scritto dopo la separazione (formale) dalla moglie e durante un soggiorno in Svizzera.
    Il compositore non conosceva lo strumento e il concerto sin da subito si è rivelato piuttosto ostico per i violinisti contemporanei che ne rifiutarono l'esecuzione.
    Evidentemente con il tempo le cose sono cambiate. La tecnica, l'insegnamento e gli strumenti sono progrediti e adesso è normalmente in cartellone anche e soprattutto da parte delle agguerrite violiniste dell'ultima generazione. Tutta la composizione sembra scritta sulla lama di una sciabola che delimita i confini dell'amarezza e della gioia liberatoria. Confini che restano labili per tutta la durata dei 35 minuti circa dei tre movimenti che è in tonalità Re maggiore ma spesso tutt'altro che trionfale come pretenderebbe tale tonalità.
    A tratti il solista suona sopra il pieno dell'orchestra ("fa strillare lo strumento" come ebbe modo di scrivere la critica dell'epoca) e comunque non ci sono momenti di pausa (pensiamo al rapporto invece tra orchestra e violino dei concerti di Beethoven o di Brahms) o di relax.
    Il movimento centrale è un delicato cantabile con il violino che danza e ricama, sopra gli arpeggi di legni ed archi, quasi pattinasse.
    Il finale è esplosivo improvviso - non c'è pausa con il movimento lento - e liberatorio.
    Amarezza e malinconia (quasi) scomparse.
    Nel concerto ci sono due cadenze molto impegnative. E sia nel primo che nell'ultimo movimento svariati assoli del solista. Patrizia, l'elfo con il violino Patrizia Kopatchinskaja
    MUSICAETERNA
    Teodor Currentzis
      Patrizia Kopatchinskaja e Chaikovsky
    dalle foto dell'album, un servizio fotografico sul "matrimonio" tra i protagonisti del disco in puro stile della russia zarista un momento dell'interpretazione del concerto dal vivo nel 2014. Come se Patrizia avesse bisogno di essere incitata da Teodor ! Patrizia è del 1977. Viene dalla Moldavia e la sua famiglia è abituata a suonare in gruppo musica popolare.
    Viene sul palco a piedi nudi con i suoi camicioni e la sua personalità straripante si riversa sull'orchestra e sul pubblico.
    Non si ferma un istante, con l'espressione del volto rafforza quello che sta suonando e parla, parla, parla anche quando non può parlare. Allora lo fa con gli occhi. Parla con il direttore, parla con gli altri musicisti (sovente si volta dalla loro parte, quasi a chiamarli e incitarli), parla con il pubblico. Queste sue qualità istrioniche si riflettono nella sua musica. Il suo modo di suonare è libero e cerca per quanto possibile di scegliersi partner con le stesse qualità. Di recente ha collaborato con la Saint Paul Chamber Orchestra, dove tutti, chi più chi meno, improvvisano, suonando in piedi. L'unione con personalità forti e ricche come Fazil Say o, in questo caso, Teodor Currentzis mette sull'avviso l'ascoltatore. Currentzis e il suo complesso hanno come programma quello di rinnovare l'interpretazione di musiche un pò sopite - a loro modo di pensare - coinvolgendo il pubblico ed emozionandolo. Nessuna combinazione potrebbe essere più esplosiva di quanto si sente in questo concerto. Per confronto, la stessa Kopatchinskaja nello stesso concerto e con la direzione di un musicista molto ortodosso come Fedoseyev e un'orchestra russa dedicata all'autore, sembra mordere il freno. Tempi lenti, senza accelerazioni, il direttore che la guarda quasi ad ammonirla. Non combinare guai come tuo solito. Ma con Currentzis le cose vanno all'opposto. Altro che freni, dacci dentro. E si sentono le scintille. Il suono è modulato in ogni nota, i tempi cambiano dentro ogni frase. Gli accenti, ora i sussurri, ora gli strilli.
    Scene da un matrimonio ? Fatto sta che la prima volta che ho ascoltato questa interpretazione ho esclamato : ma questa mi sta a pigliare per il culo ! Accelera, decelera, a tratti non la si sente e un momento dopo esplode. E quello là - il direttore - che la fa correre ancora di più. E la cadenza ? Arcate e pause. Pause, arcate e pause. Accenni. Riprese. Sibili. Pause e sincopi. Ma quale Chaikovsky ? Denso di passione fino all'impossibile, all'ultimo viene da alzarsi in piedi per ... ?
    Applaudire o lanciare broccoli e pomodori ? Perciò l'ho lasciato sedimentare per un pò di mesi. L'ho riascoltato dopo aver risentito tutte le versioni che ho.
    Milstein, Heifetz, Perlman, Vengerov, Jansen, Fischer ... Niente, non ce un'altra interpretazione come questa. Estremo, eppure una boccata d'aria. Di forza, di vita. Di gioia di vivere e di fare musica insieme. Non vi piacerà, lo so. Ma io adoro Patrizia e ve lo raccomando comunque. Solo ascoltatelo con lo spirito ironico e appassionato con cui lo hanno inciso loro. Poi mettetelo via. Prendete la vostra versione di riferimento. Ascoltate quella. Prendete l'ultima incisione disponibile sul mercato. Ascoltate anche quella. Poi risentite Patrizia. E ditemi che sarebbe successo se l'avesse conosciuta Chaikovsky Nicola, la danzatrice sull'acqua   Nicola Benedetti
    Czech Philarmonic Orchestra
    Jakub Hrusa
    Decca Nicola Benedetti (per noi italiani è difficile immaginare che non sia un violinista maschio, pugliese con quel nome proprio) è figlia di un italiano e di una scozzese. E' cresciuta in Scozia, ha studiato in Inghilterra, nelle migliori scuole (Menuhin School ma con una maestra di scuola moscovita che ha preparato anche Alina Imbragimova e Corina Belcea, quindi una GRANDE maestra). E' del 1987  e per i suoi meriti musicali ha ricevuto la medaglia dalla Regina Elisabetta II. In generale ascolto con preconcetto i dischi che recano in copertina belle ragazze sorridenti. E' facile che il contenuto sia differente.
    Ma è un preconcetto che in questo caso non vale. La violista ha mezzi notevoli e suona con piglio, personalità e con grazia. Durante il concerto - accompagnata da una delle più belle orchestre del mondo e con una guida all'altezza - è padrona della scena in ogni momento.
    Sembra che danzi senza mai forzare. L'interpretazione - a giudizio di uno che di violino (lo dicevo) ne capisce poco - è semplicemente perfetta. In perfetta scuola russa. E per dominare un testo come questo, di personalità e carattere ce ne vogliono tanti. Non chiediamole di aggiungere altro che buon gusto, grazia e tecnica sopraffina.
    E ricordiamoci che c'è anche sangue italiano nel cuore di quel suono terso e appassionante. Conclusioni Naturalmente ci sono le grandi interpretazioni del passato. Ogni grande violinisti di ogni epoca ha in repertorio questo concerto da 120 anni e più.
    Accantoniamole e concentriamoci su queste. Oggi il concerto per violino di Chaikovsky è donna. E qui abbiamo due delle interpretazioni più interessanti, appassionanti e vivaci disponibili. Patrizia mi affascina in ogni nota, mi sorprende, mi coinvolge, mi incuriosisce. Ma Nicola, nel pieno rispetto della tradizione, riesce a trovare sonorità che a tratti mi commuovono.
    Avendole entrambe, perchè non ascoltarle a seconda dei momenti ? Pareggio meritato, con merito per entrambe

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Versus : I confronti 6

    Beatrice contro Andrea : le Goldberg all'italiana

    Oggi che si sono perse le tradizioni musicali nazionali, dire che le Variazioni Goldberg non rientrano a rigore, nell'eredità musicale italiana può suonare strano.
    Non lo era all'epoca, quando Bach scriveva il Clavicembalo ben Temperato o l'Aria con Variazioni, in Italia eravamo già nella fase successiva, basti pensare alle più o meno coeve sonate di Scarlatti o di Benedetto Marcello. Tradizione che è arrivata ai giorni nostri se, due grandi del nostro pianismo, come Benedetti Michelangeli e Pollini, si sono dedicati a Bach, di sfuggita, per trascrizioni, oppure, come in una forma di espiazione, solo in tarda età. Come sia, adesso è diverso e non deve stupire come a distanza di pochi anni l'uno dall'altra, due talenti italiani dell'ultima generazione abbiano scelto di cimentarsi - in concerto e in incisione - con il capolavoro bachiano che ci ha ispirati nel nome di questo sito. Andrea Bacchetti ne ha firmato una versione publicata dalla rivista Suonare, con la collaborazione delle Serate Musicali.
    Bacchetti ha 40 anni, di regola non dovrebbe essere considerato un giovanissimo, pur in un'era in cui le aspettative di vita vengono sancite per legge.
    Ma è certamente della stessa generazione musicale della - invero giovanissima, giusto 23 anni - Beatrice Rana che ha registrato quest'anno per Warner Classics, le sue Variazioni. I due non condividono nulla, né la scuola né il repertorio. Specialista barocco (e in Bach) ... Bacchetti - nomen omen - indirizzata sul repertorio romantico e concertistico Rana. Io possiedo questa edizione ma so che esiste in commercio anche un'altra, pubblicata dalla Dynamic.
    Non so quella ma la mia dura in tutto 45:05 minuti.
    Tra i commenti ho inserito anche un filmato pubblico, preso da Youtube con una presa diretta durante un concerto a Trieste che è addirittura più breve, 37:40 minuti in tutto, compresi applausi iniziali e finali.
    Un record se pensiamo che quella - mitica - di Glenn Gould del 1955 dura : 38:32 e quella del 1981 51:17. E' proprio Gould il riferimento di questa interpretazione di Bacchetti, giacchè la prassi esecutiva degli ultimi decenni ha invece portato ad una espansione dei tempi, visto che è normale che le edizioni di praticamente tutti i pianisti e clavicembalisti odierni durino ampiamente più di un'ora e dieci minuti. E' il caso di quella clavicembalistica - abbastanza ortodossa - di Esfahani 78:38 per la DG, quando quella di Leonardt era di 47:20 minuti. Non ne faccio una questione di cronometria, come se fossimo ad una cronoscalata ma ammetto che sulle prime di questo confronto, sono andato a vedere se per caso Andrea non avesse tagliato qualche variazione, visto che l'edizione della Rana dura i classici 77:45 minuti. E' la cifra di questa interpretazione, tesa , ricca di ornamenti, con la ripresa dell'aria a fine ciclo delle variazioni che è ... sfacciatamente differente da quella iniziale.
    Non stiamo parlando ovviamente di una semplice accelerazione complessiva, l'interprete si concede comunque libertà di espressione tra un brano e l'altro, ma il risultato é una prova che veramente non altri eguali negli ultimi 60 anni se non la prima di Gould ed altrettanto estrema. I tempi così accellerati non lasciano ovviamente spazio di riflessione all'ascoltatore ma questo non viene investito da un fiume di note, perchè Bacchetti accarezza la tastiera non la morde.
    Il tocco è nervoso ma agile e non mette in agitazione come quello di Gould, quindi alla fine non si cede esausti con un sospiro di sollievo alla ripresa dell'aria. Ma di certo non c'è un momento di quiete per riposarsi. Ecco, questa è l'architettura di un grande edificio, vi porto con me a visitarla, alziamoci insieme verso la volta, poi scenderemo dall'altro lato e ci ritroveremo senza accorgercene di dove siamo partiti. Ci penserò io a farvi notare che la fine non è il principio. Che è la conclusione del discorso. L'ho riascoltata tante volte, anche nel video osservando il pianista. Lui in una intervista dice che è una versione pianistica.
    Non lo metto in dubbio. Ma certamente non di scuola post-romantica o, peggio, lisztiana. E' pianistica perchè lo strumento è il pianoforte.
    Ma l'interpretazione è libera e del tutto anti-retorica e anti-romantica.
    Nemmeno pedante. E certamente non noiosa. Ecco, giusto per mettere in guardia l'ascoltatore a cosa si troverà di fronte. Insomma, non c'è un altro pianista - che io sappia - che oggi esegue le Variazioni Goldberg così. In questi 77:45 minuti potrei ascoltare due volte l'interpretazione di Andrea. Beatrice sottolinea con un filo di misticismo nelle note di copertina il rispetto per l'autore e per la composizione. Da qualche altra parte ho letto come sia stato uno dei suo maestri - l'ottimo pianista Benedetto Lupo - ad incoraggiarne lo studio e poi l'esecuzione. Per una pianista della sua età, affrontare una composizione così importante, con dietro tanti grandi pianisti che l'hanno "disegnata" prima di lei, volendo esprimere una posizione personale non deve essere stato facile.
    L'interprete dice in una intervista (disponibile su Youtube) che non si è rifatta a nessun pianista in modo particolare, sebbene abbia ascoltato diverse versioni. Che tanto, ognuno avrebbe da dire la sua, quale che fossero le sue scelte o le sue spiegazioni. Un grande segno di maturità da parte di una ventitreenne che non deve essere confuso per arroganza. All'ascolto devo dire che esco con una sensazione molto contrastante. Questa interpretazione è stata accolta molto bene dalla critica, probabilmente letta a luce dell'età dell'interprete.
    Ma Glenn Gould aveva 23 anni nel 1955. Non è un caso. Ecco, però qui non c'è nulla di estremo. Il primo impatto è tiepido.
    L'aria è condotta con molta lentezza che per fortuna si stempera subito già nella prima variazione.
    Devo ammettere che i tempi sono veramente molto lenti in alcune variazioni e che ci sono avvertibili pause tra le stesse.
    Però c'è molto garbo che non nasconde una forte decisione. La lentezza complessiva porta a fortissime accelerazioni che al culmine consentono anche di arrivare a forti contrasti.
    Qualche cosa che sarebbe semplicemente impossibile nella tensione creata da Bacchetti. Insomma, tranne rari momenti in cui mi chiedo ... se queste siano veramente le Goldberg che conosco io (cresciuto con le due versioni di Gould ascoltate fino ad averne la nausea), la complessità dell'opera viene affrontata con il giusto piglio e non senza una personalità che si legge anche senza vedere la pianista suonare (a differenza dell'atteggiamento reale di Bacchetti, quasi antitetico rispetto al modo in cui suona). Il finale - la ripresa dell'aria - avviene quasi sotto voce. Uguale ma diversa. E, per Beatrice, un nuovo inizio (per Andrea, una fine). Conclusioni Non siamo di fronte a due pianisti che hanno affrontato (ed affrontano) le Variazioni Goldberg per caso. Non lo hanno fatto senza avere nulla da dire o nulla da esprimere. Cogliamo tutto il loro essere pianisti - molto diversi - nelle due registrazioni.
    (Non riuscirei ad immaginare pianisti affermati sul piano internazionale - tipo Yuja Wang o Lang Lang - trovare qualche cosa da dire nelle Variazioni Goldberg, presi come sono nel turbine degli impegni concertistici quotidiani che hanno. Magari nella loro successiva maturità ....).
    Alla fine - seppure la mia simpatia vada più a Bacchetti - mi impressiona e cattura anche la versione di Rana e non riescono a decidere per un vincitore. Di certo adesso abbiamo la via italiana per questa composizione complessa e da bere tutta d'un fiato. Che siano 38 o 78 minuti, con il solo intervallo della Ouvertura (#16) non è qualche cosa che si possa mettere sul piatto improvvisando. Estrema, estrosa, piena di ornamenti quella di Bacchetti; spigliata, personale, elegante e con ampie escursioni velocistiche ma sempre aderente al testo, quella di Rana.
    Scegliete voi quale preferite, per me pari sono.

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Versus : I confronti 3

    Chopin, Notturno Op.27 n.2

    Il Notturno Op.27 n.2 in re bemolle maggiore è una delle pagine più celebri di Fryderyk Chopin. Fu composto tra il 1834 e il 1835. La struttura è semplice, la melodia iniziale si sviluppa in un clima limpido e sereno attraverso una serie continua di modulazioni fino ad arrivare ad un irresistibile climax dal qual poi si arriva in decrescendo alla conclusione. Il brano è in 6/8. E' interessante notare che all'indicazione di tempo "lento sostenuto" corrisponde invece un'indicazione metronomica piuttosto rapida, nella realtà mai rispettata dagli interpreti, anche quelli più frettolosi! Ma questa non è una novità per Chopin, il quale a dire il vero cessò di dare indicazioni metronomiche proprio dalle composizioni successive. E' un pezzo che è stato eseguito praticamente da tutti i grandi interpreti di Chopin, a volte in modi molto dissimili.  Mi sono divertito a ripescare e selezionare diverse esecuzioni. Mi ha stupito tra le altre cose la differenza nella durata dell'esecuzione: tra la più veloce e la più lenta ci sono quasi 2 minuti, che in un pezzo che dura circa 5 minuti non sono pochi. La prima interpretazione che vi propongo è quella di Jozef Hofmann. Forse in pochi oggi ricordano Hofmann, che è stato uno dei più grandi pianisti di tutti i tempi. La sua esecuzione è di una bellezza cristallina:   Niente a che vedere con la lettura del sulfureo Sofronitsky (il pezzo parte al minuto 4'50''):   Arthur Rubinstein è stato un rinomato interprete di Chopin e in particolare proprio dei Notturni. Apollineo:   Trascinante e ardente la lettura che ce ne dà il grande pianista romeno Dinu Lipatti:   Claudio Arrau è considerato un grande interprete dei Notturni. Onestamente la sua versione di quest'opera, per quanto irreprensibile, non è tra le mie preferite:   Ascoltate invece che meraviglia il suono di Cherkassky, la maniera in cui fa cantare lo strumento:   Di una fulgida bellezza è l'interpretazione di Pollini del 1968: Troppa caffeina e un minuto in meno in una più recente versione dal vivo dello stesso Pollini:   Molto ben calibrata la lettura di Ashkenazy. Ineccepibile:   Barenboim ce la mette tutta, ma la sua mano destra è molto dura:   Pletnev attacca il pezzo in modo piuttosto...deciso e poi sfodera una delle interpretazioni più lunghe e particolari: Purtroppo la qualità dell'incisione non rende giustizia a Stanislav Bunin, vincitore del concorso Chopin nel 1985, di cui ormai si sono perse le tracce:   Nikolai Luganski, eleganza e passione: Yulianna Avdeeva, premio Chopin nel 2010, esegue il pezzo con decisione e carattere, ma forse a tratti con eccessiva foga:   Yund Li, concorso Chopin nel 2010, non ce ne voglia, ma in questa registrazione sembra procedere con il pilota automatico: Valentina Lisitsa non riesce, a mio parere, a portare avanti in modo convincente lo sviluppo del pezzo, tra continui cambi di tempo: Niente a che vedere con l'interpretazione che ci regala la venezuelana Gabriela Montero. Tra le migliori:   Chiudiamo qui questa lunga carrellata cominciata nel 1935 con Hofmann e terminata con la Montero, che ci ha mostrato come un breve brano di neanche 80 battute possa essere interpretato in molti modi diversi.      

    Johannes
    Johannes
    Versus : I confronti
  • Queens : Handel Opera Arias

    Queens : Handel Opera Arias
    Roberta Invernizzi
    Accademia Hermans, FaBio Ciofini
    Glossa GCD 922904 Registrazione del 23-26 aprile 2016 al Teatro Cucinelli di Solomeo, pubblicazione del febbraio 2017 *** Non è certo una rarità nei nostri giorni, un disco dedicato alle arie dalle opere di Handel.
    In questo caso si tratta di una selezione di quelle delle regine (da cui il titolo Queens). Sono arie composte da Handel tra il 1720 e il 1730 - nel clou del suo periodo "italiano" a Londra come compositore e impresario teatrale - per primedonne come Francesca Cuzzoni e Anna Maria Strada del Pò. Quell'epoca segnò in un tempo il massimo splendore dei castrati e il loro declino, l'ascesa dei soprani e dei contralti (femminili) destinati a sostituirli in forza del regio decreto emesso da Carlo II Stuart che autorizzava le donne ad esibirsi in pubblico. I cantanti in quell'epoca erano vere e proprie superstar, capricciose e inseguite dai fans in visibilio, quasi come le rock-star dell'epoca. Le loro esibizioni erano un crescendo di audacia, di fioriture, di trilli, di esibizionismo, di uscite ad effetto (è inutile citare Farinelli ma anche la Cuzzoni, la prima vera primadonna della storia, la prima Cleopatra per la quale il ruolo fu scritto da Handel). Tutto quanto contribuiva a far spettacolo. Per la gloria e la borsa del nostro Caro Sassone, morto ricco e venerato come un nume. Non siamo più in un'epoca in cui una soprano può fare la primadonna, ma la ripresa del repertorio di Handel, anche quello dimenticato o trascurato (persino per insuccesso già alla prima rappresentazione) e una certa inflazione di rappresentazioni e di registrazioni discografiche, inducono spesso i registri e gli interpreti ad indulgere nel sensazionalismo. Non abbiamo - ovviamente - testimonianze del livello delle esibizioni dell'epoca né possiamo immaginarci il gusto degli appassionati di Opera del tempo di Handel. In fondo poco ce ne importa, siamo convinti che ogni epoca debba interpretare la musica secondo i propri valori.
    E' la forza della musica colta, che non resta segno morto ingiallito dal tempo ma rivive nella vitalità degli interpreti che la rileggono generazione dopo generazione. Ma, dicevo, una certa inflazione di repertorio handeliano, ha anche portato certi eccessi di drammaticità, appesantendo un tratto che in Handel, non è mai greve o sovrabbondante. Abbiamo adesso regine che in guepiere copulano sulla scena con il proprio amante per vendicarsi del re infedele. E regine che covano nell'ombra desiderio di vendetta degni di Rigoletto. Non fosse già solo per la dizione perfetta, la voce bellissima, il fraseggio leggero e, in generale, il gusto delicato, la scelta di una selezione non frequentatissima (a parte il celeberrimo "Ah, mio cor, schernito sei" di Alcina), basterebbe la mia simpatia per il garbo della signora Invernizzi. Signora a tutti gli effetti, perché non deve ricorrere a tremoli esagerati e a fioriture esibizionistiche e a pantomime d'avanspettacolo per toccare l'ascoltatore con il suono semplice, di quel sassone di cui Beethoven diceva "gli bastava poco per raggiungere l'effetto giusto". Una vera boccata d'aria pura. Non mancano ovviamente sul mercato, proposte differenti da questa, spesso con accenti sassoni degni dello stesso Handel, piuttosto che isterie adatte agli studi di Freud, qualche volta coinvolgenti, altre effettivamente di troppo, da cui scegliere a seconda del nostro feeling quotidiano.

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Vocale e Corale

    Gli imperdibili

    Una lunga e soggettivissima carrellata di interpretazioni capitali che - noi crediamo - non bisognerebbe trascurare.
    Non stiamo parlando della solita discoteca ideale, quella non esiste, ma delle interpretazioni di singole composizioni o intere opere, che ognuno dovrebbe ascoltare, apprezzare e portare nella più solitaria dele isole deserte per tenerle con se, come un tesoro. Spazieremo per tutti i generi e per tutte le epoche ma solamente secondo il nostro umile e modesto metro, senza la pretesa di essere asseveranti. Nei commenti a questo articolo le nostre proposte, aggiornate di volta in volta mano a mano che ... ci vengono in mente  

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Interpreti 15

    Janine Jansen : Prokofiev

    Prokofiev
    Concerto per Violino e Orchestra n. 2 in Sol minore, Op. 63
    Janine Jansen
    London Symphony Orchestra
    Vladimir Jurowsky Sonata per due violini in Do maggiore, Op. 56
    Janine Jansen, Boris Brovtsyn Sonata per violino e pianoforte in Fa minore, Op. 80, n.1
    Janine Jansen
    Itamar Golan Berlino e Londra, giugno 2012 - Decca *** Un programma tutto dedicato a Prokofiev per violino quello registrato da Janine Jansen nel 2012 per Decca:
    Se il concerto per violino e orchestra è stabilmente nel suo repertorio, lo è più di rado la sonata per violino e pianoforte.
    E' rarissima la sonata per due violini. Si tratta di composizioni che segnano la transizione dell'ultimo periodo compositivo di Prokofiev, giusto sul finire del suo periodo errante per l'Europa, quale esule volontario lontano da casa e poi di ritorno nella madrepatria Russia. E' ben chiaro nella struttura del programma e ben evidenziato dagli interpreti. Pieno di reminiscenze dello stesso materiale di Romeo e Giulietta (gli appunti nel taccuino dell'autore di quel periodo riportano frammenti di temi comuni, sia al concerto che alla sonata per due violini, e al balletto cui stava lavorando per la scrittura ottenuta dal Bolshoi) il concerto è tra le pagine più liriche scritte da Prokofiev. Si sente nostalgia per la patria insieme ad un forte orgoglio nazionale per l'uso di materiale tematico di origine popolare. In realtà nato su richiesta di uno dei due componenti del duo di violinisti che fecero la prima della sonata per due violini - Robert Soesens - che gli chiese un concerto per violino a lui dedicato che in qualche modo facesse il paio con quello che Stravinsky aveva appena scritto per il suo partner nella sonata, Dushkin.
    La rivalità personale e professionale tra Prokofiev e Stravinsky era tanto accesa che Prokofiev non si fece pregare, pur a costo di scrivere buona parte della orchestra durante il tour in giro per l'Europa in cui accompagnava i due musicisti. Nel secondo movimento del concerto ci sono anche richiami evidenti a Petrushka.
    Vladimir Jurovsky, alla testa della London Symphony Orchestra, è tra i più accreditati interpreti di Prokofiev.
    Di recente ha accompagnato anche Patrizia Kopatchinskaya nel Secondo Concerto di Prokofiev. La struttura musicale é impostata alla semplicità con cui Prokofiev scriveva la sua musica in quel periodo. L'orchestra stessa è molto leggera.
    La musica frizzante.
    Probabilmente in previsione della prima, fissata a Madrid (siamo nel 1935), sono stati aggiunti effetti ritmici (nacchere) spagnoleggianti.
    Il tema principale del terzo movimento in effetti ricorda qualche genere di danza spagnola, almeno nella sua espressione generale.
    Il violino è accompagnato anche nelle  sue evoluzioni da rullanti e percussioni che ne rendono le sue ossessive volute ancora più decise.
    Il concerto stesso si chiude con un accordo secco, come molti movimenti del Romeo o Giulietta. Di carattere molto più intimo la sonata per due violini, certamente non intonata al do maggiore come potrebbe sembrare.
    Di una difficoltà tecnica inutile da sottolineare.
    E' singolare ricordare come Prokofiev stesso pensasse alla struttura di una sonata per due violini come molto difficile da rendere ascoltabile senza essere stancante. Un massimo di 10-12 minuti pensava lui : non potevano esserne tollerati in più.
     
    Boris Brovtsyn, suona alla pari con la Jansen nella complessa struttura della sonata per due violini La sonata per due violini è del 1932 ed è l'apoteosi del virtuosismo formale.
    Di grande impatto lirico e di un rutilante fervore il concerto, completato e rappresentato in pochi mesi nel 1935, prima del ritorno in Russia dell'autore e della su famiglia.
    La sonata per violino e pianoforte viene più volte accantonata per far posto ad altre composizioni, sebbene anche in questo caso si trovino tra gli appunti accenni precedenti, fin dal 1938, in pieno terrore staliniano. Ma viene completata solo nel 1946.
    Dopo un periodo particolarmente scuro della vita di Prokofiev, segnato dall'ostilità del regime, dall'arresto di amici e colleghi, compresa la ex-moglie accusata di spionaggio.
    E poi la guerra e le sue tragedie.
    Janine Janse e Itamar Golan, interpreti della sonata per violino e pianoforte, sono sovente insieme in recital cameristici Eppure, nella sua fosca, scura, lenta costruzione è di una bellezza senza pari.
    Ricorda, non a caso, la musica da camera di Shostakovich dello stesso periodo. Segnata e dolorosa eppure in un certo senso, liberatoria, come una sorta di rifugio. Con passaggi fortemente drammatici, sottolineati dalla percussività con cui vengono suonati i due strumenti. Questa sonata fu rappresentata il 23 ottobre del 1946 da David Oistrakh e da Lev Oborin.
    Il primo e il quarto movimento, vennero suonati da Oistrakh stesso al funerale di Prokofiev, nel 1953.
    Durante la prima, Prokofiev insistette perchè i passaggi più aspri fossero condotti nel modo più aggressivo possibile.
    Janine Jansens durante le registrazioni del concerto di Prokofiev   Per tutto il disco il tono deciso e al tempo stesso sensuale dello Stradivari 1727 di Janine Jansen è il protagonista.
    Senza mai indulgere nel mieloso o nel melanconico, con un vibrato limitato al minimo, è protagonista di alcune delle più intense pagine scritte da uno dei grandi musicisti del '900.  
    Dal libretto Decca (con tutti i credits del caso) devo ammettere che non posso fare a meno di lacrimare di commozione durante i primi passaggi dell'andante del Concerto per Violino.
    Ma la forza con cui conduce il terzo, effervescente movimento è sensazionale e mi rimette subito in riga. La Jansen è realmente uno dei violinisti più influenti della sua generazione. Qualche volta appare distaccata ma il suo suono non è mai freddo, forse aggressivo. Questione di temperamento. In conclusione, perchè mi sto attardando, questo è un disco affascinante dalla prima all'ultima nota. Un pò formale la sonata per due violini ma certamente il mezzo per dimostrare la profondità e la padronanza dello strumento sia dell'autore che degli esecutori, non certo adatta a momenti di depressione la sonata per violino e pianoforte che raccomanderei di prendere con la dovuta cautela "leggendo bene le modalità d'uso", mentre il concerto è certamente tra le mie pagine preferite della letteratura per violino e orchestra. All'altezza tutti, non solo la Jansen. Jurovsky asseconda la solista con la giusta disinvoltura senza far mai calare la tensione, Brovtsyn è sorprendete, Itamar Golan virile quanto serve. Un disco che consiglio senza riserve. Ma in ogni caso, se lo ascoltate tutto d'un fiato come ho fatto io adesso, al termine della sonata per violino e pianoforte, per rinfrancarvi,  riascoltate l'Andante Assai del concerto per violino.
    Tenete gli occhi ben chiusi e lasciatevi andare a seguire con il busto, le spalle e la testa il canto della Jansen. Sarete immediatamentetrasportati sotto al balcone di Giulietta. Anche se Romeo ancora non lo sa  

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Orchestrale 5

    Alexander Melnikov: Four Pianos, Four Pieces

    Alexander Melnikov: Four Pianos, Four Pieces. Franz Schubert, Fantasia in Do Maggiore D760 " Wanderer". Pianoforte Alois Graff, Vienna 1828-1835 circa. Fryderyc Chopin, 12 Etudes Op.10. Pianoforte Erard, Parigi 1837. Franz Liszt, Réminiscences de "Don Juan". Pianoforte Bösendorfer, Vienna 1875 circa. Igor Stravinsky, Tre movimenti da Petrushka. Pianoforte Steinway & Sons, Model D-274 Concert Grand. 2014. Harmonia Mundi 2018. In tutta onestà, quando ho letto di questo album in cui quattro diverse composizioni vengono suonate su altrettanti pianoforti, ho pensato all'ennesima trovata di marketing, pur conoscendo la serietà di Melnikov. E così, una volta comprato il disco in formato 96/24, mi sono messo all'ascolto, con quell'ombra di pregiudizio di chi guarda ancora con sospetto alle esecuzioni con strumenti d'epoca.  E invece...bum!...una rivelazione: Melnikov spazza via tutti i miei pregiudizi e il suo disco si rivela essere uno splendido omaggio al popolare strumento a tastiera. Ma partiamo dall'inizio. Lo sviluppo del pianoforte in senso moderno avviene in epoca romantica con il francese Sébastien Erard, innovatore della meccanica dello strumento con accorgimenti tecnici impiegati ancora oggi (ad esempio il cosiddetto "doppio scappamento"). Successivamente l'introduzione dei telai in metallo e di casse armoniche più ampie, intorno al 1840, e quindi la possibilità di aumentare la tensione delle corde e di conseguenza la potenza del suono, mantenendo più a lungo l'accordatura, ha portato il pianoforte a essere utilizzabile anche in sale da concerto più ampie. Ma il percorso dai primi pianoforti dei vari Erard, Pleyel, Graff agli attuali pianoforti da concerto fu piuttosto lungo e l'evoluzione della meccanica procedette parallelamente all'evoluzione del suono prodotto. Ascoltare l'Alois Graff del 1835 usato qui da Melnikov per la fantasia Wanderer di Schubert ci riporta in una dimensione timbrica molto, molto diversa da quella alla quale siamo abituati con i moderni strumenti. E' uno strumento particolare, con un'ottava in meno rispetto agli attuali pianoforti, con i martelletti rivestiti di pelle (quello moderni sono di feltro) e ben cinque pedali a disposizione del pianista per produrre diversi effetti, da quello per suonare a "una corda" a quello che il libretto chiama "drum/bells" (tamburo e campane!). E' un pianoforte che appartiene allo stesso Melnikov e si sente, perché la facilità con la quale tira fuori tutto il meglio da questo strumento così particolare deve avergli richiesto una lunga pratica. E ricordiamoci che qui Melnikov non sta suonando  una sonata di Mozart, ma la diabolica Fantasia Wanderer. Se la prima impressione è quella di un suono sferragliante, basta ascoltare l'inizio del secondo movimento per capire che nessun pianoforte moderno possa restituire l'atmosfera creata da questo Alois Graff. Negli Etudes Op.10 Melnikov usa un Erard del 1837 con martelletti in feltro. Chopin prediligeva per i suoi concerti i Pleyel e gli Erard e sono proprio alcune innovazioni meccaniche di questi ultimi, come il "doppio scappamento", che favorisce il legato e la rapida ripetizione della stessa nota, così come "la sordina", che facilitano quello che la scuola francese chiama il "jeu perlé".  Anche il Boesendorfer, utilizzato qui nelle Rémoniscences de "Don Juan" di Franz Liszt, appartiene alla collezione personale di Melnikov. E' uno strumento viennese del 1875 con i martelletti in feltro rivestiti di pelle. A detta dello stesso Melnikov è un animale difficile da domare, con una meccanica primitiva rispetto agli Erard di quarant'anni prima, che rende particolarmente difficile il legato e le note ripetute, ma con un suono molto caratteristico e ricco. Melnikov lo suona ormai da vent'anni e lo ha già impiegato in tre incisioni dedicate a Brahms. Le Réminiscences sono un altro pezzo di bravura e qui l'accoppiata pianista-strumento, nonostante questo particolare brano non sia tra i miei prediletti, mi ha convinto ancor più che nelle due composizioni precedenti.  Questo Boesendorfer è già uno strumento più maturo rispetto ai due precedenti, così il salto allo Steinway, sebbene lontano anni luce, non è poi così fuori misura.  Lo Steinway Modello D è un bestione lungo 274 centimetri e pensato per le moderne sale da concerto: E' uno strumento da circa 100.000€, diffusissimo nelle sale da concerto di tutto il mondo, caratterizzato da una dinamica straordinaria e dal suono omogeneo e brillante. Qui Melnikov usa un bello Steinway nei difficilissimi tre movimenti da Petruschka di Stravinsky, composizione del 1921 ispirata al celebre balletto e pensata per Arthur Rubinstein. Anche qui, come nei pezzi precedenti, la tecnica pianistica e lo strumento sono solo dei mezzi attraverso i quali passa la ri-creazione del brano musicale. Mi rendo conto di aver parlato fin qui più che altro di pianoforti, com'è normale, ma vi assicuro che, in tutte le composizioni di questo disco, appena superati i primi momenti di ascolto in cui l'orecchio si adatta al suono dello strumento utilizzato, ci si abbandona con piacere al fascino dell'universo musicale e sonoro creato da Melnikov. E' un pianista che seguo con molto interesse da qualche anno, sia come solista, sia insieme alla violinista Isabelle Faust. Sapevo della sua passione per gli strumenti del passato e infatti lo avevo già acoltato alle prese con pianoforti d'epoca, come nell'ultimo disco insieme alla Faust con musiche di Fauré e Chausson, dove suona un Erard. Questo disco va molto oltre e, come dicevo all'inizio, per me rappresenta uno splendido omaggio al pianoforte attraverso due secoli di storia. Può essere interessante sapere che Melnikov ha proposto un esperimento simile anche dal vivo, portando tre diversi strumenti in scena. Un ultima nota riguarda alla qualità della registrazione. Restituire le diverse sonorità e le diverse dinamiche di quattro strumenti così diversi tra loro deve aver rappresentato una bella sfida per gli ingegneri del suono. La sfida è nel complesso riuscita, il livello complessivo della registrazione è ottimo, con l'eccezione di Stravinsky, in cui, se da un lato vengono comunque preservati la dinamiche e i timbri meravigliosi di questo strumento, dall'altro un posizionamento dei microfoni troppo vicino alle corde produce un suono che fatico a riconoscere come naturale. In conclusione, se non l'aveste ancora capito, per me questo è un bellissimo disco, candidato a essere uno dei migliori del 2018. Lo è per l'idea che ne sta alla base, ma soprattutto per come è stata realizzata. Bravo Melnikov!              

    Johannes
    Johannes
    Strumentale 4

    Mozart: Violin Sonatas

    Alina Ibragimova (violino), Cédric Tiberghien (piano) Mozart Violin Sonatas Hyperion 2017 Manca ancora il quinto volume per completare questa bella integrale delle sonate per violino e pianoforte di Mozart, ma già è un fioccare di premi e menzioni per Alina Ibragimova e Cédric Tiberghien. A dire il vero sorprende la scelta dei due artisti di dedicarsi alla registrazione di tutte le sonate per violino e pianoforte, che sono trentasei, non tanto per il numero, quanto per il livello compositivo molto poco omogeneo. Le prime 16 sonate furono composte da Mozart a un'età compresa tra i sette anni e i 10 anni, mentre le successive furono composte dopo una pausa di dodici anni tra il 1778 e il 1788. Nelle sonate di gioventù è il pianoforte che ricopre il ruolo principale, mentre il violino svolge un ruolo di accompagnamento, secondo una tendenza allora in voga. Erano pensate per essere eseguite in casa e molto probabilmente per mettere in risalto le capacità del giovane pianista. Il livello delle sonate successive varia molto a seconda delle circostanze in cui ciascuna sonata fu composta, principalmente dal committente e dalla bravura del violinista destinato a suonarla. Per fare un esempio la bellissima K454 fu eseguita davanti all'Imperatore Giuseppe II e suonata dalla violinista italiana Regina Strinasacchi, celebre a quei tempi, mentre la successiva e deludente K547, ultima delle sonate, fu probabilmente pensata, sebbene mai pubblicata in vita, per essere venduta come sonata facile a musicisti principianti. Tuttavia, anche le partiture più semplici possono portare a risultati sorprendenti quando affidate a musicisti di questo calibro. Alina Ibragimova è una violinista russa, cresciuta a Londra, Cédric Tiberghien è un pianista francese. Suonano insieme ormai da più di dieci anni e si sente!   E' notevole la fluidità che riescono a imprimere al discorso musicale. Anche nelle sonate più semplici, la raffinatezza, la vitalità, la sensualità delle loro interpretazioni sono totali. Cédric Tiberghien ha un ruolo di primissimo piano e non delude: con un suono molto articolato e limpido, e un uso molto parsimonioso del pedale, rende perfettamente lo stile mozartiano. Ibragimova è sublime nell'intrecciarsi con le linee del pianoforte, in modo spontaneo e naturale, sempre originale, anche nelle numerosi parti ripetute. Anche se, in tutta onestà, ad un ascolto prolungato le sonate giovanili possono diventare rapidamente stucchevoli e forse avrebbe potuto avere un senso non inciderle proprio, questa integrale rappresenta un punto di riferimento certo per chi fosse interessato a questo repertorio.  

    Johannes
    Johannes
    Cameristica 4
  • ADCOM GFA 555 : l'Amplificatore

    Oggi ho trovato un po 'di tempo e voglio parlarvi di un amplificatore di potenza   che ha inteso nel panorama della riproduzione della musica ad alta fedeltà. Mi riferisco all'amplificatore di potenza ADCOM GFA 555.   L'Adcom GFA 555 è stato l’archetipo di una nuova era di amplificatori ad alta potenza ed ad alta corrente, corso inaugurato dal suo progettista Nelson Pass. Tale amplificatore fa parte dei mostri sacri dell’alta fedeltà oramai da trentacinque anni e ha visto quasi contemporaneamente nel tempo affacciarsi alla ribalta altri costruttori, quali ad esempio Bryston e krell, giusto per citare due nomi noti.  Cosa ha di particolare tale amplificatore così dimesso nell’aspetto? Innanzitutto chiariamo che è un amplificatore finale di potenza stereo e quindi necessita di un preamplificatore da frapporre tra lui e la sorgente sonora. Si ha un aspetto dimesso ma nasconde un rapporto qualità/prezzo elevatissimo.     E dotato di un basso superbo con una gamma media e alta significativa ma quasi scevra da alcunché di colorazione.   Nel 555 non c’è nessuna durezza o perdita di dettaglio, tipica di amplificatori a stato solido ad alta potenza, e può essere considerato un giusto concorrente del Krell, con la sua capacità di rendere le quattro ottave superiori brillanti e dettagliate.   Dotato come i migliori valvolari di una resa realistica e stabile dell’immagine, è un amplificatore capace di restituire dolcezza e dettaglio anche quando è sollecitato per erogare potenze superiori ai 200 watt per canale, nominali a 8 ohm.     Al superamento della potenza massima, allorché la distorsione supera il valore dell’1% si accendono i led di sovraccarico presenti sul pannello.  I valori che caratterizzano quest’amplificatore sono i seguenti:   Banda passante :                               4-150.000 Hz
    damping factor:                                150-200
    Guadagno                                           27 dB
    Rumore:                                              -106 dB
    Potenza al clipping:                           242 watt a 8 Ohm, 352 a 4 Ohm, 465 a 2 Ohm (distor. < 0,25%)
    Potenza impulsiva:                             352 watt a 8 Ohm, 630 a 4 Ohm, 1120 a 2 Ohm.
    Potenza per collegamento a ponte: 760 watt a 8 Ohm 900 a 4 Ohm.   L’amplificatore è dotato di un commutatore per il passaggio da stereo al funzionamento mono a ponte. Lo stadio di uscita di ciascun canale ha 8 transistor capaci di erogare più di 20 ampere anche nelle condizioni di carico più gravose.   Il suo costo nel 1985 era di appena un milione e mezzo di lire e vista la qualità e la disponibilità di essere pilotato a ponte, ha invogliato molti di noi audiofili, a dotarsi di una coppia di  questi amplificatori in modo tale da poter usufruire di  una potenza di oltre 700 watt per canale. Il funzionamento a sostenuta potenza può portare ad una temperatura sui dissipatori superiore a 75°. In tal caso un circuito termico d’interruzione spegne l’amplificatore, ripristinando il funzionamento al diminuire della temperatura.   A onor del vero in 34 anni di funzionamento non sono mia riuscito a portare i miei due GFA 555 a  sovraccarichi di potenza, neanche nei periodi estivi più caldi e i led indicanti l’incipit di una distorsione non si sono mai accesi   Aprendo un GFA 555 si rimane meravigliati dal grosso toroidale al centro dello chassis e dai grossi elettrolitici di oltre 60.000 microfarad con 100 volt di isolamento.   La qualità della componentistica è fatta per durare quasi in eterno e i cablaggi a vista fatti a mano da personale. Oggi chi ce l'ha lui tiene stretto, anche perché oggi un amplificatore con queste caratteristiche non costa meno di sei, settemila euro.

    bergat
    bergat
    Audio 1

    HIFIMAN Sundara

    Nel ricco catalogo di cuffie HIFIMAN questo modello si piazza sostanzialmente come punto di ingresso della sua fortunata gamma di cuffie magnetostatiche o planari. HIFIMAN Sundara rappresenta anche una ulteriore evoluzione in termini costruttivi. La prima generazione non ha proprio ricevuto consenso ampio in materia di qualità costruttiva e consistenza.
    Anzi, non sono poche le critiche per esemplari difettosi dall'origine o che meccanicamente hanno resistito poco ad un normale uso. Questo apparecchio invece é allineato verso l'alto alla V2 di HE400i e HE560, con il nuovo archetto in metallo, padiglioni nuovi, più grandi e in generale una cura costruttiva almeno allineata al prezzo di acquisto. Caratteristiche di targa - peso 372 grammi
    - sensibilità 94 db
    - impedenza 37 Ohm
    - cavo in dotazione da 1.5 metri, tipo "cristallino", connettori dorati da 3.5 mm a mini-jack separati per canale destro e sinistro Costruzione la griglia di protezione è di modello più grande e robusto rispetto ai modelli precedenti.
    Il padiglione stesso è più ampio ed avvolgente. resta la possibilità di ruotare singolarmente i due padiglioni in modo da adattarsi ad ogni morfologia del capo. il nuovo diaframma, più sottile e più veloce, è ben protetto nel suo alloggiamento. con la Sundara viene anche introdotto il nuovo connettore a mini-jack da 3.5mm, il terzo tipo d'attacco per HIFIMAN dopo quello iniziale - scomodissimo - a vite e quello successivo con mini-jack da 2.5mm, simile a quello delle Sennheiser HD700. Speriamo che sia quello definitivo, anche perchè adesso è comune anche a quello di Ananda, Arya ed HE400i V2/HE560 V2. ancora un dettaglio dell'esterno - bellissimo - dei grigliati di protezione dei padiglioni.
    Sono a prova di impatto di ogni genere, pur mantenendo totale apertura verso l'esterno. Se posso invece fare un appunto è all'interno del padiglione, quello a contatto con la testa. Morbido e vellutato ha anche un effetto "calamita" verso ogni pelucco di casa come si vede nella foto che segue. i due archetti recano all'interno la lettera che evidenzia il canale R- destro ed L-sinistro, per facilitare la presa Sulla costruzione quindi, siamo al di sopra di ogni sospetto, almeno in apparenza e salvo una verifica sul medio-lungo periodo.
    E' un modello recente - metà 2018 - quindi non abbiamo riscontri in tal senso. Ma all'apparenza consistenza e materiali sembrerebbero allineati al prezzo (lo street price attuale si aggira intorno ai 349 euro qui in Europa, era di 499 al lancio). Tecnologia HIFIMAN si è fatta un nome in questi anni per le sue cuffie planari.
    Si tratta di una tecnologia che non impiega normali diaframmi dinamici, quelli - per intenderci - dei normali altoparlanti hifi.
    In comune con le elettrostatiche hanno il fatto di impiegare sottilissimi diaframmi in materiale sintetico, molto, molto leggeri ma al contempo più grandi dei normali diaframmi dinamici metallici, ovviamente planari, non ricurvi.
    Sono immersi in campi elettromagnetici che fungono da motore, ma il funzionamento del sistema non richiede - a differenza delle elettrostatiche - di impiegare alte tensioni generate per mezzo di amplificatori/elevatori di tensione dedicati e separati.
    Queste invece hanno impedenze normali ed operano con le normali tensioni generate dai comuni amplificatori per cuffie, anche dei sistemi portatili. Una disamina tra le caratteristiche delle diverse tecnologie esula dagli scopi di questo articolo ma basti in questo ambito definire idealmente una risposta più aperta e trasparente come caratteristica di base comune per le cuffie elettrostatiche e planari, rispetto alle tradizionali dinamiche Indossate Per chi ha una testa "normale" l'uso delle Sundara non da origine ad alcuna controindicazione.
    Anche portate per lungo tempo non stancano. I padiglioni avvolgono le orecchie comodamente - meglio delle HE400/HE560 - e il peso è da considerarsi leggero.
    La pressione applicata sui lati del capo è adeguata ad assicurare una buona adessione, appena un filo superiore al necessario secondo me. Le ho trovate più comode della media, almeno per le cuffie con il padiglione circumaurale circolare. Queste cuffie sono aperte, manca del tutto l'isolamento con l'esterno. E' una scelta progettuale precisa, comune ai prodotti di questo genere e tipo e per questa casa. Il risultato è una grande qualità del suono unita ad una limitata fatica di ascolto. Io ho usato per lungo tempo cuffie chiuse e conosco bene la differenza in termini di fatica diretta e indotta dalla necessità di avere un isolamento dall'ambiente, per non essere disturbati dai suoni circostanti o per non disturbare chi ci sta vicini. Queste però non sono cuffie per lavoro ma da utilizzare per piacere. E' giusta e corretta la pretesa di poterle portare anche per ore senza incorrere in inconvenienti. Interfacciamento Apparentemente la bassa impedenza le renderebbe adatte anche ad impieghi portatili, complice anche una discreta sensibilità.
    Nella realtà tutte le cuffie magnetostatiche richiedo una amplificazione con una buona capacità di erogazione di corrente, spesso anche con la necessità di alzare parecchio il volume.
    Meglio indirizzarsi quindi su amplificatori dedicati di buona qualità e con caratteristiche adeguate. Io le ho usate con apparecchi Audio-GD, sia il mio preamplificatore NFB-1AMP alimentato da un DAC NFB 7.1 che con l'eccezionale all-in-one Master 11 Singularity. Entrambi in grado di erogare correnti capaci di pilotare anche le cuffie più dure della terra. Da valutare concretamente - potendo - la possibilità di sostituire il cavo in dotazione con uno di tipo bilanciato, in modo da avere una erogazione ancora più potente e lineare.
    Io ho usato un cavo artigianale della inglese OIDO, decisamente ben azzeccato e trasparente. Suono Arriviamo alla parte cruciale della recensione.
    Sarebbe inutile avere una tecnologia di tendenza come quella planare, una costruzione di buon livello, una buona predisposizione ad essere pilotate in scioltezza lato amplificazione se poi il suono non ci piace. In questo devo anticipare un mio giudizio complessivamente sufficiente ma misto. Ovvero, pur rodate adeguatamente - c'è chi crede al rodaggio delle cuffie, per me ha un senso propriamente compiuto con le cuffie dinamiche ad alta impedenza, elettrostatiche e magnetostatiche non beneficiano così tanto di un pò di "cottura" che comunque male non può fare - facendo girare per tre giorni la 3a di Mahler, fuori dalla scatola non mi hanno convinto del tutto. Ho trovato un basso molto, forse troppo contenuto, dei medi maledettamente indietro e, di contro, alti e altissimi estremamente tormentati. Il risultato é un suono asciutto nel suo complesso, un pò secco, fastidioso nel lungo, mai coinvolgente sulle voci - specie femminili - e con gli archi sempre troppo in evidenza.
    Naturalmente non sto parlando del suono di un trapano da dentista, ovviamente no, queste sono e restano cuffie di gran classe, pur essendo il modello di base di una marchio che oramai offre cuffie fino a 50.000 euro (!), ma non così naturali come l'amante di musica barocca che vive dentro di me vorrebbe. Per questo sono andato a misurarne la risposta in frequenza con il mio microfono Ears di Mini-DSP. Ed ho avuto la conferma alle mie impressioni d'uso :
    HIFIMAN SUNDARA : risposta in frequenza misurata con REW Dunque, io non appartengo alla ristretta schiatta dei puristi e operando in puro campo digitale, ritengo non solo un diritto ma un dovere, operare equalizzazioni non solo per attenuare i difetti dei nostri apparecchi audio ma anche per adattarli alle nostre aspettative. Se nelle cuffie è normale l'applicazione dell'equalizzazione Harman un motivo ci sarà, tanto che per qualche marchio in gran voga oggi é automatico introdurla a livello di DSP audio incorporato nell'amplificazione di controllo, suscitando poi grande considerazione tra gli utenti.
    Per chi di noi utilizza player digitali come JRiver o Foobar è anche più facile calcolare una serie di filtri digitali che compensino i picchi della risposta in frequenza ed imbriglino una impostazione forse di fabbrica non esattamente inclinata per le nostre esigenze. Io non so cosa ne possano pensare gli appassionati di musica elettronica o tecno, di rock o di musica sintetizzata ma certo per chi ascolta musica acustica, sia classica che jazz, una risposta naturale dovrebbe essere alla base di ogni trasduttore. In questo modo io ho fatto diventare godibili anche le Sennheiser HD700 che all'origine sono praticamente inascoltabili, figuriamoci le Sundara che partono da una base di altro genere. Attenuati i picchi tormentati di alti e altissimi, allineato il medio su un andamento appena discendente e, volendo, incrementando di due o tre decibel i bassi sotto ai 100 Hz anche il proprietario di queste cuffie ha finalmente potuto apprezzarne il valore. In sintesi, se mi sento di dare un voto 6 striminzito alle Sundara "di fabbrica", andiamo ad un bel 8 pieno una volta equalizzate e alimentate tramite un buon cavo di qualità con un connettore XLR Neutrik.   Conclusioni Molto belle esteticamente e ben costruite, con la scelta di buoni materiali, ho trovato l'unico difetto in una certa propensione ad attirare tutti pelucchi di casa all'interno dei padiglioni.
    Per il prezzo richiesto all'origine (499 euro) un suono di fabbrica non troppo coinvolgente, tendente al secco e all'asciutto.
    Meglio, molto meglio le HE400i V2 "liscie" che ben conosco, e ancora meglio le venerabilie HE560 V2 che sono ancora insuperate nel catalogo HIFIMAN in quella che era la loro fascia di prezzo (era di 850 euro, adesso le si trovano a 400 euro, nuove).
    Lontane anni luce dai modelli superiori di oggi, Ananda ed Arya.
    Mancano di corpo, hanno i medi indietro e gli altri troppo tormentati. Il prezzo attuale le rende più appetibili ma meglio ancora se possiamo migliorarle senza nemmeno prendere in mano un cacciavite. Cambiato il cavo ed equalizzate in digitale, cambiano come dal giorno alla notte.
    Il suono diventa suadente, si apprezza finalmente il dettaglio e l'ariosità del nuovo diaframma (che è diverso, più sottile, più rapido e dinamico di quello dei vecchi modelli) e la fatica di ascolto diventa semplicemente assente. Resta in ogni caso una certa facilità di alimentazione anche se ad onor del vero mi sono sempre ritrovato ad alzare molto il volume rispetto al solito per avere una piena capacità di analisi sulle voci, con il risultato di ... rischiare di guastarmi ... i timpani.
    E' un "difetto" delle magnetostatiche ed elettrostatiche, avere un livello così basso di distorsioni da favorire l'ascolto a livelli "pericolosi".
    Ma queste mi sembrano un pelino più "dure" di altri modelli della stessa casa. Confrontati con modelli dinamici che conosco, mostrano un suono di una ricchezza e dettaglio estremamente più evoluto, rispetto - ad esempio - alle Sennheiser di fascia di prezzo equivalente (comprese le Sennheiser HD700 che stavano a 1000 euro, si trovano adesso a 450 euro).
    Ma sinceramente io ho sempre trovato stucchevole confrontare tecnologie differenti : semplicemente non sono sovrapponibili ed adatte a destinazioni, palati e aspettative differenti. Al prezzo attuale (349 euro su Playstereo) sono un affarone, un vero bargain, anche considerando che si trovano HE400i nuove a 175 euro (direttamente da HIFIMAN, almeno fino all'ultima volta che ho guardato). Da valutare con attenzione le HE560 V2 al confonto ma si dovrebbero poter ascoltare ed è un peccato che oramai pochissimi negozi offrano questa opportunità.
    Comunque secondo il mio giudizio, le HE400i mantengono un suono più caldo e pieno sui bassi, anche senza equalizzazione. Le HE560 sono invece più neutre e delicate ma il suono è abbastanza simile a quello della Sundara equalizzate. Con le Arya - non conosco le Ananda - mi spiace ma non c'è confronto (e non c'è confronto con nulla che io conosca, sinora, almeno sotto ai 2000 euro). Non parlo della riscotruzione spaziale perchè a mio giudizio, con le cuffie è un discorso in generale privo di senso. Provate un buon sistema di altoparlanti dipolari magnetostatici e poi ne riparliamo (!). Da provare, potendo ma in generale, le consiglio per chi ama la musica acustica e sia disposto ad accettare l'opportunità di manipolarne un pò la risposta in frequenza.
    Diversamente forse è ancora meglio cercare un paio di HE400i d'occasione, anche se per me le Sundara sono molto più confortevoli da indossare a lungo ... e anche questo è un fattore da tenere nel debito conto. Ah, quanto è difficile cercare il paradiso degli ascoltoni ! Ringrazio l'amico Giovanni per il prestito delle sue cuffie nuove e del suo meraviglioso preamplificatore Audio-GD Master 11.

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
    Audio 1

    DIP21 : Dirac Live Correction

    Bene, parliamo di un argomento che va a braccetto con i tempi moderni ma che farà arricciare le narici e raddrizzare i peli ai puristi.
    Puristi di che ?
    Non so, vedete voi. Io sono passato da tempo al 100% al Computer Audiofilo e quindi sinceramente di certe argomentazioni tardo ottocentesche me ne infischio. In fondo credo siano battaglie di retroguardia e non voglio nemmeno perdere troppo tempo a rintuzzare i contrattacchi del nemico in fuga.
    Che continuino a pascersi nelle loro incertezze.
    Qui le cose sono molto più chiare. Dismesso l'elettrodomestico musicale (il lettore CD) da lustri e passato tutto in digitale puro con un software che fa da lettore dentro ad un bel computer, non vedo perchè legarsi le mani evitando di andare oltre. Avete presente la risposta dei vostri bellissimi diffusori in camera anecoica con cui vi siete convinti di fare l'acquisto ideale a suo tempo ? Tutte balle, valide solo in quell'ambiente.
    Ma nel vostro, bene che vi vada, tra riflessioni, risonanze, rimbalzi, vetri e finestre, le cose saranno di gran lunga differenti.
    E quindi il suono che sentirete e a cui vi abituerete sarà ben diverso da quello che il progettista ha immaginato e ... vi ha venduto. Non ci credete ? Dotatevi di un microfono USB da poche decine di euro (come il miniDSP UMIK-1 che uso io) e un programma di misurazione free come REW e lo vedrete in pochi minuti.
    Poi vi farete domande sciocche che non meritano grandi risposte. E' così e non ci si può fare molto. Tappeti, trappole per i bassi, sofà e controsoffitti non vi aiuteranno molto a rendere lineare, pulita e coerente la risposta dei vostri diffusori in ambiente.
    Tenete conto che sicuramente sarà diversa la risposta dei due diffusori tra loro. E che difficilmente vi riuscirà di sistemarla semplicemente spostando un diffusore avanti o indietro. questa è la risposta dei due canali dei miei nuovi DIP 2, due affari enormi di cui sto parlando su queste pagine.
    Li ho concepiti, progettati, costruiti e regolati io me medesimo da solo.
    Utilizzando la tecnologia che il 21° secolo ci mette a disposizione. Fa spavento, vero ?
    Eppure sarà facilmente simile anche quella dei vostri, purchè non abitiate in una camera anecoica o in un teatro greco. Che si può fare ? Si può ricorrere all'equalizzatore. Vi ricordate quei cosi in voga negli anni '70 e '80 del secolo scorso pieni di cursori ?
    Quelli belli si chiamavano parametrici e consentivano di fare correzioni oculate. Normalmente ad orecchio.
    E chi ha un orecchio tarato bene ?
    Per di più su un numero limitato di frequenze. Oggi ci sono strumenti digitali che ci consentono di intervenire manualmente sulle singole gamme di frequenza inserendo filtri precisi con un fattore di merito adeguato alla bisogna. Ma su una figura così tormentata vi immaginate quanto tempo ci vorrà ? E cosa fare, per esempio, sulla figura impulsiva, così ... smorta ? o sul ritardo delle varie gamme di frequenza.
    E sulla differenza tra i canali sul punto di ascolto ? Appunto, lavoro improbo, soggetto a ... soggettività, lungo e sempre troppo artigianale per una mente aperta ma che sul piano dell'audio bada al suono : bello, pulito, preciso, nitido. Come da progetto delle mie DIP21 (leggetevi gli altri articoli al riguardo ... quando saranno in linea, se vi va). E allora ? E allora si fa intervenire l'intelligenza artificiale, si chiamano gli specialisti e si lavora alla radice del problema. Una società svedese ha preso il nome di un grande fisico inglese, Paul Dirac, autore di una equazione che è diventata famosa come ... l'equazione dell'amore (parliamo di meccanica quantistica applicata ai fermioni) ed ha sviluppato un sistema di correzione automatico della risposta in ambiente che viene applicata all'ascolto domestico, agli studi di registrazione, agli auditorium e alle automobili.
    La trovate a questo indirizzo. Collabora con grandi case (BMW, Bentley, Rolls Royce, Theta, Nad, Oppo, Huawei ...) ma rende disponibile il suo sistema anche ai privati come noi.
    Il suo software - Dirac Live Room Correction - é disponibile in due versioni : quella normale stereo (cui farò riferimento in questo articolo) e quella più evoluta ad 8 canali per il theather (tematica che non mi sfrizzola moltissimo). Il sistema si compone di due parti, uno che si occupa delle misure, ed uno che si occupa di applicarle alla periferica audio utilizzata per la riproduzione della musica.
    Come funziona ? Sulle prime viene richiesto di individuare l'ambito e la periferica di uscita.
    Il campionamento disponibile va dal formato CD (44100 Hz) a 192.000 Hz, più che sufficienti per i normali usi (per frequenze più elevate sarà necessario sottocampionare). quindi il microfono, necessario per le misurazioni :   si dovranno impostare i livelli opportuni perchè la misurazione sia compatibile con il sistema regolando i cursori in dotazione : io ho montato il mio microfono (acquistato online da Audiophonics di Bordeaux) su un normale treppiedi da studio fotografico, con lo spike a vite da 3/8''.
    L'ho regolato perchè l'altezza dosse pari a quella della mia testa (altezza orecchie) nella normale posizione di ascolto (poltroncina a rotelle da ufficio : siamo nel mio studio, non nella sala d'ascolto). A questo punto si passa nella fase di effettiva misurazione.
    E' possibile scegliere tra sedia, sofa e auditorium.
    A seconda dei casi saranno proposte più misurazioni in posizioni differenti.
    Ad ogni passaggio si farà una misurazione e poi si sposterà il microfono come proposto. Il sistema ad ogni misurazione emette un segnale a tutta banda (dalle frequenze più basse a quelle più alte) di circa 12 secondi, dopo di che elabora il segnale e lo accantona.
    Vi consiglio di tapparvi le orecchie perchè dopo un pò dà fastidio ! Il mio cane infatti mi ha lasciato infastidito al secondo fischio ad alta frequenza. nella parte bassa della finestra qui sopra vedere la figura della forma d'onda nei vari impulsi. Finite le misurazioni si potrà procedere e verrà visualizzato il responso finale.
    Qui c'è una rappresentazione mediata della risposta in ambiente dei due canali sovrapposti (modulati dalle diverse risposte intorno ai due diffusori, l'asimmetricità della stanza, la presenza a sinistra della finestra, a destra di un mobile davanti alla parete, io medesimo messo da qualche parte, etc. etc.).
    E' la figura in azzurrino sullo sfondo blu. Terribile, vero ?
    Un basso profondo a picco fino a sensibilità esagerate che poi precipita e recupera solo nel medio basso, per poi decrescere con una ondulazione impossibile da correggere a mano.
    Il medio è quasi esemplare ma la variabilità è comunque elevata.
    L'alto è a doppia campana con un avvallamento all'incrocio tra i midrange e il tweeter che da manuale non ci dovrebbe essere ma, peggio, una differenza tra i due canali che fa paura. In arancione viene proposta una risposta in frequenza ideale, detta di target, cui il sistema vorrebbe allineare i diffusori. é possibile modificarla a mano secondo le proprie necessità.
    Io sapendo che il grosso delle registrazioni di musica è pensato per chi possiede minidiffusori senza woofer o, peggio, cuffie e cuffiette con risposte sui bassi ridicole, ho modulato i bassi sotto ai 150 Hz un pò all'ingrosso, come era da propositi del mio progetto delle DIP21 : avere un basso possente su un medio articolato e pulito. A queto punto si dice al sistema di regolare l'ottimizzazione del sistema che viene normalizzato così : per quanto riguarda la risposta. Il punto flat del basso è a 24 Hz, ben al di sopra della media dei diffusori migliori al mondo.
    E l'impulso è questo, molto, molto realistico, considerando che stiamo parlando di 2 pannelli che sommano quasi 3 mq di superficie con 18 driver complessivi e che, soprattutto, emettono da entrambe le superfici. Salviamo il filtro e il progetto per poterlo utilizzare. Insomma, banalmente che cosa ha fatto il nostro Dirac ?
    Ha creato una serie di filtri (un elevato numero, anche migliaia) piccoli e ravvicinati, che vanno a manipolare la risposta dei due diffusori, allineando al contempo anche i due canali e la loro risposta nel tempo.
    Tenendo conto di tutti i parametri effettivamente misurati nel mio ambiente nelle mie condizioni di ascolto. Ok, bello. Ma come si utilizza questo filtro ? Dirac Audio Processor C'è un altro tool messo a disposizione da Dirac che si installa automaticamente all'avvio del computer e che va ad impossessarsi della periferica audio (in questo caso un DAC Audio-GD) per manipolarne in tempo reale la risposta in frequenza. Si presenta con questa finestrella qui. e si possono caricare fino a 4 filtri differenti, selezionando quale poi utilizzare. ho chiamato il mio semplicemente UNO, immaginando in queste settimane di messa a punto del mio sistema ne progetterò diversi e mi piacerà confrontarli tra loro. Il DAP può essere regolato in modo fine per ottenere aggiustamente ad orecchio in caso sentissimo la necessità di farlo (non è, per ora, il mio caso). in termini di risposta tra i due canali e di intervento del processore come sia, da questo momento la risposta in frequenza del sistema sarà quella imposta e non più quella effettiva. Ad una prima prova di ascolto ho riscontrato in modo netto ed evidente la differenza di qualità, pulizia e, soprattutto di sensazione di ricostruzione tridimensionale della scena sonora, praticamente con tutti i genere musicali, anche quelli - non ci avrei creduto - più beceramente "elettronici".
    Ne riparlerò quando descriverò nel complesso le DIP21 ma in questo articolo monografico mi premeva parlare del Dirac Live Room Correction, un must have secondo me, quanto lo sono oramai la riproduzione musicale digitale direttamente da computer, i DAC, i cross-over digitali e i collegamenti bilanciati tra le elettroniche. Il prezzo di acquisto è sensibile (389 euro cui aggiungere i 79 del microfono) ma secondo me ne vale la pena.
    Sicuramente ne guadagnerà il vostro sistema di ascolto molto più che cambiando .... tutti i componenti secondo quella malattia che a più riprese colpisce tutti gli audiofili. Ma su questo sito siamo musicofili e quindi cerchiamo la via migliore per ottenere il massimo da quello che abbiamo deciso di utilizzare. Alla prossima !  

    Mauro Maratta
    Mauro Maratta
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