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    Florestan

    Brahms : concerto per pianoforte e orchestra n.1 - Joseph Moog

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    Brahms : Concerto per pianoforte e orchestra n. 1
    Quattro pezzi per pianoforte Op. 119
    Josepho Moog, pianoforte
    Deutsche Radio Philarmonie diretta da Nicholas Milton
    Onyx 2020, formato 96/24 via Qobuz Unlimited

    ***

    Joseph Moog ha 33 anni, l'età giusta per questo concerto che al di là di tutta la retorica io vedo come una prova virile del giovane Brahms (terminato nel 1859, quindi con Johannes ventiseienne).
    E si sente.
    Come ritornare ai tempi dei virtuosi del pianoforte dell'età d'oro del disco. Penso a Janis, Cliburn, Gilels e Katchen. Senza voler fare paragoni inopportuni, naturalmente.
    Parlo della forza, della personalità, del tratto, della sicurezza e dell'eloquenza in questa prova di forza con l'orchestra che è questa sinfonia per pianoforte.

    Subito dopo il prologo sinfonico entra il piano e tiene banco fin dalle prime note.
    Poi si addolcisce quel tanto che basta per non strafare.
    Ma sempre in evidenza.

    Sebbene l'orchestra sia un tantino più indietro di quanto mi piacerebbe.
    Quando serve, infatti, il pianista rallenta e rinforza i passaggi.

    E al finir della licenza ... riprende veemente. Come dovrebbe e come deve essere. Senza null'altro che la forza armonica di trilli e ottave.

    Il secondo movimento è pastorale ed assorto. Lirico per tutta la durata. E' il pezzo debole del concerto.

    Si riprende nel rondò finale in cui il piano va in crescendo e tiene banco per tutta l'esposizione.
    L'orchestra finalmente tiene il passo, anche perché il solista qui sembra scalpitare, come ad incalzare i colleghi a tenere botta.
    Non ci sono più i toni scuri del primo movimento, anche se devo dire che in questa edizione non c'è quel senso del drammatico che si sente in altre edizioni, più immanenti e meno brillanti.
    E veramente c'è un senso di liberazione in ogni nota.

    Concerto complicato già nella sua evoluzione : 21 minuti il primo movimento, oltre 14 il secondo, quasi 12 l'ultimo.
    Il rondò è puramente brahmsiano.

    E si lega perfettamente ai quattro motivi dell'Op. 119, qui del tutto svincolati da reconditi significati ed interrogativi sulla vita, l'ansia dell'età e altre sovrastrutture sempre - a mio parere - a torto affibbiate agli ultimi pezzi per pianoforte di Brahms.
    Queste sono bagatelle, ninna-nanne, motivi orecchiabili o cantabili, ballabili.
    Per bambini o per chi ancora bambino si sente e vorrebbe andare sulla giostra.

    Anche la marcia finale in forma di rapsodia, è gioiosa e priva di ombre.

    Intendiamoci, ci sono interpretazioni più interessanti di queste ma Moog le prende con rispetto ma rispettando la lettera e il senso, non aggiungendo nulla che non ci sia nella ricetta originale.
    Non sono un riempitivo, anche perchè il disco alla fine pesa solo 62 minuti mentre siamo abituati ad oltre 80 di questi tempi.
    Ma meglio così quando si è detto ciò che si doveva dire.

    Brahms a 26 anni era arrabbiato e voleva farsi sentire da tutti. A 65 aveva già detto tutto e suonava per se e per i suoi amici. Ma ero pur sempre un maturo ragazzo.

    ***

    Bella scoperta questo Moog che suona con una personalità spesso sconosciuta alla gran parte dei suoi colleghi di oggi.
    Non è una superstar e devo dire che la cosa mi sorprende.
    O forse no, visto che incide per una etichetta che propone dischi preziosi ma non è dorata e sotto i riflettori, cercando di creare oro il più delle volte dal piombo.

    Qui abbiamo un grande pianista che farà strada. Maturando con l'età. Come Brahms.

    Registrazione limpida, piena, pianoforte evidente ma senza eccessi, orchestra rotonda. Bassi non troppo in evidenza. Ma va bene così.
     

     



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    Commenti Raccomandati

    Incuriosito da questo interprete che non conoscevo, sono andato ad ascoltarmi altro :

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    come questo pregevole 2° concerto del 2017 che ha il gusto di associare con il Burleske di Strauss, composto in omaggio proprio al re dei concerti per pianoforte.
    Peraltro con la stessa compagine del nuovo disco del 2020.
    Che vi suggerisco perchè sia in Brahms che in Strauss c'è la stessa grande personalità di un interprete di cui si dovrebbe parlare di più.

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    E ancora :

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    stessa formazione per il 4° di Rubinstein e il 3° di Rachmaninov, un programma degno di Emil Gilels o di Byron Janis, affrontato come avrebbero fatto loro, se ci fossero ancora.
    Giù il cappello, Herr Moog !

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