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    Florestan

    Frank Bridge : sonata per violoncello e pianoforte in re minore H. 125

    Il '900 é stato un tripudio per gli amanti del duo violoncello + pianoforte. Da Debussy a Britten, passando per Prokofiev e Shostakovich (senza dimenticare i tanti altri contibuti di compositori meno celebrati) ci sono sublimi gemme di musica di questi due strumenti insieme, molti più di quanto tutto il secolo passato, ben più prolifico su altri strumenti.

    Ma se abbiamo in repertorio - e anche abbastanza spesso - quelle sonate, ce ne sono alcune che invece trovano spazio solo in antologie discografiche per il solo tempo della registrazione, da parte anche di strumentisti validi ma che per forza di cose non ne hanno una frequentazione continua da conoscerle approfonditamente.
    Se poi gli esempi su disco non sono molto copiosi, mancano pure esempi cui riferirsi. Il solito circolo vizioso.

    Tra le mancanze del repertorio c'è, secondo me molto colpevolelmente, la notevolissima sonta per violoncello e pianoforte in re minore H- 125 di Frank Bridge, oggetto di questa guida all'ascolto, la prima di questo sito.

    Perchè ? Probabilmente perchè è del tutto trascurato il suo autore, nato nel 1879, morto nel 1941 e ricordato solo per un paio di aneddoti.
    Essere stato il mentore e l'insegnante privato di composizione di Benjamin Britten fin dalla sua tenera età (lo portava anche ai concerti e discuteva poi con lui le interpretazioni in dettaglio), cui donò alla partenza di questi per gli Stati Uniti, la sua personale viola, morendo prima del ritorno in patria del suo protegé.

    Mentre si tratta certamente di un compositore interessante, tra i più dotati sul piano tematico, un tardo romantico all'inglese, di quella fortunata e sfortunata generazione vissuta a cavallo tra la fine dell'era vittoriana e quella tragica Grande Guerra che lavò via nel sangue buona parte della innocenza europea e si portò via molte delle eredità a lungo custodite, insieme a tutto il resto.

    Frank Bridge era un convinto pacifista e rimase colpito come altri (Elgar, per esempio) dalla tragedia della guerra. Tanto che il suo modo di comporre dopo una pausa durata anni al ritorno della pace, perde buona parte della sua primitiva melodiosa musicalità per assumere toni più aspri e grevi, senza arrivare a prendere i temi della musica mitteleuropea ma tale da essere immediatamente distinguibile dalla precedente produzione.
    Lo stesso autore che ne era conscio, si crucciava perchè il pubblico e la critica tendeva a preferire il prima al dopo. Ma così era ...

    Questa composizione, in particolare, porta in un certo modo la frattura in se.

    Incominciata nel 1913, tenuta in sospeso per completare il quartetto con pianoforte coevo, finito nel 1915. Viene finita solo nel 1917 quando la frattura era in corso. C'era stata la sciagura del Lusitania, silurato in Mediterraneo da un U-boote, cui Bridge dedicò una composizione "Lament" per orchestra d'archi, H 117, dedicata a Catherine di anni 9, perita nel naufragio, e i carnai del fronte belga da cui i giovani inglesi non tornavano o tornavano irreparabilmente menomati.

    Si nota nella struttura, dopo un primo movimento tipicamente "brahmsiano" e melodico, c'è un lamentoso ma tenero secondo movimento adagio cui è attaccato un terzo e conclusivo movimento che attacca in modo precipitoso e veemente per poi proseguire con toni alternativamente gravi e veementi.

    Il violoncello la fa generalmente da padrone, con il pianoforte che all'inizio è quasi in sordina, poi asseconda lo strumento principale nel creare pathos e per dare forza ai passaggi più intensi ma senza acquistare quasi mai un pò di indipendenza.
    Il materiale melodico iniziale è molto coinvolgente e viene svolto per tutto il primo movimento.
    Poi ripreso nell'ultimo, verso il finale, con maggiore forza.

    Il secondo movimento inizia con la parvenza di una ninnananna, qui il pianoforte culla il violoncello che risponde tenendo le note.
    La ninnananna lentamente assume toni più tristi, quasi da veglia. Ma il tono è nel complesso vagamente impressionistico con la linea complessiva che ondeggia e si avvolge su se stessa.

    Il risveglio è brusco con il piano che martella aggressivo e il violoncello che gli risponde a tono. E' la coda finale, in alcuni casi considerato un vero e proprio terzo movimento.
    L'asprezza è solamente tonale, intendiamoci, non è che Bridge sia diventato improvvisamente Bartòk o Hindemith.
    Perchè giusto il tempo di riprendere fiato sulle note del violoncello solo che si ritorno in un mondo onirico, riprendendo i toni del primo movimento.
    Ritorna anche piano piano il tema iniziale, ripreso con ancora più forza nel finale che porta ad un parossismo conclusivo, degno di una composizione che conduce l'ascoltatore tra continui mutamenti di stato d'animo.
    Il violoncello resta padrone assoluto, con il pianoforte che arpeggia, sottolinea, interviene quando serve riempire l'aria di suono.
    E' un canto lamentoso ma non disperato, semplicemente consapevole.

    Si è scritto che alla prima americana del 1923, il pubblico, tra cui Artur Rubinstein, restò catturato dalla bellezza lirica di questo lavoro, che non manca mai in nessun istante di tutto il lavoro. Immagino che sia successo lo stesso alla prima londinese  eseguita da Felix Salmond e William Murdoch a Wigmore Hall.
    Non ne ho dubbi, realmente, e resta per me un mistero perchè non sia costantemente in repertorio una composizione così straordinaria che ho scoperto per un caso nel 2014.

    Semplicemente perchè qui intervengono le scelte discografiche.

    Ho sempre pensato che il mito disco con l'Arpeggione di Schubert, interpretato da Britten e Rostropovich, contenesse sul lato B Schumann e Debussy.

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    mi sono sbagliato perchè l'edizione originale del disco Decca, conteneva proprio la sonata di Britten

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    la copertina originale DECCA

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    con le note di copertina

    evidentemente la casa discografica deve aver pensato di cambiare il programma nei successivi riversamenti per raggiungere un pubblico più vasto.

    Come sia non si può prescindere da questa edizione, come riferimento, semplicemente per la presenza di questo affiatatissimo e eccezionale duo di performer in grado di rendere al meglio ogni composizione ma soprattutto per la presenza di quel Britten che tanto bene conosceva l'antico maestro Bridge.

    I due dialogano da par loro. Protagonista dell'intera esecuzione è la sensibilità e il gusto, cosa normale quando si parla di Britten.
    Rostropovich non indugia mai e nel complesso possiamo dire che l'intera sonata venga resa come ce la potremmo aspettare, ovvero realmente british.
    Il gentiluomo inglese non deve mai mostrare che soffre e in taluni, eccezionali casi, se è opportuno, ciò deve avvenire con contegno inappuntabile.

    E poi fine delle parate ... (per citare un celebre romanzo ambientato nella stessa epoca a cavallo della Grande Guerra).

    E' una registrazione in studio, molto ben incisa e priva di rumore nell'ultimo riversamento (io ho quella del cofanetto dedicato al Britten Performer che ritengo imperdibile per chiunque).

    Di altro tenore è invece la rappresentazione dal vivo, a Lugano, nell'occasione dell'appuntamento annuale del 2014 di Martha Argerich & Friends.

    I due performer qui sono due giovani amici che si esibiscono spesso insieme, Gautier Capucon - violoncello - e di Gabriela Montero - pianoforte - qui registrati dal vivo.
    Ardore giovanile, impudenza, sangue latino, performance dal vivo con il pubblico (che applaude convinto al finale), ma lasciatemi dire che ... non è il riferimento britannico che li guida ma la personale visione di una composizione che può essere eseguita in chiave più passionale e meno compassata di quanto non facciano Britten e Rostropovich.
    Per carità, non voglio essere blasfemo, qui non si tratta di maestri e di allievi, e certamente Britten conosceva meglio di tutti noi il senso che Bridge gli aveva potuto trasmettere della sua sonata. Ma il gusto è il gusto e gli anni passano, per fortuna, qualche volta per il meglio.

    Purtroppo questa registrazione, pur dal suono pieno e potente, è viziata da qualche rumore di compressione e decompressione, avvertibile ma non fastidiosissimo. Mi correva l'obbligo di segnalarlo per completezza di informazione.
    E naturalmente non è disponibile singolarmente (ma l'ascoltatore troverà altre interessanti proposte in questo conanetto).

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    la copertina dell'edizione 2014 del Martha Argerich & Friends in cui è possibile trovare la sonata di Frank Brigde.

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    Gabriela Montero e Gautier Capucon ripresi qui in un concerto a New York

     

    Questa sonata è anche inclusa in molte antologie di dischi dedicati al violoncello del XX secolo che non ho avuto modo di ascoltare.
    Ne segnalo uno, che possiedo ed apprezzo, dell'etichetta SOMM.

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    anche perchè contiene autentiche rarità.

    Il violoncellista Alexander Baillie è molto ben quotato, e a ragione.
    Viene qui accompagnato dal pianista John Thwaites che invece non conosco.
    La loro interpretazione è di ottimo livello.
    Il peso sonoro dei due strumenti é più equilibrati che nelle due versioni già prese in esame.
    Nel complesso ne viene fuori un'atmosfera più pacata, morbida, scevra di tensioni.
    Il risultato è che c'è meno contrasto tra i temi e tra i tre movimenti.
    Non so ma mi appassiona meno.

    Concludendo questo approfondimento, la sonata per violoncello e pianoforte di Frank Bridge è ingiustamente uscita dal repertorio ma dovrebbe invece essere conosciuta ed apprezzata da chi ama e apprezza il violoncello.
    Segna un epoca e probabilmente apre alla storia del genere sonata per questi due strumenti per il XX secolo.

    E' una composizione di grande eleganza e perfetto gusto british ma pervasa di passione tardo-romantica con il colore tipico dell'ultimo Brahms unito alle tensioni tipiche del secolo breve che si manifestano in contrasti che non sono quelli di Britten e nemmeno quelli di Prokofiev o di Bartòk, restano compostamente britannici ma forti e appassionati.

    Delle tre edizioni esaminate, quella che mi coinvolge di più emotivamente è quella dal vivo di Lugano. Ma il disco di Rostropovich e di Britten non dovrebbe mancare in nessuna discoteca che si rispetti ...

    Edited by Hannes



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