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  • Giovanni
    Giovanni

    Il "requiem" di Tchaikovsky : la sinfonia n. 6 "patetica"

    Ho scritto questa piccola indicazione all'ascolto qualche tempo fa, senza alcuna pretesa alcuni miei suggerimenti d'ascolto.

    “In questa sinfonia, lo dico senza esagerare, ho infuso tutta la mia anima”.

    La discografia della sinfonia è sterminata, qualche suggerimento per iniziare si trova su youtube, giusto per iniziare

    L’ultima partitura sinfonica Tchaikovsky la pensò e la scrisse nel 1893. Si trattava della sua sesta sinfonia e sarebbe stata la sua opera estrema, in quanto l’autore russo morì poco dopo suicidandosi (OPPURE NO?) tragicamente. Su questi eventi si è molto detto e la storia della musica è ancora dibattuta sul fatto: si trattò di un suicidio dovuto alla situazione estremamente compromettente in cui lil Maestro si era trovato a causa del suo amore per il nipote del duca Stenbock­ Thurmor, oppure colera? Molte fonti propendono per l’una versione e molte altre per la seconda. Trent’anni fa tutti gli storici erano certi che si fosse trattato di suicidio, oggi molto meno. A chi interessa suggerisco gli studi di Alexander Poznansky in contrapposizione alle teorie di Alexandra Orlova. 

    Nello scrivere queste brevi e modestissime note mi sono chiesto se valesse la pena fare un‘analisi del testo sotto il profilo musicale oppure lasciare spazio all’ascolto di ognuno e suggerire solo alcune mie osservazioni sui temi dell’opera.
    Nell’incertezza ne ho scritte due versioni, ma alla fine ho scelto la seconda, dato che l’analisi della sinfonia è molto complessa e farebbe sì che dopo 10 righe mi mandaste su altri lidi.

    Comunque sia è un’opera questa dal fortissimo valore simbolico, e a riguardo lo stesso Tchaikovsky disse, durante la composizione: “durante i miei viaggi mi è balenato il pensiero di un’altra sinfonia, questa volta a programma; un programma che resterebbe un segreto per tutti. Segreto che sfido a indovinare. Questo programma è così intensamente personale che spesso durante i miei viaggi, componendola mentalmente, ho pianto molto”.

    Al di là della verità biografica, tuttavia, ciò che sembra interessante è che difficilmente la teoria della Orlova avrebbe attecchito se l'ultima pagina composta non fosse stata proprio la Sesta Sinfonia, se il Maestro non fosse morto pochi giorni dopo la prima esecuzione, se il fratello Modest non gli avesse suggerito la necessità di un titolo per questo lavoro e se Piotr ll'ic non avesse pensato che sì, tutto sommato quel "Patetica" che Modest gli aveva buttato lì non suonava male. L'ipotesi Orlova sarebbe stata perfetta: la musica che illumina la vita, la vita che spiega la musica, tutto che combacia. Perfetto
    Ciò che invece le fonti raccontano a proposito di questa straordinaria Sinfonia ha a che fare con un momento di crisi creativa. Nel dicembre 1892 Tchaikovsky decise improvvisamente di smettere di lavorare ad una Sinfonia in mi bemolle maggiore alla quale si era dedicato per un po' di tempo: "una decisione irreversibile scrisse ­ ed è bellissimo che io l'abbia presa". Ma il fallimento di questa nuova Sinfonia lasciò Tchaikovsky afflitto, disorientato, tanto da cominciare a temere di essere ormai "fuori gioco, prosciugato", "lo penso e penso, e so che cosa non devo fare", scrisse a suo nipote Vladimir (da tutti conosciuto come Bob) Davydov, al cui sostegno ricorreva in occasione di crisi come questa. Tuttavia, benché temesse di essere spazzato via dal nuovo corso dell'estetica continuando a comporre "pura musica, cioè musica sinfonica o da camera", in capo a un paio di mesi il Maestro si riprese e cominciò a scrivere quella che sarebbe diventata la sua più grande Sinfonia (nonché l'ultima).
    Stese la musica freneticamente, eccitato dalla ritrovata gioia del comporre. In quattro giorni la prima parte della Sinfonia fu completata, e si dice che il resto albergasse già nella sua mente in modo preciso. "Non puoi immaginare quanta felicità mi ha colto nello scoprire che il mio tempo non è ancora passato e che posso ancora lavorare", scrisse a Bob l'11 febbraio 1893. Continuò dunque a scrivere, senza nessuna battuta d'arresto, e alla fine di agosto la Sinfonia era finita e pronta per la prima esecuzione, organizzata il 28 ottobre.
    Fu il compositore stesso a dirigerla­, in quegli anni era ormai acclamatissimo nei due ruoli ­ e in sala si era radunata tutta la Pietroburgo che contava. Al suo ingresso il pubblico si alzò in piedi per applaudirlo e tutto avrebbe fatto pensare che ci si preparava al più fragoroso dei successi. Alla fine, invece, gli applausi furono timidi, incerti: la gente non sapeva che cosa farsene di una musica così sobria e cupa. Uscendo dalla sala da concerto, Tchaikovsky si lamentò che né il pubblico né l'orchestra sembravano avere apprezzato la sua nuova partitura; due giorni dopo, invece, annotò: "non è che non sia piaciuta, ma ha creato un certo smarrimento".
    Ora, la tentazione di leggere qualcosa di tragico in questa Sinfonia è effettivamente forte e ormai storicamente consolidata. Persino il compositore, che non aveva voluto spingere verso un'interpretazione precisa, aveva ammesso prima dell'esecuzione che il carattere del lavoro si avvicinava a quello di un Requiem, e le frasi incantate del trombone nel primo movimento citano effettivamente un canto funebre della tradizione ortodossa. Certo i primi ascoltatori furono sorpresi da quel finale così inconsueto, lento, lugubre, che si spegne nel silenzio con il pianissimo assoluto (pppp, in partitura) nel quale suonano soltanto violoncelli e contrabbassi. Così, quando nove giorni dopo la prima esecuzione Tchaikovsky morì, improvvisamente e con la violenza portata dal colera, la Sinfonia venne inesorabilmente identificata come un messaggio funebre: in occasione della seconda esecuzione, il 6 novembre, organizzata in memoriam, la "Gazzetta Musicale Russa" annotò perentoriamente che "la sinfonia era una sorta di canto del cigno, un presentimento della fine imminente".
    Ma che cosa ha voluto raccontare davvero Tchaikovsky nella Patetica? Sappiamo che aveva in mente l'idea di una Sinfonia a programma, ma gli appunti criptici lasciati accanto ai pentagrammi dicono poco se non che si ha a che fare con le aspirazioni e le delusioni della vita (soggetto portante nel pensiero del compositore: la ricerca di un ideale mai raggiunto è anche il cuore del Lago dei cigni e dell'Evgenij Oneghin). Scrisse a Bob che la partitura seguiva "un programma che rimarrà un mistero per chiunque, lasciamoli indovinare"; e allora il suggerimento è quello di provare ad ascoltare la musica per quello che è, magari badando ad alcuni meravigliosi dettagli contenuti nei diversi movimenti.

    Il lunghissimo primo tempo, ad esempio, è un unicum nella produzione di Tchaikovsky, con quel fagotto al grave, solo, sopra archi scurissimi, in un'atmosfera nella quale, quasi annunciando certe modalità espressive delle avanguardie del Novecento, giocano senz'altro un ruolo maggiore il timbro che le note scelte. Ed è da ascoltare la sua capacità di mantenere questo carattere per tutto il movimento, anche quando l'Adagio introduttivo sfocia nel meraviglioso tema dell'Allegro non troppo.
    Il secondo tempo, Allegro con grazia, è una sorta di valzer impossibile, in 5/4, quasi un incubo per un ballerino: l'atmosfera è quella giusta, ci si sente invitati al ballo del principe ma il metro scelto farebbe incrociare le gambe e cadere rovinosamente ­ no, è un valzer indanzabile.
    Volendo ci si potrebbe invece allineare sul ritmo di marcia dell'Allegro molto vivace, gioioso, scherzoso, orchestrato con straordinaria sapienza: lì il tono patetico sparisce e il cuore, le orecchie, per alcuni minuti si dedicano decisamente ad altro.
    Il finale comincia con un pianto disperato, nel quale tutto il calore degli archi non riesce a consolare il dolore del corno, e questo senso di desolazione prosegue sino alle ultime note, facendoci scoprire che persino Tchaikovsky, amato per la sua sapienza nel costruire musiche fatte di pulsazioni ritmiche e fragori sonori, quando voleva sapeva comporre pagine che si muovono in punta di matita, tra colori pastello e dinamiche ridotte. E non ci si lasci trarre in inganno dal crescendo centrale: non conduce da nessuna parte, se non ad un punto di non ritorno, quando un singolo e moderato colpo di tam­tam segna l'avvio della dissoluzione progressiva di ogni cosa.

    Tchaikovsky stesso racconta le impressioni dopo la prima rappresentazione dell’opera, il 16 ottobre del 1893 (che fu anche l’unica che ebbe modo di vedere): “Con questa sinfonia succede qualcosa di strano. Non è che non piaccia, ma suscita una certa perplessità. Per ciò che mi riguarda personalmente ne sono orgoglioso più che di qualsiasi altra mia composizione”.
    Consigli per gli acquisti:
    dalla sterminata discografia della Patetica indico una edizione per ogni movimento, il che non sta a dire che le altre non siano ragguardevoli.
    Ho avuto notevole imbarazzo nel sceglierne 4, dato che le edizioni commendevoli sono moltissime, ho cercato di indicarne alcune che magari non sono notissime, ma degne di menzione:

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    L’edizione diretta da Karajan forse è quella che mi piace di meno tra quelle scelte, ma il primo movimento ed il fagotto dell’introduzione è spettacolare. Quattro note  del tema, con la successione ascendente subito dopo e quindi il cromatismo discendente di contrabbassi, meraviglioso! Il primo movimento è certamente in forma sonata, con elementi contrappuntisti in tempo sempre più animato comprendendo anche legni ed ottoni.

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    Edizione diretta da Mravinskij, russa che più russa non si può, con i complessi della Filarmonica di Leningrado. Il Secondo movimento inizia con un tema di valzer imballabile (provare per credere!)in cinque tempi, iniziato dai violoncelli in registro tenorile e quindi ripreso dai legni con immediata ripetizione. Il tema prosegue sul pizzicato degli archi. La parte centrale molto tetra con gli archi gravi ed i timpani caratterizzata da un trio tripartito ed infine una melodia cantabile con andamento discendente e ripresa del valzer in 5/4.


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    Terza edizione, diretta da Pierre Monteux. L’Allegro molto vivace è un rondò sonata: inizia con una serie di terzine staccata di archi e fiati e prosegue con marcia che costituisce la seconda idea tematica del movimento e che si alterna alla prima idea nel corso di tutto il movimento ( 9-10 minuti circa). Si forma un climax piuttosto inqiuetante fino all’epilogo risolutivo in tema di marcia con grancassa e piattini crescendo. A me inquieta moltissimo, in una tensione che fa fatica a risolversi se non nell’ultimo movimento.


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    Infine, ultima edizione per il Finale della sinfonia, in cui le tensioni si risolvono, lasciando il passo ad un requiem insistito e definitivo. Per questo ultimo movimento ho scelto la edizione diretta da Antal Dorati, che anche dal punto di vista tecnico è meravigliosa.
    La caratteristica di questo movimento è che in realtà non si risolve, lasciando una aspettativa senza fine. Il primo tema è ispirato alla liturgia russa dei defunti (Requiem Aeternam) e si conclude con un certo tono di mestizia. Il secondo tema è anch’esso ispirato alla liturgia russa dei defunti (Lux Perpetua), con grande crescendo e coinvolgimento dell’intera orchestra per terminare in un corale lugubre e disperato. L’ultima fase del movimento, e della sinfonia, si spegne in un pianissimo tirato e disperatissimo fino al silenzio finale, struggente sì, ma tristissimo e con un inesorabile senso di attesa, di non finito..

    Sono solo alcune indicazioni, e certamente del tutto superficiali, sulla sinfonia, che è una delle più belle di Tchaikovsky ed espressione di tutto il suo percorso musicale.

    Al funerale di Tchaikovsky lo Zar esclamò: Non abbiamo un altro Tchaikovsky!
    _________________
    Giovanni 


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