Jump to content
  • Florestan
    Florestan

    Gli imperdibili

    Una lunga e soggettivissima carrellata di interpretazioni capitali che - noi crediamo - non bisognerebbe trascurare.
    Non stiamo parlando della solita discoteca ideale, quella non esiste, ma delle interpretazioni di singole composizioni o intere opere, che ognuno dovrebbe ascoltare, apprezzare e portare nella più solitaria dele isole deserte per tenerle con se, come un tesoro.

    Spazieremo per tutti i generi e per tutte le epoche ma solamente secondo il nostro umile e modesto metro, senza la pretesa di essere asseveranti.

    Nei commenti a questo articolo le nostre proposte, aggiornate di volta in volta mano a mano che ... ci vengono in mente :)

     

    Edited by Hannes



    User Feedback

    Recommended Comments

    Alle volte capita per caso, più spesso quando due grandi personalità si incontrano.
    Era alla sua prima volta in occidente ed arrivava con la presentazione del suo più illustre conterraneo "lui è più grande di me", diceva Emil GIléls di Sviatoslav Richter.
    Che aveva nel suo repertorio regolare il secondo concerto per pianoforte di Brahms - l'imperatore dei concerti, non il concerto dell'imperatore - e che registrerà più volte in seguito.
    Ma mai come in questa indimenticabile, magica serata a Chicago, nel 1960 ...

    R-3171064-1479060374-4536_png.jpg

    qui nella copertina originale del vinile RCA Victor con le sue registrazioni ad alta dinamica (per l'epoca).

    [edizione alternativa ? Naturalmente quella di Giléls con Fritz Reiner, una coppia almeno pari a quella rappresentata da Richter ed Erich Leindorf]

    Share this comment


    Link to comment
    Share on other sites

    Della musica di Beethoven, Bernstein diceva che ogni nota che segue è sempre quella giusta, non potrebbe essere differente.
    Lo diceva da compositore più che da grande direttore d'orchestra.
    Herbert von Karajan non era un compositore - non ne aveva il tempo e non ne aveva la ... modestia - ma certamente è stato il più grande direttore d'orchestra del suo tempo.
    E la sua fama è certamente e indissolubilmente legata alle sinfonie di Beethoven che ha registrato pià volte e anche filmato in più riprese, dalla prima edizione per la Emi come emigrato in Inghilterra fino all'era digitale.

    Molti preferiscono quella versione ma io trovo che quella del 1963 - casualmente il mio anno di nascita - per la DG sia di gran lunga la più perfetta.
    Qui Beethoven ci mette le note ma Karajan fa si che ogni suono che segue sia quello giusto. L'amalgama è perfetto, il ritmo è perfetto, l'impasto di timbri e colori é perfetto.
    Io sono un sinfonista e mi vengono in mente poche altre successive o precedenti grandi integrali - chi sia il maestro, l'orchestra, l'autore - che possono reggere il confronto con tanto nitore e perfetto, olimpico equilibrio. Solo i reportage di Leni Riefenstahl d'era prebellica, forse, reggono il confronto.
    Cosa manca alla più tradizionale compagine orchestrale tedesca in mano al più intimamente grossdeutscher ? Niente.


    maxresdefault.jpg

    il cofanetto con le nove sinfonie di Beethoven. In copertina solamente un cinquataseienne pensoso Herbert von Karajan che promette tensione emotiva e coinvolgimento fino all'ultima nota.

    Share this comment


    Link to comment
    Share on other sites

    Mi resterà sempre nella memoria.

    Yevghenij Mravinsky vecchio, quasi scarnificato, appoggiato alla balaustra di protezione del podio ma sostanzialmente seduto.
    Di fronte a se, l'orchestra di cui è l'Onnipotente in terra da decenni in religioso silenzio.
    Senza nemmeno un gesto, solo con lo sguardo e un piccolo movimento del capo da' il segnale.

    L'orchestra comincia, con un sussurro che va in crescendo.
    La 5a di Chaikovsky è ellittica, lo stesso tema comincia il primo movimento e la chiude nel quarto.
    I toni sono da marcia militare.
    Non c'è disperazione, c'è il puro spirito russo (e non sovietico anche se questa è l'orchestra di Leningrado e non più - o non ancora - di San Pietroburgo) di sopportazione, di tumultuosa resistenza, di lotta appassionata.

    117465718.jpg

    la copertina dell'edizione originale Melodjia della 5a Sinfonia di Chaikovsky diretta ad Mravinsky alla testa della Sua orchestra.

    Il finale è maestoso, come appunto scritto di pugno dall'autore.

    E' un'apoteosi. Uno dei più grandi direttori d'orchestra di tutti i tempi in quella che la musica della sua terra, del suo credo, delle sue radici.
    Inavvicinabile.
    Per tutto il tempo segue i musicisti con il solo sguardo, senza mai muoversi. Da' gli attacci abbassando leggermente la fronte.
    Null'altro.
    L'orchestra è il suo corpo non più attivo, lui è la testa dell'orchestra. Il cuore è uno solo e si materializza in quel suono.

    Versioni alternative ? Nessuna.

    PS : Attenzione, ci sono svariate edizioni di questa incisione. Io mi riferisco proprio all'ultimissima con Mravinsky ottantenne.

    Share this comment


    Link to comment
    Share on other sites

    R-8680849-1466497718-3748.jpeg.jpg.25c83763ec9881e071f80cb863e3c419.jpg

    Se dovessi scegliere un disco solo nella memorabile integrale dei 15 quartetti di Shostakovich ad opera del quartetto Borodin, sceglierei questo.

    E' da brividi l'interpretazione dell'ottavo quartetto, così come quella del quintetto per pianoforte op.57 con un imperioso Sviatoslav Richter. Sentite come l'ingresso del pianoforte nel secondo movimento del quintetto, una lunga fuga di più di 10 minuti, dia un senso a tutta la composizione.

    Un disco che mi ha sempre sopraffatto per la sua straordinaria intensità.

     

    • Thanks 1

    Share this comment


    Link to comment
    Share on other sites

    R-3664100-1491685385-1402.jpeg.jpg.e07d4e337c7bbce7cc8996f97e055793.jpg

    A dispetto del titolo decisamente fuorviante, questo disco è l'incisione del concerto di addio alle scene del leggendario pianista, e accompagnatore di grandissimi cantanti, Gerald Moore. Quella sera sul palco insieme a lui c'erano nientemeno che Victoria De Los Angeles, Elisabeth Schwarzkopf e, soprattutto, il compagno artistico di tantissimi concerti e incisioni Dietrich Fischer-Dieskau. A cinquant'anni di distanza da quella serata possiamo ancora percepire l'affetto, l'amicizia e la gioia di far musica insieme. 

    Il titolo del disco viene dal cosiddetto "duetto buffo dei gatti", attribuito a Rossini, in cui De Los Angeles e Schwarzkopf si produssero in una esilarante performance.

    Share this comment


    Link to comment
    Share on other sites

    00000000000000_walkure.jpg

    Non era la sua prima Valchiria ma quella registrata da Karajan per la Deutsche Grammophon nel 1967 e poi portata in teatro a Salisburgo destò un notevole clamore per il suo contenuto più inclinato verso l'elemento sinfonico che quello canoro, a detta dei detrattori.
    Karajan era all'apice del successo ma alla vigilia delle contestazioni scaligere che lo faranno allontanare dall'Italia.

    Io non sono competente in fatto di voci, riconosco la grandezza dell'edizione Decca dell'intero Ring di Solti che tenderei a scegliere per una più ortodossa visione wagneriana ma che in fondo non mi ha mai attratto fino in fondo.

    Proprio per questo amo molto di più questa Valkiria di Karajan che fin dalle primissime note del preludio porta una tensione scenica sconosciuta alle altre edizioni.
    I venti di tempesta che si stanno addensando sulla testa degli inconsapevoli protagonisti sono palpabili e il livello è tale da renderlo già un pezzo di dignità a se.
    E' possibile che poi alcune voci non fossero le migliori disponibili per i vari ruoli - ripeto, io non lo so - ma probabilmente Karajan, che oltre che direttore era maestro concertatore e andava in ogni dettaglio in un'opera, persino quelli scenici

    00000000000000_walkure_2.jpg

    00000000000000_walkure_3.jpg

    non li aveva scelti a caso ma proprio perchè potessero poi nei fatti rispettare quegli equilibri che lui aveva in mente.

    Il risultato, lo vedo da semplice amatore e amante della musica è tale da rendermi persino piacevole la musica di Wagner (il mio avatar in tal senso parla chiaro).
    Il che è raro, quali che siano gli interpreti (benché riconosca nella musica di Wagner un magnetismo ipnotico che ti attira nella vicenda anche se non capisci una parola di quanto stanno dicendo e non hai idea di cosa stiano facendo i personaggi sul palco).

    Merito di Karajan, indubbiamente, l'unico e inimitabile dominatore di questa registrazione.

    Share this comment


    Link to comment
    Share on other sites

    00000000000000000000000000_Don-Giovanni-big.jpg

    anche nel caso del Don Giovanni di Mozart, le scelte sono tantissime e lo stesso Karajan ne ha registrate diverse con formazioni sempre all'altezza della situazione.

    Quella a cui io sono più legato è questa, perchè come per la Valchiria, è la tensione complessiva che non lascia per un secondo l'ascoltatore libero di pensare ad altro.
    Sin dalla prima nota lo spirito è quello di un grande dramma che si sta consumando davanti alle nostre orecchie con ben poco di "giocoso".
    E in nessuna edizione che conosco (e ne posseggo decine) di questa opera capitale c'è un finale di tale potenza drammatica ed emotivamente coinvolgente.
    La pietra di paragone con cui confronto ogni nuova versione.

    Samuel Ramey e Ferruccio Furlanetto imbattibili nei rispettivi ruoli.

    Del tempo - anche se siamo già in era digitale - in cui non era necessario introdurre in scena elementi ... fuori contesto per convincere l'ascoltatore della bontà della proposta.
    Un Karajan immortale probabilmente ci averbbe mostrato ben altro di questi giorni.
    Ma Karajan è immortale ugualmente con tutte queste testimonianze e documenti della sua arte.

    Share this comment


    Link to comment
    Share on other sites

    GCD_1267.thumb.jpg.863587dcb8a9127b986fb2af5c0bbb75.jpg

    Il timbro inconfondibile di Fischer-Dieskau, l'accompagnamento (e definirlo tale è riduttivo) dell'attento e sensibile Eschenbach. Si va dritti senza esitazioni nel cuore profondo e pulsante del Romanticismo tedesco.

    Un'interpretazione che coinvolge e appassiona. Per me questo è un disco imperdibile (insieme ai lieder di Schubert di Fischer-Dieskau, ma questo è un altro capitolo).

    Share this comment


    Link to comment
    Share on other sites

    1985-Mahler-Sinfonia-5-CD.jpg

    Gustav Mahler : Sinfonia n. 5
    Philarmonia Orchestra
    Giuseppe Sinopoli
    DG 1985

    ***

    Ci sono registrazioni che superano probabilmente le intenzioni degli interpreti, pur senza un pubblico a contribuire a creare l'atmosfera che può portare i musicisti a dar il meglio di se stessi, capita per magia.
    E' il caso di questa, sorprendente, unica, essenziale, interpretazione del mai abbastanza compianto Giuseppe Sinopoli con la Philarmonia Orchestra.
    Differente da quella successiva, disponibile con la sua Staatkapelle di Dresda del 1999.

    Era il periodo di riscoperta di Mahler, partito dagli anni '70 e andato avanti fino alla fine del secolo.
    La DG all'epoca poteva vantare addirittura di 4 integrali complete e altre quasi complete. Parliamo di Kubelik, Abbado, Bernstein, Karajan.
    Tutte splendide a loro modo.

    Poi arriva il dottore prestato alla musica che non si limita a posizionare la sua lettura in una precisa chiave storica, va oltre.

    La 5a che rappresenta tutta l'integrale ma ha in più quella magia che dicevo all'inizio è un capolavoro di nitore.
    Spariscono quasi del tutto certe volgarità e ingenuità roboanti sempre presente nel Mahler che ben conosciamo, l'orchestra assume qualità cameristiche (difficili da definire così rigorosamente con le formazioni sempre ipertrofiche richieste da Mahler stesso di suo pugno).
    Le parti sono perfettamente distinte. L'orchestra intera danza leggera.
    Le parti solistiche escono dal buio di fondo, un nero assoluto di silenzio da cui partono all'improvviso squilli e strepiti.
    Fin dalla prima nota.

    Mahler non mi è particolarmente vicino sebbene lo conosca piuttosto profondamente. La mia prima esperienza dal vivo con una orchestra risale proprio agli anni '70, con la 5a di Mahler diretta da Zoltan Pesko al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano.
    Una cosa profondamente diversa da quella rappresentata in questo disco da Sinopoli. Forse di qui il mio stupore ?

    Ma no, è proprio uno stato di grazia che, pur ricercandolo in tutte le altre registrazioni anteriori e successive, fino ai giorni nostri, anche tra i grandissimi non riesco a ritrovare.

    Mitico.

    maxresdefault.jpg

    timthumb.jpg

    Sinopoli aveva un repertorio perfettamente definito e sostanzialmente concentrato sui tardoromantici e a cavallo del secolo.
    La sua firma è l'ascesi con cui dirigeva, ad occhi chiusi, totalmente perso nel suono dell'orchestra.
    Tra Mahler e Strauss, non semplicemente la caduta degli dei per Wagner, ma un Finis Germaniae ineludibile, eppure lucidissimo, in ogni nota sempre perfettamente scandita.

    Share this comment


    Link to comment
    Share on other sites

    R-5464598-1421776208-6400.jpeg.jpg.db0e753be9b92c6d89a3e8276bcd55e5.jpg

    Johannes Brahms
    Sonate per pianoforte e violino Op.78, Op.100, Op.108.
    Josef Suk, violino, Julius Katchen, pianoforte.
    Decca 1967

    Di queste splendide sonate esistono tante belle interpretazioni e ogni anno se ne aggiungono di nuove, ma questa rimane a mio avviso un riferimento anche dopo 40 anni. 

    Il disco fu voluto dalla casa discografica per creare un'appendice cameristica all'integrale delle composizioni per pianoforte di Brahms, realizzata dallo stesso Katchen (e che raccomando caldamente).

     Il risultato fu straordinario e destinato a lasciare il segno nella storia del disco.

    Katchen e Suk suonavano insieme da anni, specialmente in trio con Janos Starker. La scelta dei tempi, la fluidità del discorso musicale, il timbro caldo e un po' ambrato del violino, l'uso sapiente del vibrato, l'interpretazione lirica e appassionata senza essere enfatica o melliflua, tutto insomma gira alla perfezione, segno della grandissima intesa tra i due musicisti.

    A questa registrazione fece poi seguito quella dei trii per violino, violoncello e pianoforte con Starker al violoncello, che raccomando altrettanto caldamente.

    Ottima la qualità della registrazione, specialmente dopo l'ultima rimasterizzazione (Decca Legends).

     

    • Thanks 1

    Share this comment


    Link to comment
    Share on other sites

    cover.jpeg

    Chaikovsky : Concerto per pianoforte e orchestra n. 1
    Emìl Gilels
    Chicago Symphony Orchestra
    Fritz Reiner

    RCA Victor : registrazione "orthophonic" del 1955 che anche sugli impianti di oggi si lascia ascoltare con grande piacere (bassi pieni e archi vivi)

    ***

    Nel mio immaginario (tolta l'edizione storica con Horowitz e suo suocero del 1943) il concerto per pianoforte e orchestra n. 1 di Chaikovsky si identifica con Emil GIlels.
    L'edizione con Fritz Reiner e la sua Chicago Symphony Orchestra è eroica quanto lo può essere un disco che esprime tutta quella forza.
    Ho sempre in mente Emìl che affonda con l'indice la nota forte tra un arpeggio e una serie di ottave tali da demolire la sala.
    Il concerto dura per intero 33:41 che non è un record per Gilels (la versione russa che possiedo del 1945 dura 32:26) ma poco ci manca.
    Ovviamente una eternità in confronto ad Horovitz/Toscanini (29:30) ma molto veloce per la coppia Richter/Karajan del 1962, per tacere di quella bradipica Weissenberg/Karajan.
    Oggi comunque ci sono molti pianisti che lo suonano con questi tempi. E per me è un bene, in un clima di generale dilatazione dei tempi ...

    Segnalo che esiste una versione rimasterizzata di questo disco in 192/24 :

    Piano Concerto No.1, 1812 Overture - sleeve.jpg

    di ottimo livello, ripresa dai nastri originali.

     

     

    Share this comment


    Link to comment
    Share on other sites

    R-9387170-1479665392-9558.jpeg.jpg

    Brahms, concerti per pianoforte e orchestra
    Daniel Barenboim
    New Philarmonia Orchestra
    Sir John Barbirolli
    EMI 1967

    ***

    Ricordo ancora l'emozione dell'ascolto, in cuffia, in un negozio di Milano che da secoli non esiste più, del secondo concerto di Brahms di questa incisione del 1967.
    L'ardore giovanile che fu di Daniel Barenboim unito alla maestria del veterano Sir John Barbirolli, all'anagrafe Giovanni Barbirolli, fulgido riferimento tra i direttori inglesi.
    Intendiamoci, sono innumerevoli le interpretazioni di questi due concerti che stanno alla pari (o meglio) di questa.
    Ma poche sono altrettanto vive, autentiche, sentite come questa, con il giovane nipote e il vecchio zio. Nessuna altrettanto "inglese" pur con due interpreti inglesi solo d'adozione.
    Particolarmente virile l'ingresso orchestrale e poi quello pianistico nel primo movimento del primo concerto. Grande esempio del sinfonismo brahmsiano.

    Da riscoprire se l'avete dimenticata, da conoscere se avete in mente solo l'ultima registrazione del vecchio Barenboim del 2014, che non ha nulla a che vedere con questa.
    Barenboim, purtroppo, non è Barbirolli. Però era un ottimo pianista in gioventù. Sanguigno e genuino.

    Share this comment


    Link to comment
    Share on other sites

    51rOk56PSzL._SY355_.jpg

    Elgar concerto per violoncello e orchestra
    Elgar, Sea Picture (canzoni con orchestra)
    Jaqueline Du Pré
    Janet Baker
    London Symphony Orchestra
    Sir John Barbirolli
    EMI 1965

    ***

    Anche in questo cosa, un rapporto quasi zio-nipote tra la Du Prè e Barbirolli, indubbiamente un rapporto simile a quello con Barenboim, suo marito e il grande maestro Barbirolli.
    Una interpretazione che va a mio parere oltre quella della coppia Du Pré/Barenboim del 1970.
    Sempre sopra le riga la Du Prè ma in questa occasione il rapporto con Barbirolli si concentra sulla nobiltà della musica di Elgar, più che sulla disperazione che è ben più marcata nell'edizione con il marito (questo concerto, secondo l'aneddotica, è legato ad un lutto indiretto di Elgar, durante la Grande Guerra).
    In particolare nei due movimenti finali. Non è una sciocchezza quanto sia importante la relazione - in senso negativo o positivo - che c'è o si crea tra un solista e il direttore di orchestra che lo accompagna. Per credere, provate i due ascolti in parallelo.

    Di pari intensità e nobiltà le Sea Pictures di Elgar, praticamente scomparse dal repertorio corrente che un nome come Janet Baker contribuiscono a fare di questo disco, uno di quelli "del secolo".

    Raccomandato senza eccezioni.

    51yP8U2UrLL._SY355_.jpg

    il disco della BBC con la registrazione live a Praga dello stesso concerto in occasione diversa da quella londinese della EMI

    84852643-612x612.jpg

    durante la registrazione

    recelgar.jpg

    elgar.jpg

    jacqueline-dupre-concerto-pour-violoncelle-elgar_d.jpg

    Jaqueline e Daniel, una storia molto controversa (durante una intervista sul concerto di Elgar)

     

    Share this comment


    Link to comment
    Share on other sites

    uoihym7lfe48a_600.jpg.f391e0cbe6add5e0a967aeb39404da8e.jpg

    Fryderyk Chopin: 10 Mazurche, Prélude Op.45, Ballade N.1 Op.23, Scherzo N.2 Op.31
    Arturo Benedetti Michelangeli, pianoforte
    DG 1971

    ***

    Un disco leggendario e uno di quei 2-3 dischi di Arturo Benedetti Michelangeli che non possono mancare in una collezione. 
    La selezione di dieci mazurche non cessa di stupire a più di 45 anni dall'uscita di questo disco: ognuna è resa come un piccolo universo sonoro, piccole gemme per interpretazione e resa timbrica. Un suono così non si era probabilmente mai sentito prima, ma qui non è mai fine a se stesso. Un'incredibile sintesi di forma e sostanza.

    Finalmente rimasterizzato e disponibile in formato liquido a 96/24.
     

    Share this comment


    Link to comment
    Share on other sites

    folder.jpg

    Richard Wagner : Tristan und Isolde
    Carlos Kleiber 1982

    ***

    Si, anche per i non wagneriani come me, la Price non ci azzecca nulla con Isolde e René Kollo è troppo "leggero" come Tristan rispetto alla Price. E che la Nilsson o la Ludwig o Vickers ...
    Ma questa edizione ha tutta la passione, l'ardore, ma soprattutto l'inesorabile incedere verso l'epilogo che fanno si che le tre ore e 50 minuti possano anche essere trovate tollerabili (ma, lo ammetto, io non ho mai ascoltato un'opera di Wagner per intero dall'inizio alla fine).
    Questo è uno dei dischi che seriamente contribuiscono alla leggenda di Carlos Kleiber, più di altre opere minori portate oltre gli estremi limiti dalla sua mano, più che da quella del compositore.

    Share this comment


    Link to comment
    Share on other sites

    R-6717160-1427574423-1640.jpeg.jpg

    Puccini, Tosca

    Callas, Di Stefano, Gobbi, Orchestra del Teatro alla Scala di Milano diretta da Victor De Sabata
    Emi, disponibile adesso sotto l'etichetta Warner (che ne ha rilevato l'intero catalogo) in una sensazionale rimasterizzazione in formato 96/24 che ne ha - se possibile - ancora migliorato il valore.

    ***

    Inimmaginabile un'altra Tosca che non si ponga in relazione a questo riferimento.
    Pathos, passione, anima in ogni momento, con Tito Gobbi (e De Sabata) sopra tutti.

    Share this comment


    Link to comment
    Share on other sites

    10197949.jpg

    Puccini, La Boheme

    Callas, Di Stefano, Panerai, Moffo
    Orchestra del Teatro alla Scala di Milano diretta da Antonino Votto

    ***

    Come sopra, di uno struggimento indimenticabili i duetti tra Di Stefano qui in dimensione mondiale (la sua "Che gelida manina" ha pochi rivali) e Maria Callas.
    Anche in questo caso meglio puntare direttamente alla nuova versione Warner rimasterizzata partendo dai nastri originali perfettamente restaurati.

    Share this comment


    Link to comment
    Share on other sites

    Folder.jpg

    Rachmaninov : Sinfonia n. 2
    London Symphony Orchestra
    André Previn
    EMI 1973, rimasterizzazione in SACD

    ***

    Del Rachmaninov sinfonista trascuriamo l'opera ed è un peccato.
    Negli ultimi tempi si sono viste alcune riprese, bene.
    Ma sinceramente è difficile andare oltre la perfetta sintesi che ne dà - pur nei 59 minuti pieni - André Previn in questa sua seconda sinfonia registrati ai tempi felici in cui guidava la London Symphony (periodo coevo ai celeberrimi concerti per pianoforte registrati con Vladimir Ashkenazy e che ancora oggi stanno nella discografia ideale del russo).

    E' un mondo lontano eppure vivo, palpitante. La russa zarista che ignara del domani apre la finestra al nuovo secolo e si incammina verso la fine.
    Rachmaninov, pur legato alla poetica di Chaikowsky e alla struttura musicale di Chopin, non indugia mai in nessun momento di ogni sua composizione, alla disperazione.
    La sua è sempre musica virile, dell'uomo forte che si confronta col destino, senza dare mai per scontato un finale già scritto.

    La seconda sinfonia è del 1908, Rachmaninov aveva un discreto successo come direttore d'opera e dirigeva correntemente le opere contemporanee russe e quelle tardoromantiche occidentali.
    Lasciato il Bolshoi per il ritorno di fiamma verso la composizione - precedentemente spentosi a causa dello scarso successo proprio della precedente prima sinfonia - si trasferisce con la moglie a Dresda e qui riprende a scrivere alcuni dei suoi capolavori.
    Il completamento di questa sinfonia non è stata cosa semplice perchè l'autore si sentiva insicuro nonostante il grande successo del secondo concerto per pianoforte.
    Lunga, forse troppo lunga per il pubblico russo, fu rimaneggiata e proposta spesso in edizione accorciata (da 59 a 35 minuti). Proprio André Previn riprese l'edizione integrale originale, in tutto il suo splendore.

    La composizione è intrisa di forma sonata e di contrappunto, addirittura utilizzando spesso il fugato. Rachmaninov non era quello "sciopén" russo che certi hanno cercato di farci credere e sinceramente non aveva molto di più da dimostrare, in un'epoca in cui la tradizione della musica occidentale tardo-settecentesca si stava completamente dissolvendo.

    Ricordiamoci che nel 1908 Mahler ha già dato vita al corpus delle sue sinfonie, Sibelius ha iniziato una nuova tradizione post-romantica scandinava e che tra non molto anche in russia sarebbero arrivate le nuove idee.

    Rachmaninov per tutta la vita resterà legato a quanto amato e posseduto in gioventù. Sinceramente è un peccato che abbia dovuto così a lungo guadagnarsi la pagnotta come guitto di scena per ricchi nababbi americani. Sarebbe diventato anzichè l'araldo del pianismo Chopin-Liszt, il prosecutore della musica di Chaikowsky.
    Ma così non è andata.

    Restano le sue sinfonie, suite e poemi sinfonici. Qui in forma sontuosa, rappresentate dal grande André Previn che proprio ad inizio di quest'anno ci ha lasciati per andare a raggiungere Chaikowsky, Rubinstein e Rachmaninov nel paradiso dei grandi sinfonisti.

    Share this comment


    Link to comment
    Share on other sites


    Guest
    This is now closed for further comments

×
×
  • Create New...