Jump to content

All Activity

This stream auto-updates     

  1. Yesterday
  2. Korngold, concerto per violino e orchestra, sestetto per archi Andrew Haveron, Sinfonia Of London, John Wilson Chandos 2020, formato HD *** Discreto ma non memorabile il concerto. Il sestetto, con tutto il rispetto per Korngold che reputo uno dei musicisti più autorevoli del '900, non una composizione di grande livello. Suono Chandos, inappuntabile. Un disco che appassionerà solo gli inglesi.
  3. Brahms : Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 Royal Northern Sinfonia , Lars Vogt Ondine 2020, formato HD *** Comprendo che è un momento in cui il mondo va alla rovescia. Doveva capitare, era troppo tempo che le cose andavano nel buon vecchio modo. E in fondo questa registrazione è del febbraio 2019. Ma esce oggi, aprile 2020, nel mezzo del merdone del Coronavirus. Ebbene tutta la foga che mi sarei aspettato dal grande Lars Vogt nel primo concerto di Hannes, l'ho trovata invece nel secondo. L'opposto della mia concezione di queste opere. Vedo un Hannes incazzato nero nel periodo del primo concerto (per i motivi che sappiamo) e uno Johannes maturo che oramai ha capito che le sue occasioni sono trapassate e che tutte le fortune le ha avute Robert, quando scrive il secondo concerto. Insomma, per quanto era moscio e bolso nel primo concerto pubblicato l'anno scorso, è virile, forte, addirittura eccessivo nel secondo che esce adesso. Ne viene fuori un secondo concerto di Brahms - il principe dei concerti per pianoforte - da macho, quando doveva essere olimpico. E mentre è moscio il primo. Va bene uguale, bravo Lars, meglko così. Che purtroppo, nelle variazioni Handel si riscatta solo nella fuga finale perchè, in barba a tutti i ragionamenti del libretto (il basso, Handel, Bach, le Goldberg) a parte la fuga, sono una palla micidiale. Registrazione in linea con la prima, un pò confusa, con il pianoforte un pò opaco e tutta la scena in mezzo. Ma meno male che si è riscattato perchè con l'altro disco non credevo alle mie orecchie ! bello dirigersi la propria interpretazione, vero ? Per un solista in un concerto così complesso deve essere impegnativo, però sarà anche il massimo ! Johannes Brahms nel 1876, quarantatreanni, eppure ancora un bambino a tutti gli effetti non anagrafici
  4. Io trovo che il programma del disco sia ben congegnato e sicuramente molto pensato, così come è pensata ogni singola nota. Trovo come te che Olafsson sia un pianista strordinario, maturo, con una sua chiara visione interpretativa, che purtroppo non mi parla molto, ma poco male, ognuno ha i suoi gusti!
  5. Debussy - Rameau Vìkingur Olafsson, pianoforte Deutsche Grammophon 2020, formato 192/24 *** Due premesse. Io non arrivo a capire del tutto il Debussy pianistico (per inciso amo la Suite Bergamasque, meno, molto meno le composizioni più evanescenti) mentre adoro il Debussy cameristico. Ovviamente ci sta il legame con Rameau, anzi, è Debussy stesso che si rifà agli antichi maestri francesi, se non nello stile, nel senso descrittivo e destrutturato della musica, in contrasto con i tedeschi o gli italiani, insomma, i non francesi, successivi. L'Hommage a Rameuo, il richiamo a Couperin non sono del tutto di facciata. Ma Rameau con le sue parodie a volte comiche a volte allegoriche, cosa avrebbe fatto con un pianoforte potente come quello di Rekjavick che ha usato Olafsson in questo disco ? Insomma, un disco personale di un pianista già estremamente maturo che sa cosa suona, lo suona in un una maniera tutta sua, senza alcun timore reverenziale. Il suo Rameau è libero ma non troppo estroverso. Pieno di ornamenti e di fioriture ma tutt'altro che ridondante. Quando è giusto accelerare si accelera. Ma l'atmosfera è concentrata, pensosa. Giocata sul chiaroscuro. Molto convincente e che secondo me stacca ogni altra proposta articolata disponibile per non parlare della stessa musica al clavicembalo che viene relegata in una dimensione monotonica ed estremamente povera di sfumature, sebbene grandemente ricca di suono. Olafsson è agile, non agile e macchiettistico come il miglior Sokolov (che però non ha mica registrato un disco dedicato a Rameau, si concede nei bis, al massimo, quando ha voglia di concederli) ma è più interessante dell'ultimo Tharaud e molto più fantasioso anche del miglior Rousset che essendo nipoti di Rameau dovrebbero renderlo al meglio. E Debussy ? Dipende. Non è quello che siamo abituati a sentire. Quindi quando c'è ritmo e velocità, non ci sorprende che il risultato ci sia ("Jardins sous la pluie") Ma quando c'è più da indugiare non lo so, la musica resta come sospesa ("La fille au cheveaux de lin"). E "Ondine" è francamente un pò noiosa ... Mentre l'Hommage al vecchio maestro è un minuto più lungo del corrente, e addiruttura due minuti e mezzo più lungo di quello storico di Gilels (recital di Seattle). Un pò troppo metafisico secondo me e veramente troppo personale. Resta il fatto che questo pianista non si preoccupa di smuovere il cuore delle persone é di tutta evidenza (ma non l'ho mai visto né mai lo vedrò dal vivo se non nei video che posto qui di seguito) che suoni per lo più per se stesso. Il mio pensiero resta quello scritto a proposito del "suo" Bach. E' un genio alla Glenn Gould e va preso così, senza criticarlo o prenderlo come esempio. Credo che il suo Bach e il suo Rameau siano eccezionali. L'accostamento con Debussy l'avrei evitato (saranno stati gli editor ? Non credo, tutto sommato). Ma è tra i più interessanti musicisti di oggi. Registrazione molto ravvicinata ma precisa e senza alcuna asprezza. PS : ho ascoltato questo disco 12 volte prima di parlarne. Complessivamente mi piace molto nell'insieme ma alla fine Debussy tendo quasi sempre a saltarlo.
  6. Last week
  7. Prelude, Rags and Cakewalks Musiche di Debussy, Joplin, Auric, Milhaud e Satie, trascritte per complesso di ottoni e percussioni The Symphonic Brass of London diretti da Eric Crees MPR 2020, formato HD *** Disco che cerca di unire il nuovo mondo tra le due coste dell'Atlantico per il tramite della statua della libertà, del transatlantico France e della torre Eiffel. Ma se la musica della costa USA si presta all'esperimento ... di quest inglesi, le trascrizioni dei francesi mi spiazzano completamente. Sembra musica sperimentale. Boh, riascolterò con più propensione.
  8. Beethoven, sinfonia n.5 Op.67 MusicAeterna, Teodor Currentzis. Sony Classical, 2020 *** Una quinta di Beethoven feroce e brutale, totalmente spiazzante, come spesso succede con il direttore greco, che si diverte a spazzare via tutta la tradizione interpretativa post-romantica a sciabolate. A tratti assolutamente geniale, a tratti profondamente irritante, sempre originale. Da approfondire.
  9. Beethoven : Quartetti Op. 132 e 130, Grosse Fugue Op. 133 Tetzlaff Quartett Ondine 2020, formato HD *** Christian e Tanja con due loro amiche. Christian in generale è freddo come il ghiaccio del Baltico in febbraio ma Tanja no, è più amabile. Qui in queste pagine celeberrime che francamente oramai mi sono stancato di affrontare nelle decine di tante proposte che arrivano, ci sono momenti di puro abbandono di autentica poesia e di sentimento. BRAVI !
  10. Guido Cantelli era l'erede designato dell'Arturo. Catturato anzitempo dal Dio Odino per godere della sua musica. E' un mito. E in quanto mito, non si può commentare come non ci si può opporre al martello di Thor quando scatena la sua ira con le nuvole. La 4a di Schumann (1954) e la 5a di Chaikovsky (1951) di Cantelli sono leggenda. La registrazione originale era accettabile. Qui hanno fatto lavorone di rimasterizzazione. GRAZIE WARNER !
  11. Betthoven : Le nove sinfonie André Cluytens alla guida dei Berliner Philarmoniker Erato, rimasterizzazione 2020 in formato HD *** André Cluytens è tra i più raffinati direttori della sua generazione. Sarebbe stato eclissato dai Cantelli se questo non fosse morto come il Torino Calcio. Ma così va la storia. Ho ascoltato solo la 3a che per me è la cartina di tornasole per Beethoven. Se uno non rende nella terza, non è buono nemmeno nella nona. La sostanza c'è e ne raccomando l'ascolto. Ma resta il dubbio che stiamo ascoltando l'Orchestra di Herbert Von Karajan durante la ricreazione con un direttore ospite (francese, belga ?) che si sente un pò in soggezione di fronte a questi dei dell'Olimpo. I tempi sono veloci ma non troppo. I ritmi sono audaci ma ... non troppo. Bello ... ma non troppo.
  12. Earlier
  13. Tanto di cappello a Pascal Rogé e al suo brillante e solare Saint-Saens, ma dei "sinistri sei" continuo a fare a meno
  14. BAch, concerti per clavicembalo Francesco Corti e il pomo d'oro Pentatone 2020, formato HD *** Bel disco, fresco, brillante, libero. Un bel modo di togliere eventuali patine a musica senza tempo. E chi l'ha detto che gli italiani non se la cavano bene nella musica barocca tedesca ? Anche quelli con l'orecchino Registrazione magistrale.
  15. Le Six et Satie. Musiche di Auric, Durey, Honegger, Milhaud, Poulenc, Tailleferre e Satie. Pascal e Ami Rogé, pianoforte. Onyx Classics 2020. *** Nel tripudio discografico di celebrazioni del 250 anniversario di Beethoven, un po’ di musica francese giunge come una boccata di aria fresca. E quale musica più anti-germanica potrebbe esserci se non quella del cosiddetto Gruppo dei Sei, musica nata alla fine della grande guerra, sulla spinta dell’antagonismo bellico e di sentimenti nazionalistici, in antitesi alla pesantezza teutonica di Wagner. I compositori in questione sono Darius Milhaud, Arthur Honegger, Francis Poulenc, Germaine Tailleferre, Georges Auric e Louis Durey che, sotto l’influsso di Satie e Cocteau, ebbero un momento di coesione intorno al 1920, quando un critico musicale creò per loro la definizione di “Gruppo dei Sei”, sulla scia del russo “Gruppo dei Cinque”. In realtà questa vicinanza fu effimera e ognuno di loro seguì poi la propria strada, com’è normale. Se il rifiuto della tradizione tedesca è evidente, il tentativo di scrollarsi di dosso l’impressionismo di Debussy fu solo apparente: evidenti sono i numerosi riferimenti allo stile del grande compositore francese, pur sotto un abito ormai molto diverso. E’ musica per lo più disimpegnata, spesso scherzosa e brillante, divertente da ascoltare, nazionalista sì, ma al tempo stesso aperta a tutte le influenze musicali che attraversarono Parigi in quegli anni. Ascoltandola oggi stupisce per la sua modernità e viene quasi da dire che questa musica è invecchiata molto meglio di quella di tanti compositori venuti dopo. Pascal Rogé, qui accompagnato dalla moglie Ami, è un pianista straordinario, sicuramente uno dei migliori nel rendere al meglio il repertorio francese (ricordo una bellissima integrale di Poulenc e tanti altri bei dischi). Negli ultimi anni ha inciso spesso in coppia con la moglie con ottimi risultati. Un disco che mi ha regalato degli autentici momenti di buonumore (cosa rara di questi tempi) e che mi sento di consigliare anche a chi ha poca familiarità con questo repertorio.
  16. Brani vari di Debussy et Rameau. Víkingur Ólafsson, piano. DG, 2020. *** Al suo terzo disco con DG il pianista islandese ci propone un raffinato programma che unisce con grande cura brani di Debussy e di Rameau. Il pianismo purissimo di Ólafsson dà il meglio di sé in un gioco di echi e rimandi tra i due compositori. Il risultato è assolutamente gradevole, anche se personalmente tendo a preferire il Rameau di Sokolov, un pelo più elettrico e frizzante.
  17. Schoenberg e Brahms, concerto per violino e orchestra Jack Liebeck, violino (Guadagnini 1785) BBC Symphony Orchestra Andrew Gourlay Orchid Classics 2020 *** Ok, è tutto inglese questo disco e gli inglesi ne parlano bene per convenzione. Ma non voglio essere politicamente corretto : è una palla ! Schoenberg e Brahms si legano insieme per il libro del Professor Schoenberg "Brahms il progressista" e poi ? Per le vicende biografiche della famiglia Liebeck. Bene. Ma se ascoltiamo Brahms, cadiamo nel sonno. Mentre questo Schoenberg non si avvicina nemmeno di lontano a quello di Hillary Hahn o di Isabelle Faust. Per cortesia ...
  18. Canadian Organ Music on the organ of the Coventry Cathedral Rachel Mahon, organo Delphian 2020 *** La ragazza che tenta di scrivere con una canna d'organo in copertina del disco è la titolare dell'organo della cattedrale di Coventry. Non una cosa da poco - come è giustamente rimarcato nelle note di copertina. Anche perchè non è solo la prima donna ad esserlo, è pure canadese. Come lo è la musica registrata, piuttosto impegnativa, sin dal principio che Healy Villan voleva dimostrare : non è solo cosa da tedeschi scrivere una Passacaglia e Fuda (stile Reger) per organo. E il brano è veramente notevole. Ma anche il resto è interessante. Consigliato, però, ai soli amanti dell'organo.
  19. Kapsberger : che fai tù ? Libri di villanelle a 1,2 e 3 voci Les Kapsber'girls Muso 2020, formato HD *** Che Kapsberger, italianissimo nonostante il cognome germanico potesse avere una compagine di fans così sfegatate da darsi come nome Kapsber-girls non l'avrei mai creduto possibile. Ma se ci sono ancora le fans dei Finley che oramai sono vecchi come Girolamo, perchè no ? Il disco è divertente, il repertorio, così così. Ci mettono loro tutta la passione e la cura interpretativa che ci vuole
  20. "The Diabelli Project", musiche di Beethoven e molti altri. Rudolf Buchbinder, pianoforte. DG, 2020. **** Veterano del circuito pianistico internazionale, Rudolf Buchbinder è un grandissimo esperto del repertorio classico viennese e tedesco e specialmente della musica di Beethoven. Nel corso degli anni ha inciso varie integrali delle sonate, dei concerti e indiscutibilmente ha un rapporto molto stretto con le celebri variazioni Diabelli. Conoscete probabilmente la storia di queste variazioni. Anton Diabelli, compositore, pianista e soprattutto editore (fu il primo editore di Schubert), nel 1819 ebbe questa trovata, che oggi definiremmo di marketing, di chiedere a diversi compositori dell’epoca di scrivere una variazione su un suo breve valzer (assai mediocre, in verità). Risposero tantissimi musicisti, la maggior parte dei quali oggi completamente dimenticati, ma tra di essi troviamo anche nomi noti come Schubert, Moscheles, Hummel, Czerny e un giovanissimo Liszt. Beethoven, inizialmente poco interessato alla proposta di Diabelli, cambiò ben presto idea e nell’arco di quattro anni compose un lavoro monumentale costituito da ben 33 variazioni sul tema originale di Diabelli. Fu una delle sue ultime composizioni per pianoforte e, insieme alle ultime 5 sonate, un vero e proprio lascito alle successive generazioni i pianisti e compositori. Il buon Diabelli decise di pubblicare in due volumi tutti i contributi ricevuti: il primo con le variazioni di 50 diversi compositori (tra i quali anche l’Arciduca Rodolfo, compositore dilettante) e il secondo con il lavoro di Beethoven. Poteva ben dirsi soddisfatto il nostro editore austriaco! Ma torniamo al nostro disco, intitolato “The Diabelli Project”, il progetto Diabelli. Buchbinder ritorna a incidere quest’opera monumentale dopo averla portata in concerto per diversi decenni, ma non si ferma qui. Il pianista austriaco fu anche il primo ad aver registrato tutto il primo libro di variazioni, quello ormai (giustamente) dimenticato contenente i lavori degli altri compositori. Per l’occasione ne riprende una manciata, otto per la precisione, che propone in chiusura di disco. Ma Buchbinder nel suo omaggio al progetto originario di Diabelli va oltre e prova a renderlo più attuale, chiedendo a 12 compositori contemporanei, di generazioni e provenienze diverse, di scrivere la loro variazione sul tema di Diabelli: Krzysztof Penderecki (*1933), Rodion Shchedrin (*1932), Brett Dean (*1961), Max Richter (*1966), Jörg Widmann (*1973), Toshio Hosokawa (*1955), Lera Auerbach (*1973), Brad Lubman (*1962), Philippe Manoury (*1952), Johannes Maria Staud (*1974), Tan Dun (*1957), Christian Jost (*1963). In questo disco ne ripropone undici (manca la variazione di Penderecki, per ragioni che ignoro). Chiaramente l’ascolto si divide in tre parti. Nella prima il pianista austriaco esegue le famose variazioni Diabelli di Beethoven, rivelandoci tutta la sua arte e la sua consumata esperienza con queste pagine, con le quali ha ormai un rapporto di intima affinità. L’ho trovata una grandissima esecuzione che mi ha fatto conoscere un Buchbinder diverso da quello che ricordavo. Nelle variazioni moderne, che occupano la parte centrale del disco, si riconoscono stili diversi e modi diversi di affrontare questo “compito”. Alcune mi sono piaciute, altre meno, ma ho certamente apprezzato l’idea di attualizzare l’intuizione di Diabelli e di mischiare tradizione e innovazione. L’ultima parte del disco con una manciata di variazioni dei contemporanei di Beethoven, riporta i lavori di Johann Nepomuk Hummel, Frédéric Kalkbrenner, Conradin Kreutzer, Franz Liszt, che nel 1819 aveva 8 anni, Ignaz Moscheles, Franz Xaver Wolfgang Mozart, figlio del più famoso genitore, Franz Schubert e Carl Czerny. Sono probabilmente i compositori più significativi tra i cinquanta del primo volume di variazioni, detto questo, oggi queste pagine sono poco più di una curiosità. In conclusione, non posso che raccomandarvi questo disco, che rappresenta fin qui una delle proposte più interessanti e originali nel 250° anniversario della nascita di Beethoven!
  21. Beethoven Suites (per pianoforte e mandolino) Julien Martineau, mandolino Vanessa Benelli Mosell, pianoforte Naive 2020, formato 96/24 *** Sapevamo che avremmo visto tutto quanto il Beethoven possibile quest'anno e anche di più ... ma lasciamo qualcosa per il 2027/1827 ! Ebbene qui abbiamo musiche originali e non, di Beethoven e non , per mandolino e pianoforte. Non ho un commento da fare, magari lo riascolterò. Il finale ... é qualche cosa che si richiama al primo movimento della 5a trascritto per questa strana accoppiata ...
  22. Rebecca Clarke, chi era costei ? Violista e compositrice inglese nata nel 1886 a Londra. Studiò composizione al Royal College of Music con Stanford che le suggerì di dedicarsi alla viola per impadronirsi delle tecniche solistiche. Tra le prime musiciste professioniste sia in Inghilterra che negli Stati Uniti dove si trasferì 1916 restandovi bloccata per lo scoppio della Grande Guerra. E qui che comincia a comporre, firmando i suoi brani con uno pseudonimo maschile per non incorrere nel pregiudizio. Il suo impegno come compositrice prosegue grazie al mecenatismo di Elizabeth Sprague Coolidge Elizabeth Sprague Coolidge in un ritratto di Sargent del 1913 La Clarke fu l'unica donna sovvenzionata dalla Coolidge che oltre ai concorsi per musica da camera, commissionava musica dalle firme più promettenti (segnalo che Malipiero vinse il concorso nel 1923). Negli anni '20 riprese l'attività concertistica in giro per il mondo e in Inghilterra, partecipando anche a programmi radiofonici della BBC e a qualche registrazione, riducendo l'attività compositiva che riprese limitatamente negli anni '40 negli Stati Uniti dove ancora era bloccata dalla nuova guerra. Pur essendo vissuta a lungo (morirà a New York nel 1979), le sue composizioni sono relativamente poche e il periodo più fecondo è quello appena successivo alla Grande Guerra. Per tutta la sua attività, pur avendo successo come musicista, soffrì del giudizio degli altri e in generale di disistima che per tratti era vera e propria depressione. Ha lasciato musica da camera e canzoni. La scoperta della sua musica è avvenuta dopo la sua morte, sostanzialmente alla fine del secolo ed è proseguita con la fondazione della Rebecca Clarke Society, nata per sostenere la registrazione e lo studio - comprese prime esecuzioni mondiali - della sua musica. Ma soltanto nel nuovo secolo, a 100 anni dal suo debutto la Clarke sta ricevendo il giusto tributo. Ascoltando la sua musica, si capisce quale passione l'animava, la stessa che ha portato i musicisti (uomini) della sua era, come Frank Bridge, Stanford, Vaughan WIlliams fino a Britten a dare un contributo fondamentale all'arte del '900. La sonata per viola e pianoforte La Sonata per viola e pianoforte di Rebecca Clarke stata presentata nel 1919, questa volta senza pseudonimo ma firmata dall'autrice, al concorso annuale di Elizabeth Sprague Coolidge. Su 72 brani presentati si guadagnò grande considerazione ma alla fine vinse la composizione di Ernest Bloch, probabilmente per evitare fraintendimenti visto che la sponsor del concorso manifestava una forte propensione per la composizione della Clarke e si volevano evitare favoritismi. Qualcuno arrivò anche a credere che Rebecca Clarke fosse uno pseudonimo di un compositore uomo in cerca di considerazione, forse perchè non si credeva - all'epoca - che una donna fosse capace di scrivere musica di quella potenza. Il brano ebbe comunque successo di pubblico e contribuì insieme al trio per pianoforte e alla rapsodia per violoncello degli anni successivi ad una certa notorietà per l'autrice. Si tratta dell'apice della carriera di Rebecca Clarke. La pubblicazione a stampa della sonata avverrà nel 1921, sempre negli Stati Uniti, certamente più aperti alla musica al femminile dell'Inghilterra. Il frontespizio reca una citazione della pesia Clarke ci dà un incipit sulla prima pagina della sonata, una citazione da La Nuit de mai (1835) del poeta francese Alfred de Musset: Poète, prona ton luth; il vino della jeunesse Fermente cette nuit in the veines de Dieu. La sonata si compone di tre movimenti : - I - impetuoso - II - vivace - III - adagio Il primo movimento è realmente impetuoso con una apertura veemente della viola cui fa seguito poi un dialogo con il pianoforte dall'atmosfera debussyana che ritroviamo anche nell'adagio finale. Diciamo che tutta la composizione ha cromie in stile Debussy ma l'aurea transnaturale tipica del francese è sostenuta da una concretezza tutta britannica. Nella forza la sonata ricorda quella coeva della sonata per violoncello e pianoforte di Frank Bridge, amico della Clarke. Il finale si libera in forma brillante, con fuochi d'artificio che si staccano completamente dall'inizio del pensoso adagio. La sonata si conclude quindi con la stessa forza che caratterizza l'inizio, riprendendo lo stesso materiale melodico con il pianoforte che incalza l'ossessiva tessitura della viola. Le due parti hanno infatti pari impegno e difficoltà, il linguaggio nell'insieme è molto originale, vive dell'humus in cui l'autrice si è formata ma con tratti decisamente originali e il carattere della sonata è realmente di grande intensità. Tanto che, finalmente, si è imposta nel repertorio dei migliori violisti del nostro tempo cui vengono richiesti al contempo carattere, virtuosismo e tecnica. Esiste una versione orchestrata di questa sonata, commissionata nel 2007 dalla Rebecca Clarke Society a testimonianza di una dignità ultra-cameristica ma non ho avuto modo di ascoltarla. Rebecca Clarke agli anni del debutto negli Stati Uniti. Edizioni Ho la fortuna di possedere svariate edizioni di questa sonata. La più anziana è quella del pregevole disco del 1993 dedicato alle sonate per viola e pianoforte del 1919, eseguito splendidamente da Yishak Schotten con la moglie Katherine Collier Segue un disco altrettanto particolare del 2001, edito da Helios ed eseguito da Paul Coletti e Leslie Howard, una compagine britannica alle prese con musica puramente british per viola e pianoforte (Bax, oltre ovviamente a Frank Bridge e Britten, con Grainger e Vaughan Williams) Il disco Naxos del 2004 ha il pregio di comprendere altra musica da camera di Rebecca Clarke quasi una integrale che spazia per i decenni di attività compositiva Il disco della solita imperdibile proposta di Somm è del 2014 e contiene la sonata per viola suonata con il violoncello insieme a musica di Bridge, di Delius e di Ireland. La sonata già di pugno della Clarke è alternativamente eseguibile per viola o violoncello. Con quest'ultimo acquista toni più scuri che si traducono in un tono più "maschio" ancora, con una atmosfera decisamente calda e romantica, ben assecondata dall'intonazione dello strumento che suona Alexander Baillie. Arriviamo alle ultime due proposte per l'anniversario, che riprende le tre celebri sonate del 1919 (Clarke, Bloch, Hindemith) (2019) in una edizione molto decisa e brillante e quella estremamente passionale e viscerale data dalla coppia Marina Thibeault/Marie-Evé Scarfone che sotto al titolo "Elles", include anche musiche per viola e pianoforte (originali o trascritte) di altre musiciste come Clara Schumann, Fanny Mendelssohn, Nadia Boulanger con un intento chiarissimo (2018) aggiungo, non disponibili in disco ma liberamente fruibili sul web l'interpretazione di due dei migliori violisti in attività : Gérard Caussé e Antoine Tamestit due visioni differenti per impostazione e sviluppo, come è corretto che sia. Non dò preferenze di scelta lasciandone a voi la scoperta. Vi segnalo che i tempi variano dal più breve di poco più di 21 minuti al più lungo dei oltre 26 minuti (la versione per violoncello). Probabilmente per il mio gusto e per quello che credo sia il senso della composizione l'esibizione tutta al femminile che trovate anche qui tra i filmati di Youtube sia quella che idealmente leggo di più all'idea che ho io di Rebecca Clarke. Quella più equilibrata, la lettura di Tamestit. La più romantica al gusto di Earl Grey, quella al violoncello. La più impetuosa e maschile, quella di Coletti con Leslie Howard, a tratti al calor bianco. Ma soprattutto, datevi il tempo di esplorare una delle più affascinanti composizioni britanniche del XX secolo, per me al pari della sonata di Frank Bridge e capace di confrontarsi con il meglio della produzione inglese da Stanford a Britten.
  23. Della serie, in uscita il primo maggio il terzo volume della serie Chandos
  24. British Violin Sonatas Walton, Alwyn, Leighton, Berkeley, Rawsthorne, Jacob Clare Howick, violino, Simon Callaghan, pianoforte SOMM RECORDINGS 2020, formato 96/24 *** Il programma è originale, non è più originale la rivisitazione delle sonate per violino e pianoforte britanniche del XX secolo, perchè la frequentazione è già abbastanza ricca. In questo caso abbiamo l'associazione di compositori coevi : Alwyn, Walton, Rawsthorne e Berkeley sono tutti nati tra il 1902 e il 1905 e sono morti intorno agli anni '80 del secolo scorso. Fuori paio c'è Leighton che è nato nel 1929 e Jacob che è più vecchio, essendo nato nel 1895. I pezzi forti di questo disco sono certamente la sonata di Walton, quella di Leighton e la sonatina di Alwyn mentre gli altri offrono pezzi brevi per riempire i 72 minuti del disco. Della sonata di Walton, dedicata alla moglie di Menuhin, ci sono due buone alternative. Questa della Howick è un pò nervosa ma la durata è complessivamente più lunga (27:00) dell'edizione storica di Menuhin con Walton stesso al pianoforte (24:50) e molto di più di quella, che a me convince di più (non me ne voglia Walton !) è quella della serie di Tasmin Little con Piers Lane. E' una sonata molto energica in queste interpretazioni moderne, molto diversa dalla visione originale, probabilmente più corretta (ovviamente, con Walton al piano) ma forse un pò più vicina al nostro palato. Bella la sonatina di Alwyn, autore spesso considerato solo per composizioni minori e in effetti qui parliamo di un brano di 10 minuti in tutto. Kenneth Leighton per me er aun illustre sconosciuto ma la sua sonata qui inclusa é veramente molto interessante ed energica. Direi appassionatamente inglese sia sul piano melodico che nei richiami tematici e ritmici. Degli altri brevi pezzi del disco ricordo in particolare la Toccata di Berkeley, veramente molto vivace. Continua così il mio viaggio nella musica inglese tardo-romantica e del '900, ma in verità senza tempo. Clare Howick e Simon Callaghan offrono nel complesso una prova di grande intesa e di carattere. In Walton, come ho scritto, preferisco Little/Lane ma è un disco comunque molto apprezzabile. Registrazione chiara e precisa con un violino rugoso al punto giusto e un pianoforte senza code sonore e non immanente. alternativa, ovvia, per Walton, Menuhin accompagnato da Walton in persona altro disco per Naxos di Clare Howick nella mia collezione Tasmin Little secondo me però si muove su un piano superiore
  25. Alessandro Scarlatti : Il Venerdì Santo, Responsorii per la Settimana Santa La stagione armonica, Sergio Balestracci Deutsche Harmonia Mundi, 2020, formato HD *** La musica per il servizio religioso della Settimana Santa, esce in tempo in questa stagione in questa bellissima edizione della DHM per la formazione nostrana "La Stagione Armonica". Il garbo e la nobiltà della musica dello Scarlatti che conta a me non stanca mai. Qui c'è un'alternanza di cori a cappella in latino e di fughe per organo. La toccata e fuga iniziale già vale, secondo me, tutto il disco. Registrazione molto chiara (fin troppo).
  1. Load more activity
×
×
  • Create New...