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  1. Last week
  2. Henry Purcell : King Arthur (1691) Gabrieli Consort, Paul McCreesh Anna Dennis, Mhairi Lawson, Rowan Pierce, Carolyn Sampson, soprano Jeremy Budd, controtenore James Way, tenore Roderick WIlliams, Baritono Ashley Riches, basso-baritono libretto di John Dryden Signum Classics, 2019, formato 192/24 *** varie formazioni del Gabrieli Consort, in basso con Carolyn Sampson in primo piano. King Arthur è una semi-opera, cioè una composizione musicale/teatrale in cui i principali ruoli sono attori che recitano un testo teatrale mentre i cantanti sono ruoli secondari oppure divinità. Genere tipico nel barocco francese e inglese. E' una composizione particolare, perchè ha una chiara connotazione politica, nata dopo la restaurazione, ripensata durante la gloriosa rivoluzione e data alle scene con l'arrivo del nuovo Re Guglielmo d'Orange. Non narra le storie d'amore e gli atti cavallereschi di Re Artù, di Ginevra, di Lancelot e dei cavalieri della Tavola Rotonda. Nella realtà i protagonisti sono i britannici e i sassoni, capitanati da Arthur e da Oswald, con i loro dei. Calati nella realtà di quei giorni, in verità i britannici sono i Tories, Re Artù il defunto Carlo II, i sassoni sono i Whigs e Re Oswald è il Duca di Monmouth. Le due fazioni sono influenzate dall'intervento di divinità e semidivinità (Venere e Cupido, Wotan) che ne modulano le azioni. Il tutto si chiude con la sintesi tra le due popolazioni. L'auspicio, finalmente, dopo quasi 1000 anni, per la pace tra le due genti che comporranno il Regno. Grande successo di pubblico con numerose repliche anche negli anni a venire e nonostante la morte di Purcell (1695),e riprese anche negli anni a venire, proprio per il connotato politica. Se vogliamo esagerare con i riferimenti, passato Guglielmo, l'avvento dei Sassoni con Giorgio I d'Hannover - fondatore della dinastia che ancora regna nel Regno Unito - porterà a Londra il Sassone erede di Purcell, il giovane Handel che ne prenderà l'eredità come libero imprenditore. L'inglese Purcell stesso nell'ultimo periodo, dopo la morte di Re Carlo II, si libererà dagli incarichi ufficiale per lavorare come libero musicista senza contratti stabili. Al di là delle - doverose - note che definiscono King Arthur, la riproposizione in questa edizione curata personalmente da McCreesh con l'ausilio dei suoi colleghi del Gabrieli Consort, ne rende una versione ancora più particolare. L'opera nella sua storia ha avuto svariati rimaneggiamenti che l'hanno resa a volte pomposa sicuramente più di quanto intendevano gli autori in origine. Qui abbiamo 17 musicisti e 8 cantanti che fanno anche da coro. Il suono - con corde di budello intrecciato - è chiaro e terso. Limpido. L'inizio peraltro porta 4 brani da Amphytrion. Poi l'Ouverture di King Arthur e un'aria strumentale. Poi l'inizio con l'ode a Wotan (Woden) e il sacrificio auspice per l'imminente battaglia dei sassoni contro i britanni. Quindi un continuo di arie, preludi, intermezzi, tunes per trombe per condurre al finale glorioso. Per Britannia e San Giorgio. E il ballo finale che sancisce la pace tra le due genti. Un'ora e trentasette di musica sublime, voci perfettamente equilibrate con il testo e la musica. Senza troppa enfasi né pompa, nello stile del Gabrieli Consort. Una grande prova di amore per il Molto Onorevole Mr. Henry Purcell, il più autenticamente inglese dei compositori britannici. *** Personalmente, per quanto colpito dal tono complessivo e dalla chiarezza di questa edizione, non posso dire di considerarla però superiore ad altre edizioni storiche, ad esempio quella di Deller con uno splendido Maurice Bevan o quella di Gardiner con i suoi solisti. Che pagano pegno solo per la ripresa ma hanno una carica di umanità e di senso scenico che un pò si perdono in questa ultima ripresa di McCreesh che a me è sempre sembrato un pò troppo "asciutto". Ma parliamo di sottigliezze, ognuno giudicherà.
  3. Florestan

    Viola 1919

    Per il centenario, stesso repertorio, stesso titolo, altri interpreti, AVI MUSIC 2014, uscito l'estate scorsa.
  4. Prokofiev, sonate per pianoforte n.4, 7, 9. Alexander Melnikov, pianoforte. Hamonia Mundi 2019 *** Ritorna a Prokofiev l'imprevedibile ed eclettico pianista russo Alexander Melnikov. Dopo il primo disco, che comprendeva le sonate 2, 6, 8, questa seconda registrazione contiene tre sonate, le n. 4, 7, 9, molyo diverse tra loro per stile e periodo di composizione. Se la settima sonata è probabilmente una delle pagine più note per pianoforte di Prokofiev, le altre due sono decisamente meno conosciute. Nella quarta sonata (1917), piuttosto cupa e introspettiva, così come nella più serena e comunicativa nona sonata (1947), Melnikov è davvero superlativo nel restituirci emozioni, contrasti improssivi, cambi di colori e ritmi, con una sensibilità e una poesia poco comuni. Questa sua magistrale interpretazione della nona sonata è probabilmente una delle migliori in discografia. Mi ha lasciato invece piuttosto perplesso nella settima sonata (una delle tre sonate "di guerra"), affrontata da un lato con grande intensità, dall'altro con un'insolita e sorprendente prudenza. Se nella versione di Richter (che ne fu il primo esecutore, dopo averla imparata in soli quattro giorni) ci sembra di sentire i colpi dei cannoni e le bombe che esplodono, se nell'altra famosa interpretazione, quella di Pollini, siamo pervasi da una furiosa disperazione, sembra che qui Melnikov abbia meno successo nel trovare una propria visione interpretativa di questo lavoro, sicuramente più appariscente e virtuosistico rispetto alle altre due sonate del disco, più posate e reticenti. Il diabolico e difficilissimo ultimo movimento in 7/8 viene affrontato con insolita e disarmante lentezza, che rende priva di senso l'indicazione di "Precipitato" del compositore. Peccato, ma anche poco male, perché il disco è comunque da ricordare per le altre due sonate. Un altro passo fasso di questo disco, purtroppo, è la qualità della registrazione, realizzata nei celebri Teldex Studio di Berlino: nonostante la dinamica e i timbri del pianoforte siano ottimamente restituiti, l'immagine del pianoforte sembra quasi quella di un'orchestra, con gli alti tutti a sinistra, i medi in mezzo e i bassi tutti a destra. Una scelta davvero incomprensibile da parte di un etichetta di livello come Harmonia Mundi.
  5. Florestan

    Viola 1919

    VIOLA 1919 Yizhak Schotten, viola Katherine Collier, piano Sonate per viola e pianoforte del 1919 di Rebecca Clarke, Enest Bloch e Paul Hindemith Crystal Records 1993, formato CD *** i due protagonisti del disco all'epoca della registrazione e oggi, in concerto. Disco particolare, a tema, che racchiude tre composizioni per viola e pianoforte del 1919. Registrato nel 1993 ma che io ho scoperto solo oggi, nel 2019, quando è uscito un secondo disco, identico, per il centenario, con lo stesso repertorio ma con altri interpreti. Le tre composizioni sono la splendida sonata per viola e pianoforte di Rebecca Clarke, la Sonata n.4 Op. 11 di Paul Hindemith, la Suite per viola e pianoforte di Ernest Bloch. Il violista è Yizhak Schotten, allievo selezionato del grande William Primrose, che ricorda molto nella dolcezza del timbro. Lo accompagna al pianoforte Katherine Collier, sua consorte, con la quale si esibisce anche oggi a quasi trent'anni di distanza. Son tre composizioni in cui la viola è la grande protagonista ma il pianoforte ha comunque grande importanza, come ad esempio nell'inizio della suite di Bloch. Yizhak Schotten mostra un timbro dolce, non eccede nei tratti iper-romantici della sonata della Clarke e sembra forse più a suo agio in Bloch che nel primissimo Hindemith dell'Op. 11 L'atmosfera nebbiosa e misteriosa della suite di Bloch si stempera mano a mano fino al rapsodico secondo movimento allegro per concludersi con il brillantissimo finale che richiama melodie orientali. Morbidissimo l'inizio della sonata di Hindemith, lenta e sognante. Finale possente ma anche qui senza eccessi. Nel complesso i due sono protagonisti di una prova decisa ma che non va oltre il segno nonostante queste pagine offrano ogni opportunità di mettersi in mostra. Probabilmente però il loro scopo, nel 1993, era più al servizio della musica, per lo più sconosciuta al tempo. Oggi le sonate di Clarke e di Hindemith sono in repertorio di quasi tutti i violisti e sono anche materia di esame (vedere su Youtube il fiorire di video di giovani violiste cinesi). Il suono è un pò ovattato, sembra indulgere sulla tonalità brunita della viola e il piano è ben ripreso senza enfasi. Un disco garbato, raro, io credo, che dovrebbe essere più conosciuto.
  6. Di esecuzione altrettanto magistrale e con la prima formazione del Doric String Quartet, segnalo per l'ascolto :
  7. Britten : Quartetti per archi n. 1, 2 e 3, 3 divertimenti Purcell : 5 fantasie a quattro voci Doric String Quartet Chandos 2019, formato 96/24 *** Bastano poche note e non c'è molto da aggiungere. Il Doric Quartet si è formato nel Suffolk a pochi passi dal mondo interiore di Benjamin Britten. L'ultimo grande compositore inglese con un amore particolare per la musica del suo illustre predecessorie, Mr. Henry Purcell. Ed Helene Clement, la violista della formazione, suona la viola che Frank Bridge regalò al suo allievo Benjamin quando questi partì per il suo soggiorno negli USA nel 1939. E' uno strumento milanese del 1843 di Francesco Giussani. Britten compositore molto raffinato e con un stile estremamente personale fatto da ritmi vivaci e con una polifonia complessa, ha scritto tanta musica da camera. Il programma di questo disco, insieme alla Simple Symphony e le suite per violoncello lo rappresentano perfettamente per tutto l'arco della sua vita matura. Sebbene in gioventù abbia scritto tanta altra musica preparatoria oggi non in repertorio. Fa contrasto ma non troppo perchè i toni non sono esageratamente distanti, il barocco italo-francese di Purcell, altro musicista molto raffinato e peculiarmente inglese. Le cinque fantasie - sostanzialmente composizioni libere e sciolte - qui selezionate sono tutte in tono minore. Presentano nella loro armonica polifonia a volte leggere dissonanze e idealmente guidano al quartetto n. 2 di Britten che chiude questo doppio disco (dura quasi due ore) che inizia con un "allegro calmo senza rigore" molto elegiaco e si chiude con una chaconne che, pur alla maniera di Britten, vuole rappresentare la tradizione seicentesca musicale inglese. la formazione che ha registrato questo disco (il gruppo ha avuto diverse composizioni prima) Il Doric String Quartet non ha una vera e propria specializzazione ma la sua intonazione è perfetta per questo repertorio e per quello moderno in generale. Il loro suono è chiaro, terso, le sovrapposizioni precise. Il disco per quanto riguarda Britten, a mio modesto avviso si pone vicino e sullo stesso piano della esemplare interpretazione del Belcea. Registrazione secondo la tradizione Chandos, che è come dire eccezionale, priva di qualsiasi difetto o rumore.
  8. In effetti questo è un gran bel disco. Grazie per la segnalazione. Continueremo a seguirla con attenzione.
  9. Earlier
  10. Bottesini: Gran Duo concertante Piazzolla: Le Grand Tango Rota: Divertimento concertante Ödön Rácz, contrabbasso. Noah Bendix-Balgley, violino. Franz Liszt Chamber Orchestra Speranza Scapucci, direttore. Deutsche Grammophon, 2019 *** Ammetiamolo, tra gli strumenti ad arco il contrabbasso è sicuramente quello più trascurato dai compositori, pur rivestendo un ruolo fondamentale all'interno dell'orchestra. Stupisce quindi vedere che DG pubblichi un disco interamente dedicato a musiche per contrabbasso. Qui è il virtuoso ungherese Ödön Rácz che si cimenta con alcune delle pagine più note (agli esperti!) composte per questo strumento: il Gran Duo Concertante di Bottesini e il il Divertimento Concertante di Nino Rota. Giovanni Bottesini (1821-1889) fu un celebre contrabbassista, compositore e direttore d'orchestra ottocentesco, noto come il "Paganini del contrabbasso". Fu autore di diverse composizioni per questo strumento, tra cui questo Gran Duo concertante, qui nella trascrizione per contrabbasso e violino dall'originale (meno nota) per due contrabbassi. Si tratta di un bel pezzo di bravura, assolutamente godibile. Ho trovato tuttavia più interessante la seconda parte del programma, con il Divertimento Concertante per contrabbasso e orchestra di Nino Rota (1911-1979). Notissimo e prolifico compositore di musica per film (realizzò 157 colonne sonore!), Rota ebbe anche una consistente produzione di musica classica tradizionale di stampo neoclassico. Questo Divertimento Concertante ha una storia particolare. Bisogna sapere che Rota insegnò a lungo al Conservatorio di Bari e ne fu direttore dal 1950 fino al 1977. Nella stanza sopra il suo ufficio dal 1967 si tenevano i corsi di contrabbasso tenuti dal grandissimo virtuoso Franco Petracchi, che gli commissionò un'opera per il suo strumento. Il Divertimento fu composto tra il 1967 e il 1969. Se il secondo movimento, " Marcia", riprende scherzosamente alcuni degli esercizi che Petracchi faceva fare ai suoi allievi e che il povero Rota era costretto a sentire tutti i giorni dal piano di sotto, il terzo movimento "Aria", fu in origine composto per la colonna sonora del film "Dottor Zivago", progetto che poi per varie ragioni fallì e fu affidato a Maurice Jarre, che ci vinse l'Oscar. Il Divertimento Concertante è un lavoro brillante, pieno di humour e di momenti vivaci, così come di momenti più riflessivi e malinconici, come nel terzo movimento. Ricorda spesso il Prokofiev più sereno e scherzoso. Ödön Rácz è un grande: suona il suo contrabbasso con una sensibilità difficilmente immaginabile e riesce a farlo cantare con la grazia e la dolcezza dei suoi fratelli più piccoli. In sintesi, un disco molto piacevole, che raccomando volentieri!
  11. È una gioia sentire Brahms suonato così, con slancio e ardore! Goerner è un gran bravo pianista e questo è un bellissimo disco!
  12. Beethoven I Concerti per pianoforte e orchestra Ronald Brautigam, fortepiano Die Kolner Akademie diretta da Michael Alexander Willens Bis 2019, formato 96/24 *** Il fortepiano non è uno strumento antico, non è un clavicembalo, è il primo tipo di pianoforte. Nato in Italia nel 1710 era caratterizzato sin dall'inizio dalla percussione delle corde al contrario degli altri strumenti a tastiere che invece pizzicavano le corde per ottenere il suono. Era costruito con una cassa di legno e fino alla prima metà del '800 è stato lo strumento di elezione dei musicisti europei. Già Bach apprezzo i fortepiani Silbermann di Berlino di cui Federico di Prussia aveva una collezione nelle sue residenze. Ma poi Mozart, Haydn e naturalmente Beethoven che pensò tutta la sua musica al e per il fortepiano. L'evoluzione con cassa interna in ghisa, l'allungamento della coda, corde più lunghe, spesse e tese, migliori sistemi di percussione portarono - ma solo nell'ultima parte della sconda metà dell'ottocento, al pianoforte che conosciamo oggi. Che solo nel '900 è diventato capace di intrattenere sale da concerto molto grandi ed assorbenti. Insomma, senza il fortepiano non ci sarebbero i fantastici Fazioli di oggi. E nemmeno tutta la musica per pianoforte del periodo classico e romantico. Il pianista olandese (classe 1954) Ronald Brautigam non è il primo ad usare il fortepiano (naturalmente ha un trascorso discografico e di performance con il pianoforte) ma è il primo (credo) a completare le opere di Beethoven a quello che era lo strumento di Beethoven. Dopo le sonate e tutte le variazioni è adesso il momento dei concerti. E intanto lo stesso Brautigam ha assunte anche l'aspetto ... di Beethoven. Ronald e Ludwig Brautigam al fortepiano in concerto solistico. Lo strumento usato per i primi tre concerti è un Paul McNuty del 2012, costruito sul modello originale Walter & Sohn del 1805. Anton Walter era il più famoso costruttore di fortepiano della sua epoca. I suoi strumenti erano molto costosi ma tra i suoi clienti annoverava Mozart, che comprò il suo fortepiano nel 1782 e Beethoven che ne acquistò uno a buon prezzo nel 1802. Si tratta di uno strumento in noce di 221 cm e circa 97 chilogrammi con la cassa alta solo 32cm. Per il 4° e 5° concerto invece Brautigam è costretto ad usare uno strumento più pesante del 1819, di Conrad Graf, lungo 240cm, alto 35 e del peso di ben 160 kg. Questo era il fortepiano di Beethoven, di Chopin, di Robert e Clara Schumann, di Liszt, di Mendelssohn e di Brahms. Bene, fatte queste premesse, come sono questi dischi ? Appena fatto l'orecchio alla pressoché mancanza di bassi del fortepiano e ad un suono più brillante e molto meno potente di quanto siamo abituati si comincia ad apprezzare l'equilibrio tra il solista e l'orchestra. La tessitura complessiva è più chiara, la tonalità complessiva lo è. Bratigam suona in modo molto brillante, specialmente nei primi tre concerti. Più ampolloso e più autoindulgente - come è giusto - negli ultimi due. E a me viene naturale immaginare che davanti a me ci sia lo stesso Beethoven ansioso di mostrarmi come sentiva lui le sue creature. Il risultato è estremamente convincente e questa, nel suo complesso, mi sembra una delle più belle interpretazioni di questi concerti degli ultimi anni. In una parola illuminante. Anche l'orchestra è molto brillante ma nel complesso leggera. Giustamente in equilibrio acustico con il solista. Certo da ascolto ravvicinato (come con i miei monitor) perchè in una sala delle nostre credo che in fondo non arriverebbe molto del volume complessivo. La registrazione nel suo complesso è chiara per non oscurare il pianoforte che si staglia perfettamente in mezzo all'immagine. - segnalo della stessa serie sempre da Bis e consigliatissimi : che costituiscono adesso un unicum complessivo sul Beethoven originale (non necessariamente filologico, qui in fondo c'è solo lo sforzo di ristabilire i volumi e i suoni originali ma la prassi esecutiva è quella moderna cui siamo abituati, almeno quando il solista si mette al servizio della musica con amore, passione, vicinanza con la partitura originale.
  13. Strangers in PARadISe musiche di Ravel, Enescu, Ysaye, Prokofiev Diana Tishchenko, violino Zoltan Fejervari, pianoforte Warner Classics 2019, formato 96/24 *** Non ancora trentenne, questo è il suo primo disco a quanto ne so io. L'ucraina Diana Tishchenko vanta però già una lunga carriera alle spalle, essendo stata violino concertatora della Orchestra Giovanile Europea Gustav Mahler e poi della Orchestra da Camera di Monaco. Ha partecipato a diversi concorsi internazionali vincendo il Mendelssohn nel 2017, l'Isaac Stern di Shanghai l'anno scorso, più diversi altri. Adesso è in stagione nelle principali sale europee dopo il debutto con il Primo Concerto di Shostakovich a Berlino. Suona un Camillus Camilli del 1731 prestatole da un fondazione tedesca. Il programma di questo disco - sorvoliamo sul titolo per nulla azzeccato di stranieri di passaggio a Parigi - è estremamente brillante. La celeberrima sonata n. 2 Op. 77 di Ravel con le sue atmosfere esotiche è condotta con piglio e personalità, ben coadiuvata dal pianista Feyérvàri. Di grande atmosfera la sonata n.3 di Enescu. Potente ma non troppo tenebrosa la Sonata n.1 Op. 80 di Prokofiev. In mezzo i quasi sette minuti di violino solo della Ballade di Ysaye Tishchenko mostra personalità oltre a grandi doti tecniche e per nulla intimorita da un repertorio impegnativo come questo, quando per l'esordio avrebbe anche potuto scegliere una terna di concerti di Mozart. Ma guardando i programmi dei concerti che sta affrontando si capisce immediatamente quali siano le sue inclinazioni e che genere di musica nelle sue corde. E' un disco molto intenso, con un bel suono e una esecuzione che non si presta ad alcuna critica. Anzi. Bella prova e sono sicuro che il bello deve ancora venire : la terremo d'occhio sperando che non trascuri il disco come alcune sue colleghe. Registrazione fantastica, con un piano possente e un violino cristallino. Consigliatissimo.
  14. Florestan

    HIFIMAN HE400i V2

    Certo, hanno una risposta che rende meglio con i contenuti energetici. Per la cameristica io preferirei modelli più neutri.
  15. Ops ... ed io che temevo di essere stato troppo tranchant
  16. Ma l'autore della musica chi è? Venezi o Puccini? Come mai il nome del direttore viene prima del compositore e addirittura quattro volte più grande? Una bella faccia tosta direi! Consiglio al maestro Venezi una buona dose di umiltà!
  17. Johannes Brahms : Sonata per pianoforte n.3 Op. 5 Variazioni su un tema di Pagani, sibro I e Libro II Op. 35 Nelson Goerner Alpha 2019, formato 24/88.2 *** Bella sorpresa trovare due nuovi dischi del giovane Brahms presentati contemporaneamente da due apprezzati e stimati pianisti come Nelson Goerner e Lars Vogt. Nel caso di cui stiamo parlando abbiamo un programma che fa saltare le vene dei polsi di molti pianisti. La sonata n. 3 Op. 5 (!) di un Brahms ventenne rappresenta già l'apice della sua maturazione pianistica tanto che raggiunti i limiti formali e strutturali di quel genere al piano, non ci si dedicherà più. E passeranno decenni prima che altri compositori/pianisti trovino strade successive nel genere sonatistico. L'articolazione è tale da travalicare le potenzialità delle dieci dita del pianista perchè ha una tensione realmente sinfonica. Volumi e tensioni non trovano alla fine uno sbocco logico e in qualche caso lasciano interrogativi aperti sia al pianista che all'ascoltare. Ma soprattutto c'è tutto l'impeto del giovane che sta sconvolgendo un mondo musicale tutto sommato già definito. Lo scontro concettuale con Wagner che durerà tutte le loro vite, con gli altri musicisti del tempo a fare da comprimari, ne è piuttosto la logica conseguenza, addirittura al di là della musica stessa. Ma sto divagando sebbene la premessa sia a mio parere necessaria. Questa sonata va eseguita come la esegue qui l'ottimo Goerner, alternando impeto e foga ad attimi di dolcezza. Lucidamente, senza la follia incontrollata di Schumann. Qui non ci sono strade aperte, semplicemente perchè non ce ne sono. In Schumann era la mente dell'autore che non riusciva a trovare le porte che su quelle strade davano ... Ma Goerner ci arriva. E non cito a caso quattro dei miei riferimenti (Kempff, Freire, Annie Fischer e Katchen) per trovare confronti. Qui in più abbiamo una registrazione ad altissima dinamica con un pianoforte possente eppure senza eccessi che ben asseconda Goerner nel caricare la tensione di ascolto nei momenti di dolcezza per poi scaricare l'impeto in quelli arrembanti. Dello stesso livello o quasi le variazioni, grande monumento del contrappunto ottocentesco e prova superata dal solo Brahms in vita (o da Shostakovich dopo Brahms). Forse forse, dopo quello sconvolgente inizio della sonata, avremmo amato qualche rischio in più perchè sembra che in alcuni passaggi Goerner si trattenga per non andare oltre le sue stesse possibilità con ritmi che tendono nel tempo a non essere mantenuti. Ma non c'è proprio nulla di cui lamentarsi. Gran bel disco !
  18. Brahms : Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 Op. 15 Ballate Op. 10 Royal Northern Sinfonia Lars Vogt pianista e direttore Ondine 2019, formato 48/24 *** A differenza dell'altra recensione brahmsiana dedicata al nuovo disco di Nelson Goerner (ne parliamo qui) questo disco mi ha un pò disorientato. Cominciando dalla scelta, abbastanza non convenzionale di attribuirsi il doppio ruolo di direttore e solista di una compagine quasi cameristica come la Royal Northern Sinfonia probabilmente, mi è venuto da pensare, per evitare di finire per non trovarsi nella condivisione dello stile. Il Primo Concerto di Brahms, è un'opera sinfonica piena di ardore romantico e virile, di un giovanissimo compositore che ha già deciso di rompere gli schemi. L'intera composizione dura quasi 50 minuti. Il primo movimento oltre 22 e i primi 4 minuti sono dedicati ad una veemente e rullante introduzione sinfonica. Il pianista resta spettatore fino alla sua entrata che è veemente e decisa. Brillante. Penso a Freire con Chailly o al grande Clifford Curzon con Szell. Tema dettato con decisione nel quasi silenzio e poi avanti in crescendo. Vogt sceglie un approccio molto garbato con tempi rallentati e meno forza di quanto siamo abituati. Non c'è quella autoindulgenza e quel pò di sciovinismo che in un concerto da machi come questo si dovrebbe vedere. L'atmosfera diventa quasi subito un pò pastorale e un pò schumanniana. E non sono convintissimo che possa andare. Idem nell'adagio centrale, portato con tempi comodi. Si riscatta un pò nel rutilante rondò finale ma la tessitura rimane a mio avviso un pò troppo cameristica. Del tutto coerente con questo approccio, quello delle ballate Op. 10, composizione giovanile che però anticipa tematiche del tardo Brahms. Scordiamoci l'approccio insolente di Glenn Gould (che pure usa tempi strasuperpiùlenti ma quando decide di farsi sentire lo fa). Qui gli approcci sono da lullaby. E mi sembra questa la visione complessiva di Lars Vogt in questo disco, chiudere l'ellissi tra il Brahms giovane astro nascente e il vecchio Brahms che incede pesante ma leggiadro nei giardini del Prater sul finire del secolo. Visione personale e per questo rispettabile. Anche se non del tutto condivisibile, secondo me. Disco un pò chiuso nel suo complesso con pianoforte un pò crepuscolare. In perfetto accordo con lo stile del disco.
  19. Grazie per la recensione. Potresti spiegare meglio perché la ritieni buona per la sinfonica ma meno per la cameristica? Sto per acquistare la "gemella" he4xx, ascolto per lo più musica classica ed acustica in generale e penso che ai prezzi attuali sia un vero affare. Saluti, Mauro
  20. Beethoven : Concerti per pianoforte e orchestra n.1 e n. 2 - Rondò in SIb WoO 6 Boris Giltburg, pianoforte Royal Liverpool Orchestra Vasily Petrenko Pianoforte Fazioli # 2782273 Registrazione del maggio 2019 Naxos, formato 96/24 *** E' un fiorire di edizioni dei concerti per pianoforte di Beethoven. Non che ce ne sia bisogno, abbiamo decine di edizioni di riferimento dei più grandi pianisti della storia. Ma è giusto che ogni interprete si cimenti con questi capisaldi della letteratura tastieristica. Qui abbiamo due musicisti di primordine, Boris Giltburg e Vasily Petrenko che mostrano una buona intesa e propongono un risultato di buon livello. Boris suona uno dei possenti Fazioli presenti in Inghilterra. L'orchestra di Liverpool ha una articolazione perfetta per Beethoven sotto il bastone di Petrenko. Ci sono tutti gli ingredienti giusti per una ricetta perfetta. E le aspettative suggerite dal duo sono tante. Il risultato ? E' effettivamente perfetto. Forse un pelo troppo perfettino, insomma. Un confronto rapido con la mai perfetta Martha Argerich del 2017 con il compassato Ozawa alla guida della Mito Chamber Orchestra ci mostra che, ad esempio, si possono pareggiare i tempi del rondò del primo concerto ma proponendo musica di tutt'altra verve. Cosa manca insomma perchè una performance diventi un disco perfetto ? Un filo meno di autoindulgenza, forse, meno attenzione al suono prodotto e un pò più alla musica. Brendel diceva che Mozart è facile da suonare ma è ben difficile da suonare veramente bene. Questi due concerti (e il rondò senza numero d'opera selezionato da GIltburg per cui usa anche una sua cadenza) sono i cavalli da battaglia del Beethoven che si fa strada attraverso la Germania verso Vienna, per conquistarsi la fama di solista prima che di compositore. Sono brillanti. Sono personali. Richiedono ardore e anche la necessità di prendersi dei rischi. Che qui in tanti passaggi mancano. Beninteso, il livello è altissimo. Ma il Giltburg del 2019 ci ha viziati con un Rachmaninov sensazionale. E le nostre pretese sono cresciute. Ci risentiamo al prossimo disco con il pianismo più eroico del Beethoven Napoleonico ? Delizioso il Rondò, con quel misto tra lezioso e spavaldo che ci vuole. Vale tutto il disco (ma ripeto, nei due concerti la performance è tutt'altro che insufficiente .. é che vorremmo ... di più !). Ma anche qui con tempi più lenti di quanto avremmo desiderato (confronto con Brautigan, Kodama ma anche con il Richter maturo). Più coraggio Boris. Più ardore. Con Beethoven bisogna correre sulla fune. Alla prossima
  21. Rachmaninov: concerti per pianoforte e orchestra 1 e 3; Le campane Op.35 (trascr.Trifonov), Vocalise Op.34 (trascr.Trifonov) Daniil Trifonov, pianoforte, Philadelphia Orchestra, Yannick Nézet-Séguin DG 2019 *** Il pianista russo conclude il suo ciclo di concerti di Rachmaninov con la Philadelphia Orchestra e il direttore canadese Nézet-Seguin. Così come il disco precedente, anche questo fatica a convincerci pienamente. Trifonov è senza dubbio un pianista straordinario, ma queste interpretazioni stentano a prendere il volo. Molto bello invece l'arrangiamento delle Campane Op.35 dello stesso Trifonov. Dovrebbe essere solo un riempitivo in questo disco, ma a parere mio è diventato l'unico suo elemento di interesse.
  22. Gran bel disco. E poi Camilla ha la voce di un angelo
  23. Robert Schumann, Myrthen Op.25. Christian Gerhaher, baritono, Camilla Tilling, soprano, Gerold Huber, pianoforte. Sony Classical, 2019 *** Christin Gerhaher e Gerold Huber riprendono l'integrale dei lieder di Robert Schumann cominciata un anno fa. Se il primo disco della raccolta (ne avevamo parlato qui) affiancava ai relativamente noti Kerner Lieder Op.35 dei brani decisamente meno conosciuti, questo secondo disco è interamente dedicato a uno dei cicli più popolari di Schumann, Mythen Op.25, composto nel 1840 quando, dopo anni di composizioni per pianoforte, il compositore tedesco si gettò improvvisamente nella scrittura di questi lieder, poi raccolti in quattro quaderni e offerti in dono a Clara alla vigilia del loro matrimonio. Il tono è di vibrante ardore giovanile, siamo ancora ben lontani dai tormenti delle raccolte successive, con qualche sorprendente eccezione, quale ad esempio l'incredibile e misterioso Aus den hebräischen Gesängen, che potrebbe essere stato composto diversi decenni dopo. I testi attingono da brani di 9 poeti diversi, che spaziano da Rückert a Goethe, da Byron a Heine, e non sembrano seguire un filo logico, come ad esempio in Dichterliebe, tuttavia Gerhaher nelle belle note che accompagnano il disco ci descrive come in realtà i quattro quaderni seguano una certa struttura formale. A Gerhaher si affianca in questo disco il soprano svedese Camilla Tilling. I due cantanti si dividono equamente i diversi lieder, con la voce chiara e brillante della Tilling che ben si accoppia al timbro caldo e ambrato di Gerhaher. Huber conferma di essere molto di più di un semplice accompagnatore attento e sensibile. Se il primo capitolo di questa integrale era, nella mia personalissima classifica, ai primi posti tra i dischi del 2018, questo secondo capitolo balza subito in vetta tra i migliori dischi del 2019. La musica è splendida, gli interpreti sono straordinari e perfettamente affiatati e la qualità della registrazione rende loro giustizia. Segnalo il breve saggio di Gerhaher nelle note di copertina, ahimè solo in inglese e tedesco. Camilla Tilling
  24. Straordinaria Beatrice Rana in questo disco! Bello il programma che accosta pagine di Ravel e Stravinsky, ma ancora più belle sono le interpretazioni, che rivelano un temperamento vivace e sanguigno, che sia nelle misteriose pagine dei Miroirs di Ravel o nella folgorante trascrizione di Agosti dell'uccello di fuoco di Stravinsky. Sono (quasi) tutte pagine di cui esistono versioni orchestrali, ma il pianoforte di Beatrice Rana è un orchestra in sé, capace di mille sfumature, timbri, colori, contrasti. Per me uno dei migliori dischi dell'anno. Da ascoltare e riascoltare.
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