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  1. Last week
  2. Beethoven, concerti per pianoforte e orchestra. Academy of St. Martin-in-the-Fields. Jan Lisiecki, pianoforte. DG 2019 *** Chiamato a sostituire in corsa il grandissimo Murray Perahia, che aveva dato forfait per ragioni di salute, il giovane (24 anni) pianista canadese non si è fatto prendere dallo spavento e si è ritrovato a suonare nientemeno che i 5 concerti per pianoforte di Beethoven dirigendo al tempo stesso l’Academy of St. Martin-in-the-Fields in tre serate alla Konzerthaus di Berlino. Roba da far tremare i polsi a pianisti più esperti, ma Jan si è fatto trovare pronto e ha svolto il suo compito con chirurgica precisione. Peccato che a tanto coraggio, non sia corrisposta altrettanta passione. Sempre pulito e impeccabile il nostro Lisiecki, ma, come già altre volte, non scalda i cuori (o per lo meno quelli della redazione di Variazioni Goldberg). Qui manca il nerbo e lo slancio delle migliori interpretazioni. Paradossalmente la compagine orchestrale, diretta dallo stesso Lisiecki, ma verosimilmente preparata da Tomo Keller, primo violino e “leader”, sembra invece avere assai più carattere del pianista, che ad ogni ingresso del pianoforte smonta in poche note tutto il pathos creato dall’orchestra. Sorprende ancora una volta che Deutsche Grammophon, il cui marketing ha creato il fenomeno Lisiecki dal nulla, abbia deciso di pubblicare questi concerti, pur avendo nel proprio catalogo diverse altre interpretazioni di ben altra caratura. Se siete alla ricerca di una integrale dei concerti per pianoforte di Beethoven pulita, ma sbiadita, forse questa potrebbe far per voi. Se volete provare qualche emozione in più, ci sono tante altre edizioni migliori di questa.
  3. Time & Eternity Patricia Kopatchinskaja Camerata Bern Alpha 2019 *** Intuisco la portata di questo lavoro così come la lucida sensibilità di Patricia nel condurre questo tema "della morte e del perdono eterno" tra le epoche, cucendo insieme preghiere, canzoni popolari, brani liturgici e musica contemporanea (sostanzialmente da de Machaut a Frank Martin passando per Bach). Intuisco solo perchè è un disco che mi è particolarmente indigesto. Bellissime le trascrizioni per archi e quindi Santo Bach che intramezzato col resto ha l'effetto della Citrosodina Granulare Sappiate che l'ultimo corale della Johannes Passion si chiude con la campana (sommessa) a morto. Suono terso come d'uso per questa coraggiosa etichetta che si consegna mani e piedi al folletto verde che suona a piedi scalzi Destinato ai fans e a chi lascia correre l'immaginazione senza farsi condizionare dal testo.
  4. Rachmaninov : Concerto per pianoforte e orchestra n.2 Dong Hyek Lim BBC SO, Alexander Vedernikov Rachmaninov : Danze sinfoniche Op. 45 per due pianoforti Dong Hyek Lim e Martha Argerich Warner Classics 2019, 96/24 *** E' stampato anche sulla cover del disco, il pezzo forte del disco sono le danze sinfoniche. Composizione che viene interpretata con forza smagliante dal duo. Dong Hyek Lim non deve essere semplicemente uno dei tanti "protegé" di nonna Martha perchè qui da una prova molto buona. Il concerto non è male. Ma si ascolta sempre volentieri a prescindere dall'interprete. Che qui comunque si fa apprezzare, molto. Orchestra nella media con direzione a passo lento. Bel disco, purtroppo registrato molto, troppo da vicino, con riverberi, rumori, echi, nelle casse dei pianoforti e un'orchestra per nulla a fuoco.
  5. Bartòk : concerto per violino n.2, rapsodie per violino Baiba Skride, violino Orchestra WDR di Colonia diretta da Eivind Aadland Orfeo 2019, 96/24 *** Baiba Skride è un'ottima violinista ma il suo suono è troppo dolce e melodico per Bartòk. In questo è assecondata dall'accompagnamento del tutto privo delle asprezze tipiche del magiaro. Il confronto con Tetzlaff del 2018 semplicemente non c'è. Ma devo dire che anche nel recente disco sul 1939, Fabiola Kim da una prova più personale e convincente del concerto n.2. Le rapsodie forse sono più intonate con la sensibilità di Baiba e il discorso si fa più coerente. Nel complesso non un disco memorabile, con il suo suono del violino un pò perso in un'atmosfera complessiva abbastanza scura (nel violino). Meglio le rapsodie anche nella ripresa.
  6. Ravel Voyageur (le due sonate, tzigane, melodie popolari greche, ebraiche, habanera etc.). Nathalia e Maria Milstein Mirare 2019, 96/24 *** Portano un cognome impegnativo le due sorelle francesi di origine russa Milstein. Nessuna parentela con il sommo Nathan, però. Il disco è interessante e certamente ricco di sfumature. Manca però in taluni momenti di quella passione e quel nerbo che si può provare ma non imparare. E anche nei cambi di ritmi, le migliori versioni di questa musica hanno maggiore dinamica. Registrazione di ottimo livello, senza eccessi.
  7. Beethoven, sonate per pianoforte Opp.109, 110 e 111. Steven Osborne, pianoforte. Hyperion, 2019. *** Steven Osborne ritorna alle ultime sonate di Beethoven, dopo il bel disco del 2016 in cui ci regalava una viscerale interpretazione dell’Hammerklavier. Qui troviamo le celeberrime ultime tre sonate (Opp.109, 110 e 111), cavallo di battaglia di tanti grandissimi pianisti. Lo scozzese è un ottimo musicista, con alle spalle una solida e invidiabile discografia, ma in questo disco penso che raggiunga uno dei punti più alti della sua carriera. E’ sorprendente la sua capacità di ridare vita alla partitura. Lo fa con naturalezza, energia, freschezza, intensità, attenzione al dettaglio e visione d’insieme allo stesso tempo. Si potrebbero fare mille confronti con i grandi del passato, così come con le interpretazioni più recenti. Mi vengono in mente tra queste ultime quelle di Igor Levit, Jean-Efflam Bavouzet e Jonathan Bliss, non mancano certo le versioni di riferimento e tante registrazioni memorabili, ma questo disco ha davvero quel qualcosa di magico che caratterizza il raggiungimento di una maturità artistica e di uno stato di grazia, che per nostra fortuna è stato impresso su disco. Forse è l'Op.110 il momento più alto di questo disco, senza nulla togliere alla 109 e alla 111. Ogni sonata è in ogni caso perfettamente caratterizzata e distinta dalle altre. Sono letture che amano esaltare i contrasti tra i momenti di grande delicatezza e profondità e quelli invece più violenti e esplosivi, riuscendo comunque a mantenere l'equilibrio tra gli estremi. Gli ingegneri del suono di Hyperion rendono fortunatamente onore alle qualità del pianista e dello strumento. E' un disco che ho ascoltato e riascoltato più volte negli ultimi mesi e mi sono ormai convinto che Steven Osborne ci abbia offerto una registrazione straordinaria, probabilmente una delle sue più riuscite, che si va ad aggiungere alle migliori dell'imponente catalogo delle ultime sonate del genio di Bonn. Consigliatissimo.
  8. Henry Purcell : Royal Welcome Songs. Volume II The Sixteen Coro 2019 *** Esce il secondo volume della raccolta dedicata da The Sixteen alla musica di benvenuto per l'incoronazione del re Carlo II alla restaurazione dopo il periodo "repubblicano". Si tratta di musica varia, molto interessante - per i patiti del barocco inglese - eseguita con filologia assoluta da uno dei complessi più stimati del periodo oggi in attività. Il primo volume è stato pubblicato nel 2018.
  9. Concerto per oboe di Bach, sinfonie dalle cantate n. 12 e n. 21, A. Marcello : concerto per oboe Céline Moinet, oboe L'arte del mondo, Werner Ehrardt Berlin Classics 2019, formato 96/24 *** Sono arcinoti e arcipubblicati. Ma qui l'interprete fa cantare lo strumento e lo fa con fioriture, improvvisazioni, virtuosismi che li rendono nuovi. Gran bel disco e probabilmente una delle più interessanti proposte su questo fronte.
  10. Earlier
  11. Anch'io ho avuto l'impressione di esecuzioni buone, perché loro sono due ottimi artisti, ma suonate con il freno a mano tirato. Peccato.
  12. Johannes Brahms : Sonate per violino e pianoforte, Clara Schumann, romanza (versione per violino e pianoforte) Alina Ibragimova, violino, Cédric Tiberghien, pianoforte Hyperion 2019 *** Registrate lo scorso anno a Londra, escono adesso in un unico disco le tre sonate di Brahms, per la premiata coppia Ibragimova/Tiberghien. L'affiatamento dei sue - che suonano insieme dal 2005 - è ben testimoniato da una discografia che si fa anno dopo anno più imponente, spaziando per tutta la letteratura per violino e pianoforte. Purtuttavia, nonostante il tempo passi, resta in un certo qual modo un approccio molto accademico, strettamente aderente al testo, come peraltro confermato dal vivo in interviste recenti. Approccio rispettoso, certo, ma non propriamente adatto al Brahms che conosciamo noi e che ci è stato tramandato da una scuola che parte da Joachim e da Brahms stesso. Queste sonate sono composizioni dell'età matura di Brahms e sono assimilabili a dei lieder per soprano, confezionati in forma sonata. Però a differenza di quelle per viola/clarinetto, non c'è la tipica atmosfera autunnale dell'ultimo periodo creativo, il clima è piuttosto primaverile. Le tonalità sono tenui ma comunque con prevalenza di colori chiari. Ma soprattutto è un canto continuo, dove le espressioni, tenero, dolcemente, un pco presto e con sentimento, permangono anche nei momenti in cui la musica è più brunita perchè non diventa mai del tutto crepuscolare. E il vivace, ma non troppo va inteso come liberamente. La Ibragimova è sempre fredda e se non eccede - giustamente ! - con forti e fortissimi (assenti nel tratto di queste sonate) dove il violino NON DEVE mai diventare esageratamente protagonista, non riesce ad essere realmente presa abbastanza dalla musica da ... far cantare il suo strumento. E' probabilmente ancora più distaccato il suo collega Cédric che resta sempre asciutto e per nulla vivace. Nella concezione di Brahms queste sonate impiegano i due strumenti in un piano di piena parità (nel manoscritto della seconda sonata Johannes ha riportato di suo pugno "sonata per pianoforte e violino" e non per violino o violino accompagnato) ma Tiberghien si fa fatica a rintracciarlo in questa registrazione. Naturalmente i due musicisti hanno mezzi tecnici in abbondanza e la parte virtuosistica è pienamente ben esposta. Ma resta l'impressione di una performance di routine. Quella che si vede nella fotografia qui sopra, con loro impegnati a ... leggere la partitura più che interpretarla. Le tazze a tarre dicono più delle espressioni. Certo si tratta di musica straordinariamente bella che si ascolterà sempre volentieri. Ma a tratti in questo disco ho faticato a riconoscere Brahms con passaggi che - per composizioni che conosco a memoria - mi sono sembrati inediti. Siamo comunque fortunati abbastanza da poter scegliere tra una discografia sterminata (la mia preferita interpretazione va al Perlman accompagnato da un brillantissimo Baremboim per Sony, piuttosto che il precedente Emi con Ashkenazy. E scusate se è poco. Ma anche di recente abbiamo avuto buone prove, ad esempio Faust/Melnikov e Tetzlaff/Vogt). Un plauso incondizionato invece alla ripresa, con un equilibrio appena a favore del violino la cui leggera rugosità viene impreziosita dalla registrazione, con lo strumento perfettamente definito li a sinistra, davanti al pianoforte.
  13. Beethoven : Tutte le variazioni, le bagatelle e gli studi Ronald Brautigan, fortepiano Bis 2019, SACD o HD *** Seioree50minuti di integrale. Brautigan al fortepiano sembra Beethoven. Tocco leggero, quasi cembalistico. Ritmo, velocità, suono brillante. Fortissimi decisi. Bellissima raccolta. Devo dire che anche le Diabelli hanno il loro perchè al fortepiano
  14. Mendelssohn, Lieder ohne Worte (selezione). Grieg, Pezzi lirici (selezione) Denis Kozhukhin, pianoforte. Pentatone 2019 *** Vincitore del concorso Queen Elisabeth nel 2010, il pianista russo Denis Kozhukhin suona una bella selezione dei Lieder senza parole di Mendelssohn e dei Pezzi lirici di Grieg. E' un repertorio che può piacere o meno, quello che è fuori discussione è la magia (!!) del suono di Kozhukhin e la creatività con la quale rilegge queste pagine. Consigliatissimo.
  15. Non ne avevo dubbi 🤣🤣🤣 Mi aspettavo questo tuo commento!
  16. Infatti a me è piaciuto molto il quintetto di Bartòk (che conoscevo per Janine Jansen & Friends in video) mentre Veress può restare nel suo limbo insieme a Kurtag e Ligeti Concordo sulla proposta molto interessante e con una compagine di primo ordine, primi tra tutti Vilde Frang e il sempre intenso Lonquich.
  17. Sándor Veress, Trio per archi. Bela Bartók, Quintetto per pianoforte. Vilde Frang (violino), Barnabás Kelemen (violino), Lawrence Power (viola), Nicolas Altstaedt (violoncello), Alexander Lonquich (pianoforte). Alpha, 2019 *** E' sempre bello quando il caso ci fa fare scoperte interessanti! Ho ascoltato questo disco più che altro spinto dalla curiosità per il quintetto di Bartók e sono invece rimasto folgorato dal Trio per archi di Sándor Veress, compositore ungherese poco conosciuto, che probabilmente meriterebbe maggiore attenzione. Veress fu allievo di Bartók e Kodaly all'Accademia di Budapest e sostituì quest'ultimo alla cattedra di composizione fino al 1949 anno in cui preferì trasferirsi a Berna, per sottrarsi alle imposizioni del regime comunista, dove insegnò composizione e visse fino alla morte, avvenuta nel 1992. Tra i suoi allievi vi furono György Ligeti e György Kurtág, ma anche il celebre oboista e poi direttore d'orchestra Heinz Holliger, che si è fatto promotore delle composizioni di Veress. Davvero bello e intenso il Trio per archi, in cui Vilde Frang, Lawrence Power e Nicolas Altstaedt si tuffano con straordinaria partecipazione e bravura. E' una composizione del 1954 in due movimenti, ricca di contrasti e momenti sorprendenti. Mi ha appassionato di meno il quintetto per pianoforte di Bartók. Si tratta di una composizione giovanile (1903-1904, Bartok aveva 22-23 anni) che viene eseguita di rado, ma non per questo non interessante. E' un lavoro denso, appassionato, di chiara ispirazione romantica e con forti echi brahmsiani. Si ascolta molto volentieri. La mia perplessità è legata solo al fatto che non ha proprio niente a che vedere con il Bartok che conosciamo. Se fosse stato il lavoro di un altro compositore, probabilmente lo avrei apprezzato di più, sapendo invece che l'autore è Bela Bartók, mi viene invece da considerarlo per quello che è: un lavoro giovanile, bello, per carità!, ma anacronistico e avulso dal corpus delle composizioni per le quali l'ungherese è entrato nella storia della Musica. Ad ogni modo questo disco, realizzato in collaborazione con il Festival internazionale di musica da camera di Lockenhaus, ha il grosso merito di proporci due autentiche rarità, eseguite alla perfezione da un gruppo di ottimi artisti. E mi ha lasciato con la voglia, che appagherò al più presto, di andare ad ascoltare altre composizioni di Veress!
  18. Florestan

    HIFIMAN Arya

    Il bello delle cuffie é che occupano poco spazio e si possono collezionare come certe signore collezionano scarpe e borsette Io un giorno - dopo le Jade II di HIFIMAN - sogno di comprare anche le Focal Clear (le Utopia sono fuori dalla mia portata come le Stax 009 )
  19. nchelazzi

    HIFIMAN Arya

    Florestan buongiorno, ancora grazie per la disamina sulle Arya e HE6se, molto più utile ed eloquente di decine di articoli trovati in rete e che alla fine dicono poco di realmente utile. Andrà a finire che acquisterò tutte e due, approfittando della meravigliosa possibilità di poterle restituire entro 30 giorni offerta da Playstereo, per poi rimandare indietro quella che mi convincerà meno. Dalle tue parole, ascoltando 70% jazz acustico, 25% Classica e 5% musica elettronica, penso che sarà preferibile la Arya. Purtroppo sono "acusticamente viziato", ascolto musica da 40 anni (credo ad occhio di avere più o meno le stesse tue candeline sulla torta....) ed ho avuto la fortuna ed il privilegio di poter possedere impianti tradizionali di ottimo livello- Poi, anni fa, complice la famiglia e gli inevitabili e conseguenti ascolti notturni, ho scoperto il mondo delle cuffie....e li è rinata nuovamente e più forte di prima la passione per l'ascolto della musica effettuato in un certo modo e con la indispensabile concentrazione. Beyerdynamic 880, 770, 1770, T1, varie Sennheiser e poi Audeze LCD-X, Hifiman Sundara....ed eccomi ad oggi. Grazie ancora per la tua passione e competenza
  20. Due parole ancora sull'amplificatore SRM-006t che era il modello medio tra gli apprecchi dedicati da Stax. Ha un suono che risente molto della sorgente. Con il precedente front-end con convertitore SABRE ES-9018 il suono risultava un pò aspro e sgradevole, tanto da farmi pensare che le valvole fossero finite. Sostituito il DAC con il nuovo, naturalissimo, AUDIO-GD R28 invece tutte le qualità del suono sono tornate a posto con una dolcezza e una musicalità che prima non riscontravo se non con i vecchi vinili ... Io sono un digitalista convinto fin da quando esiste il digitale ma il suono dei convertitori non è tutto uguale e la sorgente continua a fare premio sul sistema di trasduzione. Come dire che per far suonare bene un sistema già costoso in se, non si può lesinare certo sulla sorgente. Per fortuna che nelle Stax il cavo è fisso e non si può cambiare. Almeno quella spesa si risparmia ...
  21. Florestan

    HIFIMAN Arya

    Giusto per curiosità, ho pubblicato la prova delle mie Stax SR-404
  22. Risale a diversi decenni fa la mia passione per le cuffie Stax. Il primo ascolto fu con un modello entry-level, forse le SR-34 non mi ricordo più, in un negozio in metropolitana a Milano che non esiste più da un sacco di tempo. Ascoltai per intero il secondo concerto di Brahms con Ashkenazy accompagnato da Solti. L'effetto fu elettrizzante. Non avevo idea che si potesse ascoltare ad un livello tale, ben superiore ad ogni diffusore che avevo visto sino ad allora. Soprattutto la neutralità e la naturalezza di emissione e la facilità di ascolto, senza alcuna fatica. Potendo distinguere ogni singolo strumento. Le cose poi non vanno come si immagina e le cuffie con cui ho avuto la più lunga frequentazione furono invece le venerande AKG K340, molto differenti salvo il fatto che la via medio-alta di quelle cuffie ... era elettrostatica. Molti anni dopo (ma comunqu molti anni fa) soltanto sono entrato in possesso di un sistema Stax all'altezza delle mie aspettative, mio sistema di riferimento fino a qualche mese fa. Si tratta delle SR-404, versione Signature, modello medio della serie Lambda, accoppiate con l'amplificatore/elevatore di tensione, Stax SRM-006T. Cominciamo proprio da questo apparecchio che mi permette di scrivere qualche appunto sulle cuffie elettrostatiche. Le cuffie elettrostatiche Sono trasduttori che appartengono alla famiglia dei planari (ortodinamiche) come le magnetostatiche. Un sottilissimo diaframma di materiale plastico trasparente è polarizzato ed immerso in un campo elettrostatico generato da armature caricate elettronicamente. La differenza rispetto alle magnetostatiche sta principalmente qui (queste ultime hanno un campo magnetico permanente) e nella necessità di avere un amplificatore dedicato che produca anche la tensione necessaria a generare il campo magnetico necessario al funzionamento. Senza sarebbero mute. Le mie Stax SR-404 signature posate sul loro amplificatore il frontale champagne del mio Stax SDM-006t a valvole. qui il dettaglio dei pulsanti e degli attacchi per i cavi. E' possibile collegare fino a tre cuffie contemporaneamente. Il controllo di volume incorpora anche un controllo di livello (sono sostanzialmente due potenziometri coassiali indipendenti). Il dispositivo riceve il segnale da una doppia entrata linea, sia bilanciata che sbilanciata, passante per connettere eventualmente qualcosa d'altro in cascata. C'è addirittura una presa per la terra, in caso si colleghi un giradischi. ovviamente, le cuffie Stax hanno una configurazione completamente bilanciata già a partire dall'amplificatore, per cui l'unica cosa sensata è utilizzare l'ingresso bilanciato. Questo amplificatore ha una topologia ibrida, con stadio pilota a valvole e stadio finale a transistor, tutto in classe A. le due valvole hanno un cupolino sulla parte superiore del telaio con i forellini per favorire la ventilazione. Nel funzionamento l'amplificatore scalda moltissimo ma il meglio di se lo dà proprio quando è molto caldo. Ogni dettaglio è ben strutturato, ben costruito, ben congegnato. Dà sicurezza già a partire dall'aspetto. Dai connettori, proprietari di Stax e praticamente uno standard (anche HIFIMAN per le sue elettrostatiche utilizza la stessa configurazione) parte sia il segnale bilanciato, che la tensione di alimentazione delle armature elettrostatiche. Come sono fatte le cuffie Hanno la tipica struttura delle Stax serie Lamba, il cui primo modello ha oramai quaranta anni (e ci sono esemplari che ancora funzionano perfettamente). La costruzione è interamente in plastica. Tranne i padiglioni e la fascia sotto l'archetto che sono in pelle. il marchio Signature sull'archetto. Notare il segno dello stampo della plastica. Pessimo l'accoppiamento dei colori, verde, rosa, argento, marrone ? Per un italiano è un vero colpo in un occhio ... ! anche il marchietto del modello è in rosa, posto sopra al padiglione. L'archetto è smontabil ed intercambiabile. i due padiglioni sono sostanzialmente identici. Se smontati bisogna poi riconoscerli ad occhio perchè non c'è un marchio che ricorda quali siano i canali (entrambi sono alimentati dal cavo di collegamento allo stesso modo e solo sull'archetto ci sono le indicazioni dei due canali Right e Left). l'imbottitura è morbidissima, la pelle è vera. E' intercambiabile (infatti io ho sostituito entrambi con un ricambio nuovo fatto arrivare dal Giappone). la sagoma trapezioidale del singolo trasduttore. l'interno del padiglione. I due lati sono schermati e le due armature protette da una struttura metallica. Non ho mai infilato le dita ma credo siano protetti da intrusioni. Nel complesso comunque la costruzione si presta a svariate critiche. Le plastiche non sono robuste, l'insieme un pò precario. Al di là dell'estetica - certamente discutibile per gusto ed assieme - è proprio la fattura che non sembra a livello dello status del marchio e del prezzo preteso (considerate che un paio di STAX SR-404 Sn usatissime costano 1300-1500 euro ancora oggi ...). Però sinora non mi hanno abbandonato e devo anche ammettere - al netto dell'invecchiamento dei miei timpani - che suonano sempre come il primo giorno, nonostante l'età. Le SR-404 sono chiaramente fuori produzione, sostituiti da modelli più recenti. La serie LAMBDA si differenzia dalla serie OMEGA già a partire dalla struttura. Le OMEGA hanno il padiglione circolare, sono in metallo. Costano un botto. E sono considerate da tutte il rifermiento da sempre per le cuffie di ogni livello. Le Lambda non sono a quelle livello ma sono genuinamente tra le migliori cuffie che si possano ascoltare. L'ascolto Le cuffie elettrostatiche STAX sono famose per la loro analicità, trasparenza, neutralità. Suono cristallino. Per anni sono state usate negli studi di registrazione CBS in America, almeno finchè non è arrivata Sony a comperarsi tutto quando. Non lo sono invece per la loro estensione, almeno non le LAMBDA. Il suono è dichiaratamente monitor, con una grande presenza delle medie e un impatto che è fortemente a favore dei solisti che risultano sempre perfettamente in primo piano. Ne è prova la misura della risposta in frequenza, eseguita con i microfoni miniDSP Ears e il programma REW Un canale solo due canali ad un livello di ascolto tipico. le differenze di livello tra i due canali sono probabilmente da ascrivere al controllo di livello o ad una imperfetta pressione dei padiglioni sulle orecchie artificiali. Nulla di distinguibile all'ascolto, considerando che tutto è perfettamente regolabile. La misura conferma una estensione ridotta sulla gamma bassa, il medio basso con un evidente "gonfiore", la gamma delle voci in netta evidenza, l'alto in ritirata e l'altissimo non esageratamente tormentato (come invece si vede in molte cuffie dinamiche con trasduttori metallici). La prova sta ne pudding, cioè nell'ascolto. Voci femminili, cori, strumenti a fiato, archi, tutto in evidenza. Basso acustico bello pieno, basso estremo non allo stesso livello. Violini setosi, clarinetti sottili, oboi nasali. L'immagine non è la loro caratteristica principale. Il suono si sente nelle due orecchie e sopra la testa, nonostante la forma asimmetrica e trapezioidale dei due trasduttori possa far pensare diversamente. La grande orchestra si perde di impatto e la collocazione degli strumenti un pò artificiosa. Ma continua ad essere estremamente affascinante la facilità con cui si individua perfettamente ogni singolo strumento, anche nella tessitura più complessa e numerosa. Se dovessi dire per cosa sono più indicate, sceglierei certamente le voci femminili e la musica da camera in generale. Il coro anche, sebbene manchi un pò di corpo nei bassi più potenti. L'organo proprio non è per loro, diventa troppo esile. E nonostante certi commmenti, assolutamente inadatte ad ogni genere che non sia acustico, pulito, naturale. Soprattutto due caratteristiche, la naturalezza complessiva dell'ascolto, una volta fatta la tara al suono di tipo "monitor" e ad un certo deficit nella parte bassa dello spettro, e specialmente l'assenza di fatica d'ascolto e l'assenza di fatica fisica nel tenere le cuffie in testa che nemmeno dopo otto ore vi faranno venire voglia di metterle via. La bassissima distorsione, almeno da 100 HZ in su, tende a farti prendere la mano con il volume a livelli poco salutari per le orecchie. Forse alla ricerca di un pò di più di musica in basso ma senza successo. Non sono cuffie che sopportano tanta potenza e l'equalizzazione abbastanza inutile, perchè quanto poteva essere fatto per compensare i limiti del trasduttore, è già stato fatto in fabbrica. In sintesi Io le adoro ma non sono cuffie adatte a tutto (nella realtà non ci sono cuffie adatte ad ogni genere musicale). Impagabili con la musica da camera e la voce accompagnata da pochi strumenti, non riescono a dipanare la grande massa orchestrale. C'è anche una certa artificiosità, tipica dell'impostazione da monitor, che vi fa immaginare di non essere di fronte all'evento reale ma nella sala da registrazione. I singoli strumenti sono così dettagliati ed isolati che vi sembrerà di avere da vanti la console dell'ingegnere del suono. E' una sensazione unica che non riesco a descrivere oltre e che bisognerebbe provare se avete ... orecchie adatte. Alla ricerca di qualche cosa di più universale, dal dicembre scorso ho acquistato le HIFIMAN Arya che, pur non essendo elettrostatiche, hanno un suono che coniuga alla perfezione - per il mio gusto - l'analicità estrema delle elettrostatiche, con una tenuta in potenza e una capacità di impatto più da dinamiche, benchè l'impostazione sia simile. Ma so che prima o poi cercherò altre elettrostatiche perchè è difficile non immaginare che la tecnologia intanto si sia raffinata. Certo queste Stax SR-404 resteranno per sempre con me. PRO totale assenza di fatica di ascolto suono trasparente, dolce, naturale, privo di asperità sensazionale capacità di identificare perfettamente ogni singolo strumento rispetto a tutto il resto del tessuto sonoro leggere da portare anche per ore e ore e ore l'amplificatore è di qualità assoluta CONTRO costruzione ed estetica decisamente criticabili estensione carente lato basse suono monitor con le medie in avanti e in generale i solisti in primo piano l'amplificatore - indispensabile per il loro funzionamento - scalda parecchio l'immagine della scena sonora non è propriamente il loro punto di forza, sebbene sia perfettamente identificabile ogni singolo punto sonoro, non si ha mai l'impressione di essere davanti ai veri musicisti in sala, ma ad una loro ricostruzione olografica al servizio dell'ascoltatore. Quasi una scena 3D al posto di una concretamente reale. hard rock, heavy metal, techno, registrazioni "pompate" decisamente non sono roba per loro molto, molto costose
  23. Florestan

    HIFIMAN Arya

    Complimentoni per ... l'imbarazzo della scelta. Dunque, al solito, astraiamo per un attimo dal prezzo e dividiamo la questione in 3. Il Sig. Ventura è competentissimo oltre che gentilissimo, ma le HIFIMAN tutte sono impegnative da pilotare. Le HE6se lo sono un pò di più perchè riprendono le caratteristiche della prima serie, raffinandola. La prima serie era leggendaria per la sua bassa sensibilitàed altissima tenuta in potenza, richiedeva amplificatori molto speciali tanto da aver creato una generazione di amplificatori nuova tutta per se, quelli che potevano vantarsi di saper pilotare le HE6 (parliamo del 2010-2011) Naturalmente nulla che possa impensierire un amplificatore serio come quelli che possiedi tu. Ci vuole grande capacità in corrente, e naturalmente cavo bilanciato. Smarcata la prima questione, andiamo alle altre. - padiglione ed archetto. Le HIFIMAN si distinguono tra loro per due serie. Quelle a padiglione circolare, quelle a padiglione ovale. Non sono fatte così per fare il verso alle altre cuffie, sono così per offrire una esperienza d'uso differente. Quelle a padiglione ovale (HE1000, Ananda, Arya) sono estremamente più comode e confortevoli per un uso prolungato. Anche l'archetto offre una pressione differente. Idem il peso. In base all'esperienza e alle aspettative personali, sono cose che si possono apprezzare solo di persona. La mia personale preferenza va a quelle ovali, a partire dalle Stax Lambda per arrivare a queste HIFIMAN. - suono. Con la premessa che io sono rimasto molto deluso dal suono delle Sundara che condividono il grosso dell'hardware con le HE6se, le cuffie "circolari" HIFIMAN offrono un suono generalmente molto neutro in senso "tecnico" ma con un impatto sul basso importante. Il punch normalmente è superiore a quello offerto dall'altra serie che invece si differenzia per un medio più morbido, più vellutato, più "elettrostatico". Poi le differenze si fanno con il tuning, sia del padiglione che dell'imbottitura che della messa in batteria del "pannello" che credo sia in fondo simile tra tutte queste cuffie ma di forma e spessore differente (così come il campo magnetostatico esterno). - il genere musicale e il gusto personale ma ogni considerazione del genere lascia il tempo che trova se non si va a quelle che sono le aspettative personali e ai generi musicali ascoltati. Personalmente ritengo un puro spreco usare cuffie planari (siano esse magnetostatiche come queste, o elettrostatiche come le Jade o le Stax) per musica elettronica, techno, heavy metal e hard-rock. Sono tutte cuffie fatte per la musica unplugged. Chi privilegia nell'ascolto in cuffia l'impatto e l'insieme, tenderà a preferire la serie Hifiman "tonda", chi il dettaglio e il microdettaglio, probabilmente quelle ovali. Sebbene nella neutralità elevata delle HE6se (io ho esperienza solo della prima serie), l'analiticità si spreca. Chi cerca ancora la precisione del suono singolo e la capacità di separazione di ogni singolo strumento, andrà ventre a terra sulle elettrostatiche. E qui purtroppo non c'é che da provare. Premesso che sto scrivendo ad HIFIMAN per accreditare il nostro sito come tester delle loro cuffie (se avranno la benevolenza di volerci considerare ....), io al tuo posto non mi farei troppo prendere dalla fretta e magari approfitterei dell'opzione "30 giorni di ascolto" che offre Playstereo. Proverei entrambi i modelli e deciderei nella pratica quello che fa per me. Io possiedo le Arya da Natale e le sto in questo periodo ascoltando in parallelo con le Stax SR-404sn, immaginando un mio futuro con le Jade II. Ma sui bassi io sono "male" abituato dall'ascolto dal vivo di timpani e grancassa da pochi metri e da 4 woofer da 15 pollici a 2 metri e mezzo da me. Quindi nelle cuffie io cerco ciò che con i diffusori non si può avere Certamente non cerco analiticità e dettaglio con Roger Waters o Axl Rose che preferisco certamente con cuffie tradizionali con coni dinamici in alluminio Del resto questo è un sito votato anima e corpo alla musica classica.
  24. nchelazzi

    HIFIMAN Arya

    Grazie per la bella recensione....talmente invogliante che ho ordinato subito l'Arya da Playstereo! C'è un piccolo problema però: la cuffia non è disponibile e ci vorranno 15-20 giorni perchè rientri a loro. Come tutti sanno la GAS, una volta messa in moto, non perdona, pertanto ho chiamato loro ed ho scoperto che invece hanno la disponibilità della HE6se (ad un costo paragonabile). Bene, leggo in rete che è una ottima cuffia ma che è difficile da pilotare a causa della sua bassa sensibilità. Per fortuna possiedo un Violectric V220 ed un Auralic Taurus MkII che dovrebbero farcela senza problemi, in ogni caso non sono pienamente convinto. Ho interpellato il gentilissimo Sig. Ventura di Playstereo il quale tesse le lodi della HE6se ed afferma che non dovrei avere problemi di pilotaggio. Pertanto mi rivolgo a voi e provo a chiedere consiglio. Grazie
  25. Bostridge é un grande cantante, realmente di carattere in tutto il suo repertorio. Che purtroppo generalmente non è il mio, come in questo caso.
  26. Franz Schubert, Winterreise D.911. Ian Bostridge, tenore, Thomas Adés, pianoforte. Pentatone 2019 *** Il tenore inglese Ian Bostridge è molto legato al Winterreise, il famoso e magnifico ciclo di lieder di Franz Schubert. E’ l’opera con la quale debuttò nel 1993, l’aveva incisa nel 1997 per un documentario e l’aveva già portata su disco nel 2004 con Leif Ove Andsnes, in un’ottima interpretazione. Bostridge con Andsnes. Bostridge è un cantante con un timbro e uno stile così particolari, che solitamente il pubblico si divide tra fervidi ammiratori e inaciditi detrattori. Non essendo né l’uno, né l’altro, mi sono approcciato a questo disco, senza particolari pregiudizi, con solo un lontano ricordo della sua precedente incisione con Andsnes e natualmente la conoscenza di tante altre versioni, comprese quelle relativamente recenti di Goerne (con un grande Eschenbach al pianoforte) e Kaufmann. Al pianoforte troviamo Thomas Adés, compositore inglese tra i più famosi e eseguiti in questi anni, che già aveva collaborato con Bostridge in lavori propri. Insieme hanno eseguito Winterreise durante una serie di concerti in Europa e negli Stati Uniti e questo disco è la registrazione dal vivo di una serata alla Wigmore Hall di Londra a Settembre del 2018. Bostridge con Adés in concerto. La voce di Bostridge è così peculiare che il primo ascolto può essere sorprendente o sconcertante. Non stupisce certo per il bel timbro e, come dicevo sopra, la reazione può essere di amore o odio. Quello che però rende questo disco a mio avviso straordinario è l’assoluta autenticità della sua interpretazione. Bostridge si è calato nel ruolo e lo abita “dal di dentro” con una naturalezza e una ricchezza di accenti che mette i brividi. Probabilmente, trattandosi di una registrazione dal vivo, anche questo ha contribuito al pathos della sua lettura, insieme a certe libertà espressive che in studio di registrazione difficilmente si prendono. Thomas Adés si rivela un partner di prim’ordine, non tecnicamente sopraffino come un Andsnes o un Eschebanch, ma assolutamente efficace nella resa musicale. Adés sceglie uno stile più equilibrato e rassicurante che mette in risalto proprio la tormentata espressività di Bostridge. Tante le differenze con la registrazione con Andses nel 2004, com’è normale che sia. Su tutte segnalo l’insolita lentezza di Die Krähe, probabilmente due volte più lento di qualsiasi altra edizione, che acquista così un carattere del tutto nuovo, tra il misterioso e lo spettrale. In conclusione, questo è un disco che per me è stata una vera e propria rivelazione e che, per la potenza della narrazione più che per la bellezza del canto, merita di stare al fianco delle migliori letture del Winterreise. Ottima la qualità della registrazione, con gli ingegneri della Pentatone che riescono a metterci di fronte agli interpreti, senza farci percepire la presenza del pubblico.
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