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Florestan

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  1. Alexandre Tharaud : Versailles Musiche di Rameau, Couperin, d'Anglebert etc. etc. Erato 2019, formato 96/24 *** Con la premessa che io "tollero" solamente il pianoforte che si appropria della musica clavicembalistica francese o italiana, devo dire che quando il garbo e lo stile personale sono a livello di quelli messi in campo da Tharaud in questo disco, le cose vanno su un altro piano. Versailles è certamente il legante tra le tante composizioni di raccolte e di autori differenti e possiamo immaginarci che la selezione prescelta dal pianista (che è spesso autori di arrangiamenti di musica francese e non del periodo) animi le sale della Reggia di Luigi XIV e Luigi XV. Il tocco clavicembalistico c'è tutto ma è di natura molto personale. I tempi sono molto rallentati - anche rispetto ad altre raccolte dello stesso pianista - e manca quella violenza che sarebbe possibile con il pianoforte e che con il clavicembalo si può fare solo raddoppiando i manuali, cosa che trovo corretta. Basta tutto questo ? Credo di si, anche se molti specialisti del periodo saranno liberi di storcere il naso. Ed io stesso che pure sopporto solo a piccole dosi il barocco francese (anzi, la musica francese in generale, di ogni epoca) lo farei. Ma Tharaud è un pianista di un rango a se. E qualche volta si permette di metterci il gusto di un Sokolov, ma senza alcuna idea di imitarlo. Basta ascoltare la celebre Les Sauvages di Rameau, molto, molto differente da quella in punta di dita e tutta sussurrata di Sokolov (ovviamente sempre al pianoforte). Ma la ricchezza degli abbellimenti, il ritmo, la freschezza sono tutti li. Ed è un piacere ascoltarli. Insomma, non sarà il disco dell'anno per me ma è una proposta estremamente di classe. Ripresa morbida ma senza troppa ambienza. Il piano è uno Steinway D preparato.
  2. Mariss Jansons alla testa della Synphoieorchester Bayerischen Rundfunks Orchestra nella loro sala di Monaco dove sono state riprese dal vivo queste due sinfonie di Shostakovich, pubblicate in questi mesi da BR Klassik
  3. Ci lascia, dopo aver a lungo lottato contro i suoi disagi cardiaci, uno dei più grandi direttori d'orchestra contemporanei. Nato a Riga nel 1943 e cresciuto musicalmente a Leningrado, poi San Pietroburgo dove si è spento ieri. Nella sua vita ha lavorato con Mravinsky di cui è stato a lungo assistente, si è perfezionato con Karajan che pure lo avrebbe voluto come assistente se il regime non lo avesse impedito. E' stato direttore della London Philarmonic Orchestra, della Pittsburgh Symphony Orchestra, della Bayerischen Rundfunks, della Royal Concergetbouw Orchestra ed ha diretto praticamente ovunque. Le sue registrazioni non si contano, da solo e con i migliori solisti. Dirigeva con grande trasporto e passione, non sempre con la profondità di un Furtwangler o di un Mravinsky ma quelli non erano umani ma Dei dell'Olimpo. Probabilmente per qualcuno resterà nella memoria per le edizioni del Concerto di Capodanno da Vienna, ma questo è un problema loro. Io mentre lo sto ricordando per il nostro sito con queste umili righe, lo sto ascoltando nella Dama di Picche di Chaikovsky in una splendida interpretazione del 2015 alla testa della Bayerischen. E mentre scemano le note della breve ouverture trattengo a stento le lacrime. Ma non c'è tempo perchè irrompe il coro per dirmi che il Maestro è ancora qui con noi.
  4. Variations di Clara e Robert Schumann, Johannes Brahms e Felix Mendelssohn (con Nico Luhly e Vijay Iyer) Mishka Rushdie Momen, pianoforte Somm Recordings ottobre 2019, formato 88.2/24 *** C'è grandissima delicatezza nell'esposizione del tema delle variazioni Op. 20 di Clara Schumann su un tema originale di Robert Schumann. Si tratta di una composizione scritta dalla "vecchia" Clara per il compleanno del 1853 del marito. Probabilmente il grande Steinway che impiega la Momen non è lo strumento più adatto e mi piacerebbe ascoltarla ad un pianoforte più vicino a quelli posseduti da Clara e Robert in casa loro a Dusseldorf. Comunque il tono riesce ad essere caldo e toccante. Sullo stesso tema (Bunte Blatter op. 99/1), per quanto trovò intense queste variazioni di Clara, volle cimentarsi anche il giovane Johannes Brahms, con le sue variazioni Op. 9 del 1854. Anzichè 7 brani, qui abbiamo 16 variazioni che crescono di animazione secondo la firma già inconfondibile di Brahms. Anche qui la pianista mantiene toni morbidi e non troppo veloci, anche quando le indicazioni a firma portano Schnell in tedesco. Robert era già decisamente malato a quel tempo (si spegnerà nel 1856 avendo difficoltà a ricordare i nomi di parenti ed amici). Credo che la tenerezza e i timbri autunnali con cui la Momen porta queste variazioni che in altri mani possono essere molto più ardite e vibranti, rientrano nella lettura dell'interprete che nel libretto le descrive - giustamente - come intime e personali. Johannes aveva allora solo ventun anni ma era già profondamente matura musicalmente. Sul finale della variazione n. 10 Johannes cita il tema della Romance Op. 3 di Clara che è alla base delle variazioni scritte da Robert per l'allora ragazzina Clara (che nel 1832 aveva 13 anni). Robert le cataloga come Impromptus e sono composizioni legate solo dal tema e dalla struttura che prende ritmo dalle variazioni beethoveniane. Ma non hanno nulla a che vedere con le successive variazioni sinfoniche, semmai ricordano in nuce i successivi album per la gioventù o le scene dal bosco. Credo che a Clara saranno piaciute tantissimo. Felix Mendelssohn era amico di famiglia degli Schumann, così come la sorella Fanny. Ma credo che le sua famose Variazioni Seriose, che ritengo essere tra le cose migliori da lui scritte si discostino negli scopi e nello sviluppo dalle ... testimonianze di amore e rispetto di quelle degli Schumann e di Brahms. Cionondimeno è bravissima la Momen a metterle sullo stesso piano sonoro e tonale. Ma io sono abituato a tanta più vitalità e forza da queste pagine meravigliose che possono sinceramente essere messe vicine alle variazioni sul tema dell'Eroica di Beethoven. L'ombra del titano incombe sempre sui crepuscolari primi romantici ma sinceramente a me sembra che ogni confronto sia assolutamente privo di significato. La musica di Felix è profondamente differente sia da quella di Robert che di Johannes. Sono proprio piani, scopi, modi di intendere l'esistenza e lo sforzo della creazione che li separano. per le immagini © Benjamin Ealovega A separare queste magnifiche pagine romantiche dense di sentimento, sono inserite pagine contemporanee vagamente ispirate a Schumann. Non conosco i loro autori e sinceramente non credo che approfondirò la loro opera. Rispetto la scelta della pianista ma io ne avrei fatto a meno. In estrema sintesi, questo album di debutto di questa giovane pianista inglese colpisce per la scelta di un programma profondamente intimista e in un certo qual modo sofferto che certamente è complesso nell'approccio ma non è di quelli che mettono in evidenza come un bel Rach 3 o un Bartok 2. Che pure ha in repertorio, essendole altrettanto affine la musica moderna e contemporanea Ha grandi mezzi, grande personalità, sicurezza e suona con sentimento. Una bella scoperta e a risentirla presto. Registrazione molto calda, con un pianoforte possente ma equilibrato.
  5. Maurice Ravel Pavane pour une infante défunte, Concerto per pianoforte in Sol Maggiore, Sonatine M40, Le tombeau de Couperin Vanessa Benelli Mosell, pianoforte Royal Scottish Orchestra diretta da Carlo Miguel Prieto Decca 2019, formato 96/24 *** Repertorio impegnativo ma assolutamente alla portata di Vanessa Benelli Mosell la cui tecnica virtuosistica ben si presta a qualunque partitura, anche se sappiamo la sua preferenza per la musica del '900. Se devo pronunciarmi in termini di preferenza, trovo splendida l'esecuzione della sonatine e di buona parte del Tombeau. La Pavane è estremamente sintetica, priva accenti melodrammatici, tali da lasciare solo tristezza. Ottimo il concerto, in particolare il secondo movimento. Cosa dire nel complesso. Vanessa Benelli Mosell é un'ottima pianista. Suona divinamente e la sua lettura è totalmente coerente - almeno in questo programma - e attenta al testo. Dove trovo un limite è sul piano espressivo, inteso come capacità di coinvolgimento dell'ascoltatore. Non ho mai avuto la fortuna di ascoltarla dal vivo, c'è chi la definisce una pianista da palcoscenico e non ho alcuna ragione di non crederlo. Quello che manca in questo (e negli altri suoi dischi) è la capacità di andare oltre la perfezione formale e il gesto preciso. Qualcuno direbbe che non c'è molto sentimento o un guizzo di inventiva personale che giustifichi quello che resterà comunque un ottimo disco ma che vede queste pagine già ampiamente oggetto di discografia. Bisognerebbe riflettere su quanto resterà di questi anni in termini di rappresentazione discografica degli interpreti contemporanei e quanto queste registrazioni realmente offriranno alle successive generazioni. Ma è un discorso che va ben al di là della bravura di Vanessa. Che non è Beatrice ma ad averne di brave così.
  6. Histoires d'un Ange, musiche per viola da gamba sola ed acocmpagnata di Marin Marais, Robert de Vissé, Francois Couperin e JEan-Philippe Rameau Johanna Rose, viola da gamba, Josep Maria Martì Duran, tiorba, Javier Nunez, clavicembalo Rubicon 2019, 96/24 *** i tre musicisti di questo disco un'ltra rappresentazione artistica dell'angelo. Non è un'algida bionda "l'angelo" di questo disco ma Marin Marais, di cui si diceva che suonasse come un angelo. La scelta dei brani è abbastanza varia ed inframmezzata da parentesi di suoi contemporanei. Nel resto d'Europa la viola da gamba stava lasciando rapidamente il passo al più "facile" violoncello. Ma mentre in Italia e, di riflesso in Germania che leggeva ed assorbiva rapidamente le invenzioni italiane (sono tante e tante le radici italiane del Bach violista e violoncellista), si sperimentavano nuove soluzioni e si aprivano nuove strade, in Francia si tramandavano gli insegnamenti degli antichi per tradizione diretta. Sono celebri le lezioni di Marain Marais dal suo Maestro Sainte-Colombe e benchè non manchi di originalità, l'opera di Marin Marais non se ne discosta moltissimo. L'impostazione meditativa e seriosa, di questa musica - bellissima se presa a dosi non troppo massive - ne dà la misura ad ogni battuta. Marais però ha aggiunto, prendendolo dai contemporanei quel tanto di gusto ad imitazione, da rendere la sua musica ben riconoscibile. E' il caso del "Cloches ou Carillon" del II Libro dei Pièces de Viole che con l'aiuto del cembalo va a ricordare un carillon meccanico. Meno brillante ma melodico il Rondea "Le Bijou", molto elegante e con un fraseggio a volte interminabile. Brillanti e leggere le Chaconne e le Passacaille (nulla di bachiano, qui siamo nella semplice danza), anche quelle dei compositori "ospiti". Ma questa è la musica per la corte del Re Sole, immutabile, solenne ed a volte un pò immota. I tre bravi musicisti danno una buona prova e rendono scorrevoli i 60 minuti dell'intero programma, registrato in modo molto vivo con presa diretta degli strumenti che sono come davanti a noi, sebbene un pò a scapito dell'ambienza. Ma ci sta, era ed è musica da camera da ascoltare da molto vicino. Come dite, probabilmente senza quella copertina questo disco venderebbe meno ? Forse però è un pò creare false aspettative, la musica barocca francese comunque è questa, prendere o lasciare e non sarà una bionda con le ali d'angelo a renderla diversa. Ma ascoltate la BRAVA! Johanna Rose per confermare come in fondo non le manchi nessuna dote tanto da non meritarsi una copertina come questa ...
  7. Per chi è appassionato di confronti, consiglio : Jaroussky con il bravo Andrea Marcon, disco Erato del 2013, molto più rispettoso, sia del Maestro Farinelli che delle logiche delle pagine scritte per lui che ha forse il solo limite tematico di essere esclusivamente dedicato ad arie di Nicola Porpora. Ma è proprio un bel disco. Forse un pò troppo francese il tributo di Christophe Rousset con Anna Hallenberg, ma più vario nella scelte delle pagine. E con un VERO soprano dotato di grandissima estensione (il confronto tra i tre dischi citati si può fare con l'aria Alto Giove del Polifemo di Porpora). Molto drammatico, la Hallenberg mostra un pò di autocompiacimento compassato (appunto, in stile francese ma l'Opera italiana non è Rameau !) nell'Handel del "Lascia ch'io pianga". Però ci ricorda cosa cantava Farinelli a Londra ... con Handel disposto a pagarlo a peso d'oro per strapparlo a Porpora. Registrazione bellissima per qualità e ricchezza di suono. Stesso repertorio anche se non c'è diretto riferimento a Farinelli della "diva" Simone Kermes la cui voce è certamente più vicina a quella della Cuzzoni. Ma che purtroppo ha una inflessione troppo tedesca per la nostra dolce lingua. Ma anche solo sentirla mormora dà il fremito ... Registrazione non troppo raffinata con la voce in eccessiva evidenza.
  8. Farinelli Arie di Porpora, Riccardo Broschi, Giacomelli, Hasse, Caldara scritte per Carlo Broschi Cecilia Bartoli, soprano Il Giardino Armonico diretto da Giovanni Antonini Decca 2019, formato 96/24 *** Cecilia Bartoli ritorna con la collaudata collaborazione della compagine italiana guidata da Giovanni Antonini per un tributo a Farinelli. Lo fa alla sua maniera un pò provocatoria, presentandosi in copertina con un make-up da uomo barbuto e in "topless". Non sfuggirà la tinta delle unghie. E l'abbigliamento fluido dei successivi ritratti presenti nel libretto. Cecilia Bartoli (c) Decca 2019 e dei relativi autori. Purtroppo in larga parte viviamo ancora nel solco del mendace film del 1994 che descrive un Farinelli del tutto di fantasia. Carlo Broschi aveva modi e atteggiamenti da vero nobile ed ostentava una rara modestia rispetto a molti suoi colleghi uomini e donne. E negli ultimi decenni di vita visse da vero ricco, servito e riverito, godendo di altissima considerazione sia come musicista che come insegnante. come lo vediamo ritratto in questi quadri contemporanei. Ma certamente la copertina del disco ha le sue ragioni di marketing su cui probabilmente ci siamo attardati anche troppo. Se ho ammirato moltissimo la Cecilia Bartoli degli esordi e dei tanti dischi coraggiosi del secolo scorso, devo ammettere che non ho trovato molte occasioni di apprezzamento negli ultimi anni. Anche per un pò di noia suscitata da accostamenti, titoli e propositi di molti dei suoi dischi. Complice la grandissima musica di questo disco, siamo ai massimi livelli della grandissima Opera all'italiana del pieno barocco (manca solo Handel ma è una scelta) invece qui mi tolgo il cappello. Sono opere scritte appositamente per sfruttare le qualità incredibili del "cantante dei re" che richiedono doti tecniche e virtuosistiche eccezionali. Cecilia Bartoli non ha né la potenza né l'estensione di Farinelli, certamente poi ora che non è più giovanissima. Ma ha il talento e qui lo sfodera tutto. Naturalmente con questa musica perché basterebbero l'aria del "Chi non sente al mio dolore" del fratello di Farinelli, Riccardo Broschi, meravigliosamente melodiosa, e la complicata aria finale dal Polifemo di Nicola Porpora, la celeberrima "Alto Giove" con le sue lunghissime frasi tenute e che qui dura in tutto oltre 9 minuti. Non che gli altri brani meritino di meno ma qui siamo veramente a vette altissime (anche nel confronto con altre interpretazione). E tutto sommato se tralasciamo le due iniziali, ancora di Porpora, piuttosto vacue, che al primo ascolto mi avevano fatto storcere il naso, si può dire sia veramente un disco ottimo che mi sento di consigliare ad ogni appassionato di musica vocale barocca. E poi basta un filo di pazienza e subito dopo arriva Hasse con la brillantissima "Morte col fiero aspetto" a rimettere le cose a posto. Sulla registrazione siamo ai livelli consoni a Decca che purtroppo ogni tanto non è scevra da qualche scivolone negli ultimi anni. La voce è un pò indietro ma ci sta, la Bartoli, lo abbiamo detto, non è Farinelli, e ogni aiutino sarebbe barare. Qualche sibilante di troppo ma nulla di fastidioso. Ripeto cominciate da quelle due arie anzichè dall'inizio del disco
  9. Andranno a pilotare le mie DIP21 sostituendo i pur buoni - ma non all'altezza - Crown Audio. Hanno moduli IcePower per i bassi (2 doppi 1200W) e Hypex nCore per i medi e gli alti (NC500 ed NC252). qui sono rappresentati mentre ancora si trovano sul banco di lavoro del costruttore Rouge Audio Design di Roma
  10. Ciao Nicola e ben tornato. Al di la delle qualità del DAC che sono certamente importanti, la scelta dovrà essere impostata lato amplificatore per cuffie. Perchè dipende dall'amplificatore la resa delle cuffie. E per certe cuffie ci vogliono amplificatori seri, a prescindere dal valore economico delle cuffie stesse. Altrimenti il risultato sarà ... un suono incapace di rendere giustizia alle capacità delle cuffie stesse. Abbiamo notato per esperienza che con certe cuffie - non parlo di modelli di migliaia di euro, anche di due-trecento euro - scalare l'amplificazione a volte vale come comprare delle cuffie di valore 10x. Io sinceramente non so nulla degli apparecchi che hai indicato ma andrei per prima cosa a vedere che capacità di erogazione in corrente hanno e che impedenza di uscita. Ma ho paura che con quel budget non si vada molto oltre ai soliti circuiti integrati in uscita con bassa capacità di pilotaggio. Io dispongo "letteralmente a prendere polvere" di un apparecchietto all-in-one compatto con sezione DAC ES9018, alimentazione in classe A e sezione di amplificazione in grado di erogare anche 2 o 3 Watt a seconda del carico. Con contorno di potenziometro di qualità e switch adeguati. In un case solido e ben costruito. E' questo qui ed io ci ho pilotato anche cuffie MOLTO dure con buon successo. Per cominciare a provare le cose con le tue orecchie, io te lo cederei anche per soli 100 euro + S.S. Senza impegno ovviamente. Poi ci sarà tempo e modo per fare upgrade negli anni a venire. Ma soprattutto di cominciare ad ascoltare buona musica. (l'attrezzo si collega ad un PC/MAC via cavo USB, con necessità di driver se sotto Windows, senza driver se in ambiente OS)
  11. Sono d'accordo. Inoltre credo che sarebbe stato perfetto l'accostamento nello stesso disco con la versione originale per violino e pianoforte.
  12. John Rutter : Suite Antique Philip Glass : Concerto per Clavicembalo e orchestra da camera Jean Francaix : Concerto per calvicembalo e ensemble strumentale Christopher D. Lewis : clavicembalo, Jack McMurtery, flauto traverso West Side Chamber Orchestra diretta da Kevin Mallon Naxos 2013, formato CD registrato a New York nel settembre del 2012 *** Disco molto particolare che ho ascoltato un innumerevole quantità di volte perchè unisce tre composizioni di autori molto diversi tra loro, attratti dalla possibilità di "ricreare" con sonorità contemporanee l'eredità del concerto per clavicembalo in stile barocco (o bachiano se vogliamo), mantenendone il gusto leggero e godibile. La "Suite Antique" di John Rutter apre il disco. Si tratta di una composizione in sei movimenti. John Rutter è uno specialista di musica sacra. Britannico, nato nel 1945, ha ricevuto la commissione per questa suite nel 1979 e l'ha risolta come omaggio al Bach dei concerti brandeburghesi. Nella realtà il clavicembalo è un comprimario del flauto che porta le melodie principali e la composizione stessa è un sorta di pastiche che richiama tanti stili differenti, alcuni da colonna sonora o jazz. La chiusura ricorda un rondeau ma i ritmi sono certamente moderni. Segue il concerto in tre movimenti di Philip Glass che è del 2002. Qui il clavicembalo è protagonista incontrastato, sia sul piano sonoro che su quello tematico e con accenni di vero virtuosismo. Le sonorità sono morbide ed intonate con il timbro del cembalo usato in questa registrazione. Glass si sforza di creare il classico confronto tra soli e tutti, comprendendo in questo gioco (non propriamente contrappuntistico) anche i fiati nel loro insieme. Nel complesso si sente lo stile di Glass ma non ossessivamente ... ossessivo come in composizioni più tipiche. L'ultimo concerto è del più anziano dei tre compositori rappresentati e la sua carriera internazionale gli ha dato una certa notorietà già negli anni '30 del secolo scorso. Due toccate in stile francese, o addirittura nello stile francese di un Bach del 20° secolo. Un minuetto, molto melodico e un finale molto veloce e contrappuntistico. Nel complesso la suite di Rutter è un brano un pò "nazional-popolare" (come altra sua musica), molto melodico, il concerto di Glass è di un Glass che gioca a non fare il Glass. E in parte ci riesce. Il Concerto di Francaix è certamente la composizione più interessante sul piano compositivo e stilistico che non manca dello spirito francese dei suoi contemporanei come ad esempio Poulenc (che non a caso ha scritto musica per clavicembalo), con momenti di vero umorismo. Il clavicembalista Christopher Lequis è un gallese che vive negli USA e che ben si disimpegna in questo repertorio un pò borderline, ben coadiuvato dall'irlandese Kevin Mallon e dalla vivace orchestra di New York. Una compagine molto eterogenea ma affiatata alle prese con un repertorio di facile accesso che dovrebbe destare una sana curiosità. Registrazione pulita, in stile Naxos, famosa per i suoi prodotti di qualità, molto coraggiosi nelle scelte anche di repertorio generalmente trascurato dalle major e proposto sempre a prezzo accessibilissimo.
  13. Prokofiev : Sonata per violino e orchestra Op. 80 Sebastian Bohren, violino Andrei Pushkarev, percussioni Georgisches Kammerorchester Ingolstadt Sony, registrazione live del 2019, formato 96/24 *** Accentuando i caratteri già drammatici e "sinfonici" del fantastico originale di Prokofiev, Andrei Pushkarev ha costruito una splendida, drammatica, sonata per violino e orchestra cui lui stesso mette gli accenti alle percussioni. Non è una operazione nuova, in precedenza la stessa operazione, con gli stessi interpreti è stata riservata alla sonata per viola di Shostakovich. Qui il materiale sonoro di base mi pare che abbia permesso risultati più notevoli. Il rinforzo di bassi profondi consente al violino di Bohren di fluttuare nell'aria, quasi ci fosse Nureyev che danza sulla grancassa del Romeo e Giulietta o della Bella Addormentata. La registrazione ad alta dinamica - live - di Sony è sensazionale, anzi in alcuni passaggi i bassi sono addirittura esagerati per un normale ascolto sonoro. Ma senza alcun accenno di impastamento della voce chiarissima del violino. Il tono complessivo è molto drammatico con rarissimi momenti di tregua al pathos. Una corsa travolgente conclude la sonata, nell'allegrissimo finale sempre con la puntualizzazione delle percussioni ad ogni passaggio. Una visione non comune di una composizione eccezionale. Non so cosa ne penserebbe Prokofiev se potesse ascoltare questa interpretazione originale eppure perfettamente rispettosa del testo. Io posso solo dire che l'ascolto è intenso ed estremamente coinvolgente. Gran bel disco, certamente da ricorda di questo 2019 ricchissimo di proposte discografiche, anche coraggiose.
  14. Henry Purcell : King Arthur (1691) Gabrieli Consort, Paul McCreesh Anna Dennis, Mhairi Lawson, Rowan Pierce, Carolyn Sampson, soprano Jeremy Budd, controtenore James Way, tenore Roderick WIlliams, Baritono Ashley Riches, basso-baritono libretto di John Dryden Signum Classics, 2019, formato 192/24 *** varie formazioni del Gabrieli Consort, in basso con Carolyn Sampson in primo piano. King Arthur è una semi-opera, cioè una composizione musicale/teatrale in cui i principali ruoli sono attori che recitano un testo teatrale mentre i cantanti sono ruoli secondari oppure divinità. Genere tipico nel barocco francese e inglese. E' una composizione particolare, perchè ha una chiara connotazione politica, nata dopo la restaurazione, ripensata durante la gloriosa rivoluzione e data alle scene con l'arrivo del nuovo Re Guglielmo d'Orange. Non narra le storie d'amore e gli atti cavallereschi di Re Artù, di Ginevra, di Lancelot e dei cavalieri della Tavola Rotonda. Nella realtà i protagonisti sono i britannici e i sassoni, capitanati da Arthur e da Oswald, con i loro dei. Calati nella realtà di quei giorni, in verità i britannici sono i Tories, Re Artù il defunto Carlo II, i sassoni sono i Whigs e Re Oswald è il Duca di Monmouth. Le due fazioni sono influenzate dall'intervento di divinità e semidivinità (Venere e Cupido, Wotan) che ne modulano le azioni. Il tutto si chiude con la sintesi tra le due popolazioni. L'auspicio, finalmente, dopo quasi 1000 anni, per la pace tra le due genti che comporranno il Regno. Grande successo di pubblico con numerose repliche anche negli anni a venire e nonostante la morte di Purcell (1695),e riprese anche negli anni a venire, proprio per il connotato politica. Se vogliamo esagerare con i riferimenti, passato Guglielmo, l'avvento dei Sassoni con Giorgio I d'Hannover - fondatore della dinastia che ancora regna nel Regno Unito - porterà a Londra il Sassone erede di Purcell, il giovane Handel che ne prenderà l'eredità come libero imprenditore. L'inglese Purcell stesso nell'ultimo periodo, dopo la morte di Re Carlo II, si libererà dagli incarichi ufficiale per lavorare come libero musicista senza contratti stabili. Al di là delle - doverose - note che definiscono King Arthur, la riproposizione in questa edizione curata personalmente da McCreesh con l'ausilio dei suoi colleghi del Gabrieli Consort, ne rende una versione ancora più particolare. L'opera nella sua storia ha avuto svariati rimaneggiamenti che l'hanno resa a volte pomposa sicuramente più di quanto intendevano gli autori in origine. Qui abbiamo 17 musicisti e 8 cantanti che fanno anche da coro. Il suono - con corde di budello intrecciato - è chiaro e terso. Limpido. L'inizio peraltro porta 4 brani da Amphytrion. Poi l'Ouverture di King Arthur e un'aria strumentale. Poi l'inizio con l'ode a Wotan (Woden) e il sacrificio auspice per l'imminente battaglia dei sassoni contro i britanni. Quindi un continuo di arie, preludi, intermezzi, tunes per trombe per condurre al finale glorioso. Per Britannia e San Giorgio. E il ballo finale che sancisce la pace tra le due genti. Un'ora e trentasette di musica sublime, voci perfettamente equilibrate con il testo e la musica. Senza troppa enfasi né pompa, nello stile del Gabrieli Consort. Una grande prova di amore per il Molto Onorevole Mr. Henry Purcell, il più autenticamente inglese dei compositori britannici. *** Personalmente, per quanto colpito dal tono complessivo e dalla chiarezza di questa edizione, non posso dire di considerarla però superiore ad altre edizioni storiche, ad esempio quella di Deller con uno splendido Maurice Bevan o quella di Gardiner con i suoi solisti. Che pagano pegno solo per la ripresa ma hanno una carica di umanità e di senso scenico che un pò si perdono in questa ultima ripresa di McCreesh che a me è sempre sembrato un pò troppo "asciutto". Ma parliamo di sottigliezze, ognuno giudicherà.
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