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Florestan

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  1. Henry Purcell : King Arthur (1691) Gabrieli Consort, Paul McCreesh Anna Dennis, Mhairi Lawson, Rowan Pierce, Carolyn Sampson, soprano Jeremy Budd, controtenore James Way, tenore Roderick WIlliams, Baritono Ashley Riches, basso-baritono libretto di John Dryden Signum Classics, 2019, formato 192/24 *** varie formazioni del Gabrieli Consort, in basso con Carolyn Sampson in primo piano. King Arthur è una semi-opera, cioè una composizione musicale/teatrale in cui i principali ruoli sono attori che recitano un testo teatrale mentre i cantanti sono ruoli secondari oppure divinità. Genere tipico nel barocco francese e inglese. E' una composizione particolare, perchè ha una chiara connotazione politica, nata dopo la restaurazione, ripensata durante la gloriosa rivoluzione e data alle scene con l'arrivo del nuovo Re Guglielmo d'Orange. Non narra le storie d'amore e gli atti cavallereschi di Re Artù, di Ginevra, di Lancelot e dei cavalieri della Tavola Rotonda. Nella realtà i protagonisti sono i britannici e i sassoni, capitanati da Arthur e da Oswald, con i loro dei. Calati nella realtà di quei giorni, in verità i britannici sono i Tories, Re Artù il defunto Carlo II, i sassoni sono i Whigs e Re Oswald è il Duca di Monmouth. Le due fazioni sono influenzate dall'intervento di divinità e semidivinità (Venere e Cupido, Wotan) che ne modulano le azioni. Il tutto si chiude con la sintesi tra le due popolazioni. L'auspicio, finalmente, dopo quasi 1000 anni, per la pace tra le due genti che comporranno il Regno. Grande successo di pubblico con numerose repliche anche negli anni a venire e nonostante la morte di Purcell (1695),e riprese anche negli anni a venire, proprio per il connotato politica. Se vogliamo esagerare con i riferimenti, passato Guglielmo, l'avvento dei Sassoni con Giorgio I d'Hannover - fondatore della dinastia che ancora regna nel Regno Unito - porterà a Londra il Sassone erede di Purcell, il giovane Handel che ne prenderà l'eredità come libero imprenditore. L'inglese Purcell stesso nell'ultimo periodo, dopo la morte di Re Carlo II, si libererà dagli incarichi ufficiale per lavorare come libero musicista senza contratti stabili. Al di là delle - doverose - note che definiscono King Arthur, la riproposizione in questa edizione curata personalmente da McCreesh con l'ausilio dei suoi colleghi del Gabrieli Consort, ne rende una versione ancora più particolare. L'opera nella sua storia ha avuto svariati rimaneggiamenti che l'hanno resa a volte pomposa sicuramente più di quanto intendevano gli autori in origine. Qui abbiamo 17 musicisti e 8 cantanti che fanno anche da coro. Il suono - con corde di budello intrecciato - è chiaro e terso. Limpido. L'inizio peraltro porta 4 brani da Amphytrion. Poi l'Ouverture di King Arthur e un'aria strumentale. Poi l'inizio con l'ode a Wotan (Woden) e il sacrificio auspice per l'imminente battaglia dei sassoni contro i britanni. Quindi un continuo di arie, preludi, intermezzi, tunes per trombe per condurre al finale glorioso. Per Britannia e San Giorgio. E il ballo finale che sancisce la pace tra le due genti. Un'ora e trentasette di musica sublime, voci perfettamente equilibrate con il testo e la musica. Senza troppa enfasi né pompa, nello stile del Gabrieli Consort. Una grande prova di amore per il Molto Onorevole Mr. Henry Purcell, il più autenticamente inglese dei compositori britannici. *** Personalmente, per quanto colpito dal tono complessivo e dalla chiarezza di questa edizione, non posso dire di considerarla però superiore ad altre edizioni storiche, ad esempio quella di Deller con uno splendido Maurice Bevan o quella di Gardiner con i suoi solisti. Che pagano pegno solo per la ripresa ma hanno una carica di umanità e di senso scenico che un pò si perdono in questa ultima ripresa di McCreesh che a me è sempre sembrato un pò troppo "asciutto". Ma parliamo di sottigliezze, ognuno giudicherà.
  2. Florestan

    Viola 1919

    Per il centenario, stesso repertorio, stesso titolo, altri interpreti, AVI MUSIC 2014, uscito l'estate scorsa.
  3. Florestan

    Viola 1919

    VIOLA 1919 Yizhak Schotten, viola Katherine Collier, piano Sonate per viola e pianoforte del 1919 di Rebecca Clarke, Enest Bloch e Paul Hindemith Crystal Records 1993, formato CD *** i due protagonisti del disco all'epoca della registrazione e oggi, in concerto. Disco particolare, a tema, che racchiude tre composizioni per viola e pianoforte del 1919. Registrato nel 1993 ma che io ho scoperto solo oggi, nel 2019, quando è uscito un secondo disco, identico, per il centenario, con lo stesso repertorio ma con altri interpreti. Le tre composizioni sono la splendida sonata per viola e pianoforte di Rebecca Clarke, la Sonata n.4 Op. 11 di Paul Hindemith, la Suite per viola e pianoforte di Ernest Bloch. Il violista è Yizhak Schotten, allievo selezionato del grande William Primrose, che ricorda molto nella dolcezza del timbro. Lo accompagna al pianoforte Katherine Collier, sua consorte, con la quale si esibisce anche oggi a quasi trent'anni di distanza. Son tre composizioni in cui la viola è la grande protagonista ma il pianoforte ha comunque grande importanza, come ad esempio nell'inizio della suite di Bloch. Yizhak Schotten mostra un timbro dolce, non eccede nei tratti iper-romantici della sonata della Clarke e sembra forse più a suo agio in Bloch che nel primissimo Hindemith dell'Op. 11 L'atmosfera nebbiosa e misteriosa della suite di Bloch si stempera mano a mano fino al rapsodico secondo movimento allegro per concludersi con il brillantissimo finale che richiama melodie orientali. Morbidissimo l'inizio della sonata di Hindemith, lenta e sognante. Finale possente ma anche qui senza eccessi. Nel complesso i due sono protagonisti di una prova decisa ma che non va oltre il segno nonostante queste pagine offrano ogni opportunità di mettersi in mostra. Probabilmente però il loro scopo, nel 1993, era più al servizio della musica, per lo più sconosciuta al tempo. Oggi le sonate di Clarke e di Hindemith sono in repertorio di quasi tutti i violisti e sono anche materia di esame (vedere su Youtube il fiorire di video di giovani violiste cinesi). Il suono è un pò ovattato, sembra indulgere sulla tonalità brunita della viola e il piano è ben ripreso senza enfasi. Un disco garbato, raro, io credo, che dovrebbe essere più conosciuto.
  4. Di esecuzione altrettanto magistrale e con la prima formazione del Doric String Quartet, segnalo per l'ascolto :
  5. Britten : Quartetti per archi n. 1, 2 e 3, 3 divertimenti Purcell : 5 fantasie a quattro voci Doric String Quartet Chandos 2019, formato 96/24 *** Bastano poche note e non c'è molto da aggiungere. Il Doric Quartet si è formato nel Suffolk a pochi passi dal mondo interiore di Benjamin Britten. L'ultimo grande compositore inglese con un amore particolare per la musica del suo illustre predecessorie, Mr. Henry Purcell. Ed Helene Clement, la violista della formazione, suona la viola che Frank Bridge regalò al suo allievo Benjamin quando questi partì per il suo soggiorno negli USA nel 1939. E' uno strumento milanese del 1843 di Francesco Giussani. Britten compositore molto raffinato e con un stile estremamente personale fatto da ritmi vivaci e con una polifonia complessa, ha scritto tanta musica da camera. Il programma di questo disco, insieme alla Simple Symphony e le suite per violoncello lo rappresentano perfettamente per tutto l'arco della sua vita matura. Sebbene in gioventù abbia scritto tanta altra musica preparatoria oggi non in repertorio. Fa contrasto ma non troppo perchè i toni non sono esageratamente distanti, il barocco italo-francese di Purcell, altro musicista molto raffinato e peculiarmente inglese. Le cinque fantasie - sostanzialmente composizioni libere e sciolte - qui selezionate sono tutte in tono minore. Presentano nella loro armonica polifonia a volte leggere dissonanze e idealmente guidano al quartetto n. 2 di Britten che chiude questo doppio disco (dura quasi due ore) che inizia con un "allegro calmo senza rigore" molto elegiaco e si chiude con una chaconne che, pur alla maniera di Britten, vuole rappresentare la tradizione seicentesca musicale inglese. la formazione che ha registrato questo disco (il gruppo ha avuto diverse composizioni prima) Il Doric String Quartet non ha una vera e propria specializzazione ma la sua intonazione è perfetta per questo repertorio e per quello moderno in generale. Il loro suono è chiaro, terso, le sovrapposizioni precise. Il disco per quanto riguarda Britten, a mio modesto avviso si pone vicino e sullo stesso piano della esemplare interpretazione del Belcea. Registrazione secondo la tradizione Chandos, che è come dire eccezionale, priva di qualsiasi difetto o rumore.
  6. Beethoven I Concerti per pianoforte e orchestra Ronald Brautigam, fortepiano Die Kolner Akademie diretta da Michael Alexander Willens Bis 2019, formato 96/24 *** Il fortepiano non è uno strumento antico, non è un clavicembalo, è il primo tipo di pianoforte. Nato in Italia nel 1710 era caratterizzato sin dall'inizio dalla percussione delle corde al contrario degli altri strumenti a tastiere che invece pizzicavano le corde per ottenere il suono. Era costruito con una cassa di legno e fino alla prima metà del '800 è stato lo strumento di elezione dei musicisti europei. Già Bach apprezzo i fortepiani Silbermann di Berlino di cui Federico di Prussia aveva una collezione nelle sue residenze. Ma poi Mozart, Haydn e naturalmente Beethoven che pensò tutta la sua musica al e per il fortepiano. L'evoluzione con cassa interna in ghisa, l'allungamento della coda, corde più lunghe, spesse e tese, migliori sistemi di percussione portarono - ma solo nell'ultima parte della sconda metà dell'ottocento, al pianoforte che conosciamo oggi. Che solo nel '900 è diventato capace di intrattenere sale da concerto molto grandi ed assorbenti. Insomma, senza il fortepiano non ci sarebbero i fantastici Fazioli di oggi. E nemmeno tutta la musica per pianoforte del periodo classico e romantico. Il pianista olandese (classe 1954) Ronald Brautigam non è il primo ad usare il fortepiano (naturalmente ha un trascorso discografico e di performance con il pianoforte) ma è il primo (credo) a completare le opere di Beethoven a quello che era lo strumento di Beethoven. Dopo le sonate e tutte le variazioni è adesso il momento dei concerti. E intanto lo stesso Brautigam ha assunte anche l'aspetto ... di Beethoven. Ronald e Ludwig Brautigam al fortepiano in concerto solistico. Lo strumento usato per i primi tre concerti è un Paul McNuty del 2012, costruito sul modello originale Walter & Sohn del 1805. Anton Walter era il più famoso costruttore di fortepiano della sua epoca. I suoi strumenti erano molto costosi ma tra i suoi clienti annoverava Mozart, che comprò il suo fortepiano nel 1782 e Beethoven che ne acquistò uno a buon prezzo nel 1802. Si tratta di uno strumento in noce di 221 cm e circa 97 chilogrammi con la cassa alta solo 32cm. Per il 4° e 5° concerto invece Brautigam è costretto ad usare uno strumento più pesante del 1819, di Conrad Graf, lungo 240cm, alto 35 e del peso di ben 160 kg. Questo era il fortepiano di Beethoven, di Chopin, di Robert e Clara Schumann, di Liszt, di Mendelssohn e di Brahms. Bene, fatte queste premesse, come sono questi dischi ? Appena fatto l'orecchio alla pressoché mancanza di bassi del fortepiano e ad un suono più brillante e molto meno potente di quanto siamo abituati si comincia ad apprezzare l'equilibrio tra il solista e l'orchestra. La tessitura complessiva è più chiara, la tonalità complessiva lo è. Bratigam suona in modo molto brillante, specialmente nei primi tre concerti. Più ampolloso e più autoindulgente - come è giusto - negli ultimi due. E a me viene naturale immaginare che davanti a me ci sia lo stesso Beethoven ansioso di mostrarmi come sentiva lui le sue creature. Il risultato è estremamente convincente e questa, nel suo complesso, mi sembra una delle più belle interpretazioni di questi concerti degli ultimi anni. In una parola illuminante. Anche l'orchestra è molto brillante ma nel complesso leggera. Giustamente in equilibrio acustico con il solista. Certo da ascolto ravvicinato (come con i miei monitor) perchè in una sala delle nostre credo che in fondo non arriverebbe molto del volume complessivo. La registrazione nel suo complesso è chiara per non oscurare il pianoforte che si staglia perfettamente in mezzo all'immagine. - segnalo della stessa serie sempre da Bis e consigliatissimi : che costituiscono adesso un unicum complessivo sul Beethoven originale (non necessariamente filologico, qui in fondo c'è solo lo sforzo di ristabilire i volumi e i suoni originali ma la prassi esecutiva è quella moderna cui siamo abituati, almeno quando il solista si mette al servizio della musica con amore, passione, vicinanza con la partitura originale.
  7. Strangers in PARadISe musiche di Ravel, Enescu, Ysaye, Prokofiev Diana Tishchenko, violino Zoltan Fejervari, pianoforte Warner Classics 2019, formato 96/24 *** Non ancora trentenne, questo è il suo primo disco a quanto ne so io. L'ucraina Diana Tishchenko vanta però già una lunga carriera alle spalle, essendo stata violino concertatora della Orchestra Giovanile Europea Gustav Mahler e poi della Orchestra da Camera di Monaco. Ha partecipato a diversi concorsi internazionali vincendo il Mendelssohn nel 2017, l'Isaac Stern di Shanghai l'anno scorso, più diversi altri. Adesso è in stagione nelle principali sale europee dopo il debutto con il Primo Concerto di Shostakovich a Berlino. Suona un Camillus Camilli del 1731 prestatole da un fondazione tedesca. Il programma di questo disco - sorvoliamo sul titolo per nulla azzeccato di stranieri di passaggio a Parigi - è estremamente brillante. La celeberrima sonata n. 2 Op. 77 di Ravel con le sue atmosfere esotiche è condotta con piglio e personalità, ben coadiuvata dal pianista Feyérvàri. Di grande atmosfera la sonata n.3 di Enescu. Potente ma non troppo tenebrosa la Sonata n.1 Op. 80 di Prokofiev. In mezzo i quasi sette minuti di violino solo della Ballade di Ysaye Tishchenko mostra personalità oltre a grandi doti tecniche e per nulla intimorita da un repertorio impegnativo come questo, quando per l'esordio avrebbe anche potuto scegliere una terna di concerti di Mozart. Ma guardando i programmi dei concerti che sta affrontando si capisce immediatamente quali siano le sue inclinazioni e che genere di musica nelle sue corde. E' un disco molto intenso, con un bel suono e una esecuzione che non si presta ad alcuna critica. Anzi. Bella prova e sono sicuro che il bello deve ancora venire : la terremo d'occhio sperando che non trascuri il disco come alcune sue colleghe. Registrazione fantastica, con un piano possente e un violino cristallino. Consigliatissimo.
  8. Florestan

    HIFIMAN HE400i V2

    Certo, hanno una risposta che rende meglio con i contenuti energetici. Per la cameristica io preferirei modelli più neutri.
  9. Ops ... ed io che temevo di essere stato troppo tranchant
  10. Brahms : Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 Op. 15 Ballate Op. 10 Royal Northern Sinfonia Lars Vogt pianista e direttore Ondine 2019, formato 48/24 *** A differenza dell'altra recensione brahmsiana dedicata al nuovo disco di Nelson Goerner (ne parliamo qui) questo disco mi ha un pò disorientato. Cominciando dalla scelta, abbastanza non convenzionale di attribuirsi il doppio ruolo di direttore e solista di una compagine quasi cameristica come la Royal Northern Sinfonia probabilmente, mi è venuto da pensare, per evitare di finire per non trovarsi nella condivisione dello stile. Il Primo Concerto di Brahms, è un'opera sinfonica piena di ardore romantico e virile, di un giovanissimo compositore che ha già deciso di rompere gli schemi. L'intera composizione dura quasi 50 minuti. Il primo movimento oltre 22 e i primi 4 minuti sono dedicati ad una veemente e rullante introduzione sinfonica. Il pianista resta spettatore fino alla sua entrata che è veemente e decisa. Brillante. Penso a Freire con Chailly o al grande Clifford Curzon con Szell. Tema dettato con decisione nel quasi silenzio e poi avanti in crescendo. Vogt sceglie un approccio molto garbato con tempi rallentati e meno forza di quanto siamo abituati. Non c'è quella autoindulgenza e quel pò di sciovinismo che in un concerto da machi come questo si dovrebbe vedere. L'atmosfera diventa quasi subito un pò pastorale e un pò schumanniana. E non sono convintissimo che possa andare. Idem nell'adagio centrale, portato con tempi comodi. Si riscatta un pò nel rutilante rondò finale ma la tessitura rimane a mio avviso un pò troppo cameristica. Del tutto coerente con questo approccio, quello delle ballate Op. 10, composizione giovanile che però anticipa tematiche del tardo Brahms. Scordiamoci l'approccio insolente di Glenn Gould (che pure usa tempi strasuperpiùlenti ma quando decide di farsi sentire lo fa). Qui gli approcci sono da lullaby. E mi sembra questa la visione complessiva di Lars Vogt in questo disco, chiudere l'ellissi tra il Brahms giovane astro nascente e il vecchio Brahms che incede pesante ma leggiadro nei giardini del Prater sul finire del secolo. Visione personale e per questo rispettabile. Anche se non del tutto condivisibile, secondo me. Disco un pò chiuso nel suo complesso con pianoforte un pò crepuscolare. In perfetto accordo con lo stile del disco.
  11. Johannes Brahms : Sonata per pianoforte n.3 Op. 5 Variazioni su un tema di Pagani, sibro I e Libro II Op. 35 Nelson Goerner Alpha 2019, formato 24/88.2 *** Bella sorpresa trovare due nuovi dischi del giovane Brahms presentati contemporaneamente da due apprezzati e stimati pianisti come Nelson Goerner e Lars Vogt. Nel caso di cui stiamo parlando abbiamo un programma che fa saltare le vene dei polsi di molti pianisti. La sonata n. 3 Op. 5 (!) di un Brahms ventenne rappresenta già l'apice della sua maturazione pianistica tanto che raggiunti i limiti formali e strutturali di quel genere al piano, non ci si dedicherà più. E passeranno decenni prima che altri compositori/pianisti trovino strade successive nel genere sonatistico. L'articolazione è tale da travalicare le potenzialità delle dieci dita del pianista perchè ha una tensione realmente sinfonica. Volumi e tensioni non trovano alla fine uno sbocco logico e in qualche caso lasciano interrogativi aperti sia al pianista che all'ascoltare. Ma soprattutto c'è tutto l'impeto del giovane che sta sconvolgendo un mondo musicale tutto sommato già definito. Lo scontro concettuale con Wagner che durerà tutte le loro vite, con gli altri musicisti del tempo a fare da comprimari, ne è piuttosto la logica conseguenza, addirittura al di là della musica stessa. Ma sto divagando sebbene la premessa sia a mio parere necessaria. Questa sonata va eseguita come la esegue qui l'ottimo Goerner, alternando impeto e foga ad attimi di dolcezza. Lucidamente, senza la follia incontrollata di Schumann. Qui non ci sono strade aperte, semplicemente perchè non ce ne sono. In Schumann era la mente dell'autore che non riusciva a trovare le porte che su quelle strade davano ... Ma Goerner ci arriva. E non cito a caso quattro dei miei riferimenti (Kempff, Freire, Annie Fischer e Katchen) per trovare confronti. Qui in più abbiamo una registrazione ad altissima dinamica con un pianoforte possente eppure senza eccessi che ben asseconda Goerner nel caricare la tensione di ascolto nei momenti di dolcezza per poi scaricare l'impeto in quelli arrembanti. Dello stesso livello o quasi le variazioni, grande monumento del contrappunto ottocentesco e prova superata dal solo Brahms in vita (o da Shostakovich dopo Brahms). Forse forse, dopo quello sconvolgente inizio della sonata, avremmo amato qualche rischio in più perchè sembra che in alcuni passaggi Goerner si trattenga per non andare oltre le sue stesse possibilità con ritmi che tendono nel tempo a non essere mantenuti. Ma non c'è proprio nulla di cui lamentarsi. Gran bel disco !
  12. Beethoven : Concerti per pianoforte e orchestra n.1 e n. 2 - Rondò in SIb WoO 6 Boris Giltburg, pianoforte Royal Liverpool Orchestra Vasily Petrenko Pianoforte Fazioli # 2782273 Registrazione del maggio 2019 Naxos, formato 96/24 *** E' un fiorire di edizioni dei concerti per pianoforte di Beethoven. Non che ce ne sia bisogno, abbiamo decine di edizioni di riferimento dei più grandi pianisti della storia. Ma è giusto che ogni interprete si cimenti con questi capisaldi della letteratura tastieristica. Qui abbiamo due musicisti di primordine, Boris Giltburg e Vasily Petrenko che mostrano una buona intesa e propongono un risultato di buon livello. Boris suona uno dei possenti Fazioli presenti in Inghilterra. L'orchestra di Liverpool ha una articolazione perfetta per Beethoven sotto il bastone di Petrenko. Ci sono tutti gli ingredienti giusti per una ricetta perfetta. E le aspettative suggerite dal duo sono tante. Il risultato ? E' effettivamente perfetto. Forse un pelo troppo perfettino, insomma. Un confronto rapido con la mai perfetta Martha Argerich del 2017 con il compassato Ozawa alla guida della Mito Chamber Orchestra ci mostra che, ad esempio, si possono pareggiare i tempi del rondò del primo concerto ma proponendo musica di tutt'altra verve. Cosa manca insomma perchè una performance diventi un disco perfetto ? Un filo meno di autoindulgenza, forse, meno attenzione al suono prodotto e un pò più alla musica. Brendel diceva che Mozart è facile da suonare ma è ben difficile da suonare veramente bene. Questi due concerti (e il rondò senza numero d'opera selezionato da GIltburg per cui usa anche una sua cadenza) sono i cavalli da battaglia del Beethoven che si fa strada attraverso la Germania verso Vienna, per conquistarsi la fama di solista prima che di compositore. Sono brillanti. Sono personali. Richiedono ardore e anche la necessità di prendersi dei rischi. Che qui in tanti passaggi mancano. Beninteso, il livello è altissimo. Ma il Giltburg del 2019 ci ha viziati con un Rachmaninov sensazionale. E le nostre pretese sono cresciute. Ci risentiamo al prossimo disco con il pianismo più eroico del Beethoven Napoleonico ? Delizioso il Rondò, con quel misto tra lezioso e spavaldo che ci vuole. Vale tutto il disco (ma ripeto, nei due concerti la performance è tutt'altro che insufficiente .. é che vorremmo ... di più !). Ma anche qui con tempi più lenti di quanto avremmo desiderato (confronto con Brautigan, Kodama ma anche con il Richter maturo). Più coraggio Boris. Più ardore. Con Beethoven bisogna correre sulla fune. Alla prossima
  13. Gran bel disco. E poi Camilla ha la voce di un angelo
  14. Ravel : Miroirs, La Valse Stravinsky : 3 brani da Petrushka (trascrizione Stravinsky) - 3 brani da L'uccello di fuoco (trascrizione Guido Agosti) Warner Classics 2019 (registrazione a Berlino nel maggio e nel settembre 2019), formato liquido 24/192 *** E' realmente un piacere indescrivibile osservare la crescita di una interprete italiana e finalmente poterne apprezzare la coerenza ma, soprattutto, la grande personalità a dispetto della pur ancora giovane età. GIà l'ho constatato nel disco delle Variazioni Goldberg, dove si è presa i suoi rischi, sostenendo una visione personale senza il timore di essere affiancata ad una delle altre 100.000 interpretazioni esistenti nella loro sconfinata discografia. Ma qui andiamo oltre. Perchè questo stesso approccio è applicato al pianismo più impegnativo del '900. Non è musica ovvia e in larga parte si tratta di versioni che non si possono nemmeno considerare "ridotte" al pianoforte perchè assumono una dimensione perfettamente compiuta, come se non sapessimo che invece sono state concepite per i colori della grande orchestra da maestri del colore come Ravel e Stravinsky. Anche qui non mi va proprio di fare confronti. Ascolto Beatrice Rana, il suo modo di toccare il pianoforte, la sua fusione con il tratto dell'autore. La sua autorevolezza, il suo volume sonoro. E mi domando tra venti anni cosa sarà capace di cavare dai segni neri sulle pagine bianche che conservano l'eredità musicale del nostro passato ? Registrazione possente che contribuisce a pieno a rendere giustizia ad un disco veemente, intenso, in una parola, bellissimo. Due parole in coda sull'arrangiamento di Guido Agosti dei tre movimenti dell'Uccello di Fuoco di Stravinsky. Risalgono al 1928 e fino a pochi anni fa dimenticate, sono pagine di puro pianismo impressionista con una tavolozza di colori che se si vuole è equivalente a quella dell'orchestra di ... Ravel. Nell'interpretazione di Beatrice Rana c'è il corretto equilibrio tra forza e delicatezza. Probabilmente più interessante anche per il pianista, rispetto alla trascrizione originale di Petrushka. foto (c) Simon Fowler
  15. Bach : Opere per organo Vol. 1 [Präludien & Fugen 536, 539, 541, 543, 545, 548, 550, 552; Choralpartita BWV 768; Pastorale BWV 590; Toccata & Fuge BWV 565; Choräle BWV 645-650, 654, 657 658 659-661, 699 704 711 714 715 717 722 729 730 731 738 740, 741 1112-1117-1120; Choräle BWV 639-644 (Orgelbüchlein); Kanonische Veränderungen BWV 749; Allabreve BWV 589; Triosonate BWV 528; Fugen BWV 575 577 579; Canzona BWV 588; Trio BWV 583; Fantasie & Fuge BWV 537;Concerti BWV 594 & 596; Fantasien BWV 570 572 573] Peter Kofler all'organo della chiesa di San Michele a Monaco di Baviera 5 CD Farao Classics 2019, formato 96/24 *** Bach all'organo non rappresenta semplicemente la tradizione musicale occidentale, ma oggi, di fronte ad un imbarbarimento globale, la conferma dello spirito della cristianità che ha creato e saldato insieme l'Europa, non importa la confessione di ciascuno. Accostarsi alla musica organistica, sia quella liturgica che quella più liberamente da "intrattenimento" del dopo messa, suscita lo stupore precipuo della musica barocca. Scopo primo ed ultimo di indirizzare l'ascoltatore nella contemplazione di qualche cosa di superiore. Anche quando non si è credenti. Peter Kofler, l'organista titolare della chiesa gesuitica di San Michele a Monaco, nella cattolica Baviera, al suo organo Riegler rappresenta a pieno tutto questo. Perdonatemi la retorica ma è stato un periodo di dischi veramente poco stimolanti e trovare questo cofanetto con sei ore sei di musica bachiana che nulla hanno da invidiare a Walcha o alla Alain è una boccata d'aria. L'organo è spettacolare senza essere eccessivo. Il tocco lieve senza eccesso di dramma o pathos. Come deve essere anche quando si suona la musica di un luterano in una chiesa cattolica romana. Ma soprattutto c'è il vero Bach. Quello che mette d'accordo tutti i credenti di ogni rito. Registrazione sensazionale (2017-2019). Applausi e consigliato senza riserve attendendo con tanta trepidazione i successivi volumi !
  16. Tra le interpretazioni "moderne" segnalo quella brillantissima e "cameristica" di Adam Fischer nella sua recente integrale Naxos (che vale la pena di conoscere a fondo ) :
  17. Disco dell'anno 2019 per Gramophone per noi era e resta del 2018 ...
  18. Puccini : lavori sinfonici My Journey Orchestra della Toscana Beatrice Venezi Warner 2019 *** Veicolo promozionale dedicato a consolidare il fenomeno di questi mesi, Beatrice Venezi, eletta come sponsor della musica "colta" presso chi non sa cosa sia. Giovanissima - classe '90 - lucchese come Giacomo Puccini, bella, elegante, raffinata, colta, dotata di grandissima comunicativa e presenza. Va sul palco con i tacchi e gli abiti a clessidra. Ha un gesto appariscente che sottolinea con una cascata di capelli biondi per cui Puccini stesso sarebbe stato pazzo. Vuole essere chiamata Direttore e non Direttrice (o Direttora ?). Dirige sia in Italia che all'estero. Non ne so altro e devo anche ammettere che sino a stamattina ne ignoravo l'esistenza (mi sono poi documentato quando ho ascoltato il disco). Cresciuta a pane e Puccini. Si vede chiaramente dall'impegno. E dalla scelta del repertorio. Ma mi fermerei qui. Nel senso che il suo primo disco - questo My Journey nel Puccini Sinfonico - di Puccini lambisce solo la superficie. Il prodotto è complessivamente di buon livello, ben diretto e ben eseguito. Contiene anche un brano inedito ricostruito per l'occasione (lo scherzo e trio per orchestra iniziale). Ma si ferma prima di soddisfare le oneste aspettative di un'ascoltatore abituato a commuoversi alle note di Puccini. Credo onestamente e sinceramente che a ventinove anni si possa appena cominciare "un viaggio", non si possa arrivare da nessun'altra parte. Bernstein ha esordito a 25 anni certo, ma era Bernstein e comunque si è fatto nei venti anni successivi per poi raggiungere l'apice verso i 70 anni. Beatrice, dai tempo al tempo, vai col tuo passo, non farti coinvolgere in inutili evangelizzazioni. Non si può obbligare nessuno ad interessarsi di buona musica. Come la senti tu, la devono sentire anche i potenziali ascoltatori. Altrimenti è inutile, dopo la moda passeggera, si tornerà ad altro. Se hai qualche cosa di originale e di tuo da dire, troverai sempre, me per primo, qualcuno ad ascoltarti. Alla prossima.
  19. Bach : Cantate per Soprano (BWV 202, 199, 152) Freiburger Barockorchester, Petra Mullejans Carolyn Sampson, soprano, Andreas Wolf, basso-baritono Harmonia Mundi 2017, formato CD *** Ovvero un viaggio diretto in Paradiso e ritorno. Per Bach deve essere stato un sogno soggiornare nella città di Weimar al servizio del suo Duca (1708-1717). E deve averlo poi pagato negli anni successivi scornandosi con i beceri e micragnosi bottegai della libera metropoli di Lipsia. Fatto sta che il Castello del Cielo deve essere stato sulla sommità della reggia Ducale, se possiamo giudicare da queste tre cantate riunite in questo magnifico disco Harmonia Mundi. Sono cantate di circostanza (matrimonio, celebrazioni) ed è la letizia che le accomuna. Come la voce radiante e gioiosa della splendida interprete che vi riporta alla gioia, quale che sia il vostro umore. Carolyn Sampson non mi abbaglia quando canta in italiano (Handel, ad esempio) ma qui in tedesco o in inglese è sensazionale. Chiara, limpida, con un fraseggio perfettamente definito. Duetta e cinguetta con i legni (memorabile con l'oboe sul finale della 202). la Freiburger Barockorchester è - ovviamente - la protagonista assoluta di questa selezione di cantate. Anche nella intimista BWV 152, dove duetta oltre che con i legni dell'orchestra, anche con il baritono (dalla voce chiarissima) Andrea Wolf. Passa al registro drammatico nella conclusiva BWV 199 Mein Herze schwimmt im Blut, mentre duetta con un oboe ispiratissimo. Ma il timbro complessivo resta celestiale. Quello che ci vuole per una delle più belle arie bachiane in assoluto "Tief gebückt und voller Reue" (il duetto qui avviene con il primo violino e poi a seguire con gli altri archi, praticamente in forma quartettistica). Grandioso il finale, un trionfo di dolcezza e di intonazione. Un disco bellissimo che non dovrebbe mancare in ogni discoteca barocca che si rispetti. Suono terso e limpido come da tradizione HM. Consigliato al 100%. Potessi incontrare nell'aldilà un angelo che canta così ...
  20. Bach, Concerti per Violino e orchestra BWV 1041, 1042, 1052R, 1053 Kati Debretzeni, violino English Baroque Soloists diretti da John Eliot Gardiner SDG 2019, formato 96/24 *** Disco in uscita a metà novembre 2019, offerto agli "amici" in anteprima, con uno sconto friends. Per sole £6,40 ci si porta a casa il Bach umano degli amici inglesi del complesso English Baroque Soloists, di cui John Eliot Gardiner è solo il socio fondatore ma di cui ogni componente ha ruolo paritario. Lo mostrano le foto lo mostrano i sorrisi durante le prove. Lo prova la loro musica. Se facciamo un confronto con l'edizione di inizio anno, degli "specialisti" tedeschi della Akademie fur Alte Musik Berlin guidati da Isabelle Faust che certo Bach lo masticano a colazione fin da bambini, lo stacco è netto sin dalla prima nota del celeberrimo 1052 finale. Ma ancora di più nel 1042, dove il tono soave e schietto, genuino di Kati Debretzeni si limita a portare la melodia sopra gli altri archi. I tempi sono tranquilli, senza forzare. Non è una maratona. Del resto la solista è il primo violino del complesso dal 2000. Tanti anni di frequentazione con tutte le Cantate di Bach e i Concerti Brandeburghesi (altra grande registrazione SDG) che non le hanno impedito di crearsi anche una solida fama di solista con altre compagini. Lo spirito è quello solito di Gardiner, il gusto di fare musica insieme. L'amore per Bach, non per l'apparire. Suono un pò secco, immagine costretta al centro (ma guardando il video si capisce il perchè). Il violino solista si perde un pò nel suono complessivo del tutti ma anche questo ci sta. Ultima nota, il concerto BWV 1053 qui viene eseguito nell'arrangiamento della stessa Kati Debretzeni, dall'originale per clavicembalo. Aggiungo le note scritte di pugno dalla solista e da Gardiner per ora non disponibili nel CD : A personal letter from Kati Debretzeni soloist and leader Recording this album of Bach violin concertos with John Eliot Gardiner and my colleagues and friends from the English Baroque Soloists was a special experience. I have spent the last 22 years playing Bach with John Eliot. On the one hand I ‘grew up’ (musically speaking) with the strong dance element in this music, and on the other, the Monteverdi Choir’s singing just behind me or around me. Alongside the two mainstream violin concertos (A Minor and E Major) I chose to record two ‘borrowed’ ones. The first is a reconstruction based on the popular D minor harpsichord concerto which might (or might not, depending on which eminent musicologist you believe) have started life as a violin concerto. The second one is my own arrangement of another harpsichord concerto, that in E major, in keeping with Bach’s own custom of arranging and re-arranging his own works. Both these concertos have counterparts in Bach’s cantatas, where he uses the very same musical material (with the organ instead of harpsichord shining through), but superimposes the most glorious choral textures above the concerto material, with poignant texts sung - a ready-made source of inspiration for playing them in their concerto form, and one I was intimately familiar with from my time in that unforgettable, unique experience, the Bach Cantata Pilgrimage. John Eliot was not willing to conduct the recording sessions at first - historically, the violinist (or harpsichordist) would have directed a Baroque orchestra in this repertoire. I ended up asking him to do so during the sessions, as I felt his presence and his fine-tuned ‘Bachian’ instincts gave a huge amount of extra energy for the orchestra to tap into, leaving me free to engage with them all with the greatest freedom. The many years of leading and playing Bach with him at the helm paid dividends galore - this meant speeds and characters were readily agreed upon, and I felt supported by him (both musically and personally) every inch of the way. Doing all this with the dedication, skill and support of all my long-time friends and colleagues within the EBS was an extra bonus - and a huge one at that. We danced and sang our way through 5 wonderful days last December, engaging close-up with this throughly life-enhancing music. I hope you enjoy the fruits of this labour of love. Kati Debretzeni --- Bach’s violin concertos reveal an ebullient sense of invention and rhythmic exuberance in their dance-based outer movements and a hushed intimacy in the sublime slow movements. It is rather as if one is overhearing a passionate conversation between friends. Yet to maintain the conversation’s flow the soloist needs not just to master the different technical demands of each concerto and to capture moods that range from the playful to the profound, but also to locate the spirit of each individual movement and, as a result, to touch your soul. To me that is exactly how it felt when we recorded these four miraculous concertos with Kati Debretzeni and members of the EBS last December - with everyone sharing a palpable delight in the music-making. John Eliot Gardiner
  21. Schumann : Myrthen Op. 25 Camilla Tilling, Christian Gerhaher, Gerold Huber Sony 2019 *** Credo che Myrthen sia uno dei momenti più alti della capacità compositiva del giovane Schumann. E qui gli interpreti - tutti - e la registrazione, gli rendono piena giustizia. E' musica vivace e per nulla crepuscolare. Consigliatissimo, per quanto io non sia amante (per nulla) del lieder.
  22. Felix e Fanny Mendelssohn : musica da camera per violoncello e pianoforte Johannes Moser e Alasdair Beatson Pentatone 2019, formato 96/24 *** I fratelli Mendelssohn avevano la stessa inclinazione musicale. Le consuetudini del tempo però sfavorivano la composizione per le giovani. Fu il caso, oltre che di Fanny, anche di Clara Wieck e di altre giovani donne in età Vittoriana. E' un peccato perchè Fanny aveva gusto e un equilibro musicale che apriva più a Brahms di quanto il fratello abbia mai potuto fare nella sua breve vita. Uniti a stretto filo, anche dopo il matrimonio di entrambi, dal primo all'ultimo giorno di vita (spirati, entrambi, per lo stesso male, a pochi mesi di distanza l'una dall'altro), lo erano anche nella scelte musicali. Questo bel disco intriso di puro primo romanticismo ne è la prova. E sebbene sia in larghissima parte fatto di musica di Felix (le due sonate, le variazioni concertanti, uno dei tanti lied senza parole), ci regala una meravigliosa interpretazione della Sonata-Fantasia in Sol Minore di Fanny che veramente sono sicuro sarà tanto piaciuta a Johannes Brahms se avrà avuto modo di ascoltarla, cosa di cui dubito. Di grandissimo respiro anche il Capriccio in La bemolle, più brillante ma sempre intensissimo. Condivido la scelta di chiusura del disco, l'Assai Tranquillo in Si minore di Felix, quasi un commiato dei due, nel loro stile pacato e sinceramente tenero che si chiude quasi in un respiro, un sussurro. Grande affiatamento dei due interpreti, cosa necessaria in questa musica, con pari peso dei due strumenti che rappresentano idealmente le due voci del cuore del musicista. Il violoncello, caldissimo è un Guarneri del 1694 mentre il pianoforte è un Erard 1839, scelta assolutamente felice, per il suono caldo e mai invadente che riesce esprimere, perfettamente immerso nell'epoca in cui sono state scritte queste pagine. La registrazione è altrettanto calda ed asseconda perfettamente lo stile della musica e il tono dei due strumenti. Grandissimo disco, nonostante il repertorio possa apparentemente sembrare poco attraente.
  23. Mozart : Concerti per pianoforte n. 12 e n. 13 Karin Kei Nagano, pianoforte Cecilia String Quartet Analekta 2014 *** Karin Kei Nagano è la figlia di Mari Kodama e di Kent Nagano. Nata in California si è formata qui in Europa dove ha vinto svariate competizioni. al debutto con il padre nel 2007 (a 9 anni) Il quartetto Cecilia è un gruppo canadese completamente al femminile In questo disco vengono affrontate due pagine tra le più brillanti del Mozart più in voga a Vienna. Il concerto n. 12 ha un struttura molto cameristica nel suo sviluppo e sostanzialmente lascia tutto al pianoforte lo svolgimento della parte principale. Che è brillante ma non esageratamente virtuosistico. Anche il n. 13 ben si presta a questo tipo di trasposizione perchè fa parte dello stesso trittico di concerti. All'ascolto il Quartetto sviluppa purtroppo una quantità di suono un pò flebile se rapportato al possente volume sonoro dello Steinway della Nagano. Probabilmente uno strumento di inizio '800 sarebbe stato meglio (cfr. ed. Northstar con le sorelle Kujiken e la Petite Band) Ma questo c'è nel disco e di questo dobbiamo parlare. Alla fine, apprezziamo la brillante interpretazione della pianista, che certo ha preso dalla madre il tocco ma ha di suo tanta dolcezza in più e che ci piacerebbe ascoltare con un'orchestra di dimensioni almeno mozartiane ( come nel caso dell'eccezionale edizione Brendel/Marriner/ASMF). Mentre il quartetto - che pure è ineccepibile - sembra suonare in fondo alla stanza, per conto suo. Il risultato forse sarebbe interessante dal vivo ma non in questa registrazione. Ed è un peccato. Però la ... parte di Mozart è talmente bella che si lascia ascoltare lo stesso questo ... strano quintetto.
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