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Eusebius

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  1. Prokofiev, sonate per pianoforte n.4, 7, 9. Alexander Melnikov, pianoforte. Hamonia Mundi 2019 *** Ritorna a Prokofiev l'imprevedibile ed eclettico pianista russo Alexander Melnikov. Dopo il primo disco, che comprendeva le sonate 2, 6, 8, questa seconda registrazione contiene tre sonate, le n. 4, 7, 9, molyo diverse tra loro per stile e periodo di composizione. Se la settima sonata è probabilmente una delle pagine più note per pianoforte di Prokofiev, le altre due sono decisamente meno conosciute. Nella quarta sonata (1917), piuttosto cupa e introspettiva, così come nella più serena e comunicativa nona sonata (1947), Melnikov è davvero superlativo nel restituirci emozioni, contrasti improssivi, cambi di colori e ritmi, con una sensibilità e una poesia poco comuni. Questa sua magistrale interpretazione della nona sonata è probabilmente una delle migliori in discografia. Mi ha lasciato invece piuttosto perplesso nella settima sonata (una delle tre sonate "di guerra"), affrontata da un lato con grande intensità, dall'altro con un'insolita e sorprendente prudenza. Se nella versione di Richter (che ne fu il primo esecutore, dopo averla imparata in soli quattro giorni) ci sembra di sentire i colpi dei cannoni e le bombe che esplodono, se nell'altra famosa interpretazione, quella di Pollini, siamo pervasi da una furiosa disperazione, sembra che qui Melnikov abbia meno successo nel trovare una propria visione interpretativa di questo lavoro, sicuramente più appariscente e virtuosistico rispetto alle altre due sonate del disco, più posate e reticenti. Il diabolico e difficilissimo ultimo movimento in 7/8 viene affrontato con insolita e disarmante lentezza, che rende priva di senso l'indicazione di "Precipitato" del compositore. Peccato, ma anche poco male, perché il disco è comunque da ricordare per le altre due sonate. Un altro passo fasso di questo disco, purtroppo, è la qualità della registrazione, realizzata nei celebri Teldex Studio di Berlino: nonostante la dinamica e i timbri del pianoforte siano ottimamente restituiti, l'immagine del pianoforte sembra quasi quella di un'orchestra, con gli alti tutti a sinistra, i medi in mezzo e i bassi tutti a destra. Una scelta davvero incomprensibile da parte di un etichetta di livello come Harmonia Mundi.
  2. In effetti questo è un gran bel disco. Grazie per la segnalazione. Continueremo a seguirla con attenzione.
  3. Bottesini: Gran Duo concertante Piazzolla: Le Grand Tango Rota: Divertimento concertante Ödön Rácz, contrabbasso. Noah Bendix-Balgley, violino. Franz Liszt Chamber Orchestra Speranza Scapucci, direttore. Deutsche Grammophon, 2019 *** Ammetiamolo, tra gli strumenti ad arco il contrabbasso è sicuramente quello più trascurato dai compositori, pur rivestendo un ruolo fondamentale all'interno dell'orchestra. Stupisce quindi vedere che DG pubblichi un disco interamente dedicato a musiche per contrabbasso. Qui è il virtuoso ungherese Ödön Rácz che si cimenta con alcune delle pagine più note (agli esperti!) composte per questo strumento: il Gran Duo Concertante di Bottesini e il il Divertimento Concertante di Nino Rota. Giovanni Bottesini (1821-1889) fu un celebre contrabbassista, compositore e direttore d'orchestra ottocentesco, noto come il "Paganini del contrabbasso". Fu autore di diverse composizioni per questo strumento, tra cui questo Gran Duo concertante, qui nella trascrizione per contrabbasso e violino dall'originale (meno nota) per due contrabbassi. Si tratta di un bel pezzo di bravura, assolutamente godibile. Ho trovato tuttavia più interessante la seconda parte del programma, con il Divertimento Concertante per contrabbasso e orchestra di Nino Rota (1911-1979). Notissimo e prolifico compositore di musica per film (realizzò 157 colonne sonore!), Rota ebbe anche una consistente produzione di musica classica tradizionale di stampo neoclassico. Questo Divertimento Concertante ha una storia particolare. Bisogna sapere che Rota insegnò a lungo al Conservatorio di Bari e ne fu direttore dal 1950 fino al 1977. Nella stanza sopra il suo ufficio dal 1967 si tenevano i corsi di contrabbasso tenuti dal grandissimo virtuoso Franco Petracchi, che gli commissionò un'opera per il suo strumento. Il Divertimento fu composto tra il 1967 e il 1969. Se il secondo movimento, " Marcia", riprende scherzosamente alcuni degli esercizi che Petracchi faceva fare ai suoi allievi e che il povero Rota era costretto a sentire tutti i giorni dal piano di sotto, il terzo movimento "Aria", fu in origine composto per la colonna sonora del film "Dottor Zivago", progetto che poi per varie ragioni fallì e fu affidato a Maurice Jarre, che ci vinse l'Oscar. Il Divertimento Concertante è un lavoro brillante, pieno di humour e di momenti vivaci, così come di momenti più riflessivi e malinconici, come nel terzo movimento. Ricorda spesso il Prokofiev più sereno e scherzoso. Ödön Rácz è un grande: suona il suo contrabbasso con una sensibilità difficilmente immaginabile e riesce a farlo cantare con la grazia e la dolcezza dei suoi fratelli più piccoli. In sintesi, un disco molto piacevole, che raccomando volentieri!
  4. È una gioia sentire Brahms suonato così, con slancio e ardore! Goerner è un gran bravo pianista e questo è un bellissimo disco!
  5. Rachmaninov: concerti per pianoforte e orchestra 1 e 3; Le campane Op.35 (trascr.Trifonov), Vocalise Op.34 (trascr.Trifonov) Daniil Trifonov, pianoforte, Philadelphia Orchestra, Yannick Nézet-Séguin DG 2019 *** Il pianista russo conclude il suo ciclo di concerti di Rachmaninov con la Philadelphia Orchestra e il direttore canadese Nézet-Seguin. Così come il disco precedente, anche questo fatica a convincerci pienamente. Trifonov è senza dubbio un pianista straordinario, ma queste interpretazioni stentano a prendere il volo. Molto bello invece l'arrangiamento delle Campane Op.35 dello stesso Trifonov. Dovrebbe essere solo un riempitivo in questo disco, ma a parere mio è diventato l'unico suo elemento di interesse.
  6. Robert Schumann, Myrthen Op.25. Christian Gerhaher, baritono, Camilla Tilling, soprano, Gerold Huber, pianoforte. Sony Classical, 2019 *** Christin Gerhaher e Gerold Huber riprendono l'integrale dei lieder di Robert Schumann cominciata un anno fa. Se il primo disco della raccolta (ne avevamo parlato qui) affiancava ai relativamente noti Kerner Lieder Op.35 dei brani decisamente meno conosciuti, questo secondo disco è interamente dedicato a uno dei cicli più popolari di Schumann, Mythen Op.25, composto nel 1840 quando, dopo anni di composizioni per pianoforte, il compositore tedesco si gettò improvvisamente nella scrittura di questi lieder, poi raccolti in quattro quaderni e offerti in dono a Clara alla vigilia del loro matrimonio. Il tono è di vibrante ardore giovanile, siamo ancora ben lontani dai tormenti delle raccolte successive, con qualche sorprendente eccezione, quale ad esempio l'incredibile e misterioso Aus den hebräischen Gesängen, che potrebbe essere stato composto diversi decenni dopo. I testi attingono da brani di 9 poeti diversi, che spaziano da Rückert a Goethe, da Byron a Heine, e non sembrano seguire un filo logico, come ad esempio in Dichterliebe, tuttavia Gerhaher nelle belle note che accompagnano il disco ci descrive come in realtà i quattro quaderni seguano una certa struttura formale. A Gerhaher si affianca in questo disco il soprano svedese Camilla Tilling. I due cantanti si dividono equamente i diversi lieder, con la voce chiara e brillante della Tilling che ben si accoppia al timbro caldo e ambrato di Gerhaher. Huber conferma di essere molto di più di un semplice accompagnatore attento e sensibile. Se il primo capitolo di questa integrale era, nella mia personalissima classifica, ai primi posti tra i dischi del 2018, questo secondo capitolo balza subito in vetta tra i migliori dischi del 2019. La musica è splendida, gli interpreti sono straordinari e perfettamente affiatati e la qualità della registrazione rende loro giustizia. Segnalo il breve saggio di Gerhaher nelle note di copertina, ahimè solo in inglese e tedesco. Camilla Tilling
  7. Straordinaria Beatrice Rana in questo disco! Bello il programma che accosta pagine di Ravel e Stravinsky, ma ancora più belle sono le interpretazioni, che rivelano un temperamento vivace e sanguigno, che sia nelle misteriose pagine dei Miroirs di Ravel o nella folgorante trascrizione di Agosti dell'uccello di fuoco di Stravinsky. Sono (quasi) tutte pagine di cui esistono versioni orchestrali, ma il pianoforte di Beatrice Rana è un orchestra in sé, capace di mille sfumature, timbri, colori, contrasti. Per me uno dei migliori dischi dell'anno. Da ascoltare e riascoltare.
  8. Che disco!!! Tempi sì non particolarmente veloci, ma quanta musicalità e quanta vitalità!
  9. Davvero un disco bellissimo, che si ascolta tutto d’un fiato! Non conoscevo Fanny Mendelsshon, devo dire che la Sonata-Fantasia e il Capriccio mi hanno colpito molto.
  10. Prokofiev, sonata per violino e pianoforte Op.80 (trascrizione per violino, percussioni e orchestra d'archi). Sebastian Bohren, violino, Andrei Pushkarev, percussioni, Georgisches Kammerochester Ingolstadt. Sony Classical, 2019. *** Curiosa, ma convincente e affascinante, questa trascrizione per violino, percussioni e orchestra d'archi della sonata per violino e pianoforte di Prokofiev. L'arrangiamento, ad opera dello stesso Andrei Pushkarev, percussionnista nella Kremerata Baltica di Gidon Kremer, mette ancora più in evidenza il carattere cupo di questa composizione. Lascia un po' perplessi la durata dell'album, poco più di 30 minuti.
  11. Domenico Scarlatti, Sonate Vol.6. Pierre Hantaï, clavicembalo. Mirare, 2019. *** Segnalo l'uscita del sesto volume delle sonate di Domenico Scarlatti con il bravo Pierre Hantaï al clavicembalo. Per gli appassionati del genere.
  12. Chopin, Impromptus, waltzes & mazurkas. Pavel Kolesnikov, pianoforte. Hyperion, 2019 *** Pavel Kolesnikov ritorna all'amato Chopin, con una selezione di improvvisi, valzer e mazurche e la Fantasia Op.49. Se da un lato colpisce ancora per la bella palette di timbri che riesce a estrarre dallo strumento e per l'affinità con questa musica, dall'altro sono rimasto sorpreso dai tempi piuttosto rilassati (soprattuto di valzer e mazurche). E' una questione di gusti personali, ma personalmente preferisco uno Chopin più energico. Rimane comunque un ottimo disco.
  13. Beethoven, le sonate per pianoforte. Igor Levit, pianoforte. Sony Classical 2013/2019 *** Ormai è chiaro che Igor Levit è un pianista a cui piace darsi degli obiettivi ambiziosi: esordio impressionante con le ultime sonate di Beethoven, poi tutte le partite di Bach, poi un triplo album con Goldberg, Diabelli e le bizzarre variazioni di Rzewski, lo scorso anno un personalissimo e densissimo concept album, di cui abbiamo parlato qui. Ora arriva addirittura l’integrale delle 32 sonate di Beethoven! Incisa tra la fine del 2017 e i primi mesi del 2019, recupera le sonate 28-32 dal suo disco di esordio del 2013. Ma al di là della sua passione per le sfide, quello che impressiona sempre di Levit è la solidità delle sue scelte interpretative. Questa integrale colpisce per la coerenza e per la linearità dello stile attraverso tutto il ciclo di sonate. Analizzando i tempi utilizzati (questione perennemente dibattuta), Levit segue chiaramente la tradizione di Schnabel, che privilegia tempi veloci e accentua i contrasti tra movimenti veloci e movimenti lenti. E’ un Beethoven vigoroso, energico e scattante. E’ una scelta netta, da tenere in considerazione sulla base delle proprie preferenze. C’è continuità anche nel modo in cui è stato “ripreso” il pianoforte dagli ingegneri del suono, nonostante le registrazioni si siano svolte in tre luoghi diversi in periodi diversi. Non è un pianoforte come solitamente siamo abituati ad ascoltare, con microfoni molto vicini e un suono pulito e analitico con separazione tra i vari registri e se vogliamo poco realistico, ma è un pianoforte come potremmo sentirlo in una sala da concerti, ampio, con i registri ben amalgamati tra loro, ma meno “radiografico”. E’ un fatto questo che condiziona di molto tutta l’esperienza di ascolto. Si può perdere qua e là qualche sfumatura o qualche dettaglio, ma probabilmente si guadagna in impatto emotivo. Personalmente ho sempre trovato che questo tipo di registrazioni mi facciano rivivere molto di più l’esperienza del concerto. Prime sonate (1795-1800) Già dalle prime sonate, spesso punto di debole di altre integrali, così rivolte alla tradizione classica di Haydn e Mozart, ma già cariche di idee nuove, si capisce che il Beethoven di Levit è già tutto proiettato verso il futuro. I tempi sono piuttosto rapidi, le dinamiche accese. Pur mantenendo uno sguardo riconoscente verso il passato, lo Sturm und Drang è già arrivato. Questo è messo sempre più in evidenza man mano che si passa dalle prime sonate Op.2 via via verso letture sempre più energiche delle 3 sonate Op.10, dell'Op 13 "Patetica", fino all'Op.22 che chiude il periodo delle prime sonate, ma che già precorre il gruppo delle sonate di mezzo. Sonate Centrali (1801-1814) Con il gruppo delle sonate cosiddette centrali si va nel cuore della produzione beethoveniana ed è qui che emergono le capacità introspettive di Levit, che riesce con facilità ad andare sotto la superficie a cogliere l'essenza di ogni sonata. E’ un Beethoven energico e grintoso che vola sui tasti, ma con profondi momenti di riflessione nei movimenti lenti. Sono tanti i momenti degni di nota: una “Marcia funebre” cupa e intensa, una “Pastorale” di rara sensibilità, una "Appassionata" da ricordare, assolutamente viscerale e spericolata; la "Waldstein" ha un avvio sprintosissimo e un finale pirotecnico. Se devo proprio trovare qualche punto negativo, sorprende qua e là (e anche nelle sonate del primo gruppo) una certa fretta nei movimenti finali e nelle battute conclusive, quasi che il pianista avesse fretta di chiudere lo strumento e andarsene. Ma se guardiamo a questo gruppo di sonate nel loro insieme, sono evidenti da un lato la sicurezza, davvero senza esitazioni, del pianista nelle proprie scelte interpretative, dall'altra anche la volontà di mettersi in gioco e di prendersi dei rischi, anche a scapito di quella perfezione tanto ricercata in studio di registrazione. In questo senso questa integrale, anche per come è stata registrata, riporta all'ascoltatore le emozioni che di solito si possono provare in un’esecuzione dal vivo. Pur essendo un musicista di grande personalità, non ho trovato in queste esecuzioni quel desiderio di stupire a tutti i costi che spesso caratterizza le interpretazioni di un repertorio così frequentato. C’è anzi un rispetto per la lettera, ma soprattutto per lo spirito di questa musica, che vorremmo vedere più spesso (Vedi ultimo disco di Pogorelich). Sebbene Levit non abbia adottato scelte eccessive o estreme (Pollini in alcune sonate è stato ben più radicale), certamente alcuni potranno desiderare un po' più di respiro o un approccio più misurato o più contemplativo. Ultime sonate (1816-1822) Le ultime 5 sonate di questa integrale sono riprese dallo splendido disco di esordio del 2013. L'approccio si fa più riflessivo, specie nei movimenti lenti eseguiti con grandissima intensità (Op.101, Op.106) ad evidenziare il contrasto coni movimenti veloci eseguiti con il consueto vigore (si ascolti il primo movimento della "Hammerklavier", così febbrile e concitato). La capacità di rendere con lucidità l'architettura dell'opera nella sua interezza, dote davvero rara, qui è assoluta, così come l'abilità nell'accompagnare chi ascolta in un viaggio nella musica. Riascoltando oggi l'Op.111, a distanza di qualche anno dalla sua uscita e con l'ascolto freschissimo di questa integrale, mi rendo maggiormente conto di qualche passaggio leggermente troppo lento per i miei gusti, ma stiamo davvero parlando di dettagli. Ormai non ci devono più stupire le capacità e la maturità interpretativa e intellettuale di questo pianista. Quest'ultima fatica di Levit ne è un'altra riprova. Pur non mancando le integrali di peso (da quelle storiche di Schnabel, Backhaus, Kempff, Gilels, purtroppo non completa, Arrau, poi quelle di Brendel, Pollini, Barenboim, Kovacevich, fino ai giorni d'oggi con quella di Biss, ormai quasi completata), questa nuova integrale, costruita con una visione sicura, lucida e coerente, è destinata a essere ricordata. E ora che ha archiviato in una manciata di anni le 32 sonate e le variazioni Diabelli, forse Levit si dedicherà ai 5 concerti?
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