Jump to content

Eusebius

Redattori
  • Content Count

    466
  • Joined

  • Last visited

  • Days Won

    12

Eusebius last won the day on March 15

Eusebius had the most liked content!

Community Reputation

16 Good

About Eusebius

  • Rank
    Advanced Member
  • Birthday 01/03/1975

Recent Profile Visitors

The recent visitors block is disabled and is not being shown to other users.

  1. Io trovo che il programma del disco sia ben congegnato e sicuramente molto pensato, così come è pensata ogni singola nota. Trovo come te che Olafsson sia un pianista strordinario, maturo, con una sua chiara visione interpretativa, che purtroppo non mi parla molto, ma poco male, ognuno ha i suoi gusti!
  2. Beethoven, sinfonia n.5 Op.67 MusicAeterna, Teodor Currentzis. Sony Classical, 2020 *** Una quinta di Beethoven feroce e brutale, totalmente spiazzante, come spesso succede con il direttore greco, che si diverte a spazzare via tutta la tradizione interpretativa post-romantica a sciabolate. A tratti assolutamente geniale, a tratti profondamente irritante, sempre originale. Da approfondire.
  3. Le Six et Satie. Musiche di Auric, Durey, Honegger, Milhaud, Poulenc, Tailleferre e Satie. Pascal e Ami Rogé, pianoforte. Onyx Classics 2020. *** Nel tripudio discografico di celebrazioni del 250 anniversario di Beethoven, un po’ di musica francese giunge come una boccata di aria fresca. E quale musica più anti-germanica potrebbe esserci se non quella del cosiddetto Gruppo dei Sei, musica nata alla fine della grande guerra, sulla spinta dell’antagonismo bellico e di sentimenti nazionalistici, in antitesi alla pesantezza teutonica di Wagner. I compositori in questione sono Darius Milhaud, Arthur Honegger, Francis Poulenc, Germaine Tailleferre, Georges Auric e Louis Durey che, sotto l’influsso di Satie e Cocteau, ebbero un momento di coesione intorno al 1920, quando un critico musicale creò per loro la definizione di “Gruppo dei Sei”, sulla scia del russo “Gruppo dei Cinque”. In realtà questa vicinanza fu effimera e ognuno di loro seguì poi la propria strada, com’è normale. Se il rifiuto della tradizione tedesca è evidente, il tentativo di scrollarsi di dosso l’impressionismo di Debussy fu solo apparente: evidenti sono i numerosi riferimenti allo stile del grande compositore francese, pur sotto un abito ormai molto diverso. E’ musica per lo più disimpegnata, spesso scherzosa e brillante, divertente da ascoltare, nazionalista sì, ma al tempo stesso aperta a tutte le influenze musicali che attraversarono Parigi in quegli anni. Ascoltandola oggi stupisce per la sua modernità e viene quasi da dire che questa musica è invecchiata molto meglio di quella di tanti compositori venuti dopo. Pascal Rogé, qui accompagnato dalla moglie Ami, è un pianista straordinario, sicuramente uno dei migliori nel rendere al meglio il repertorio francese (ricordo una bellissima integrale di Poulenc e tanti altri bei dischi). Negli ultimi anni ha inciso spesso in coppia con la moglie con ottimi risultati. Un disco che mi ha regalato degli autentici momenti di buonumore (cosa rara di questi tempi) e che mi sento di consigliare anche a chi ha poca familiarità con questo repertorio.
  4. Brani vari di Debussy et Rameau. Víkingur Ólafsson, piano. DG, 2020. *** Al suo terzo disco con DG il pianista islandese ci propone un raffinato programma che unisce con grande cura brani di Debussy e di Rameau. Il pianismo purissimo di Ólafsson dà il meglio di sé in un gioco di echi e rimandi tra i due compositori. Il risultato è assolutamente gradevole, anche se personalmente tendo a preferire il Rameau di Sokolov, un pelo più elettrico e frizzante.
  5. "The Diabelli Project", musiche di Beethoven e molti altri. Rudolf Buchbinder, pianoforte. DG, 2020. **** Veterano del circuito pianistico internazionale, Rudolf Buchbinder è un grandissimo esperto del repertorio classico viennese e tedesco e specialmente della musica di Beethoven. Nel corso degli anni ha inciso varie integrali delle sonate, dei concerti e indiscutibilmente ha un rapporto molto stretto con le celebri variazioni Diabelli. Conoscete probabilmente la storia di queste variazioni. Anton Diabelli, compositore, pianista e soprattutto editore (fu il primo editore di Schubert), nel 1819 ebbe questa trovata, che oggi definiremmo di marketing, di chiedere a diversi compositori dell’epoca di scrivere una variazione su un suo breve valzer (assai mediocre, in verità). Risposero tantissimi musicisti, la maggior parte dei quali oggi completamente dimenticati, ma tra di essi troviamo anche nomi noti come Schubert, Moscheles, Hummel, Czerny e un giovanissimo Liszt. Beethoven, inizialmente poco interessato alla proposta di Diabelli, cambiò ben presto idea e nell’arco di quattro anni compose un lavoro monumentale costituito da ben 33 variazioni sul tema originale di Diabelli. Fu una delle sue ultime composizioni per pianoforte e, insieme alle ultime 5 sonate, un vero e proprio lascito alle successive generazioni i pianisti e compositori. Il buon Diabelli decise di pubblicare in due volumi tutti i contributi ricevuti: il primo con le variazioni di 50 diversi compositori (tra i quali anche l’Arciduca Rodolfo, compositore dilettante) e il secondo con il lavoro di Beethoven. Poteva ben dirsi soddisfatto il nostro editore austriaco! Ma torniamo al nostro disco, intitolato “The Diabelli Project”, il progetto Diabelli. Buchbinder ritorna a incidere quest’opera monumentale dopo averla portata in concerto per diversi decenni, ma non si ferma qui. Il pianista austriaco fu anche il primo ad aver registrato tutto il primo libro di variazioni, quello ormai (giustamente) dimenticato contenente i lavori degli altri compositori. Per l’occasione ne riprende una manciata, otto per la precisione, che propone in chiusura di disco. Ma Buchbinder nel suo omaggio al progetto originario di Diabelli va oltre e prova a renderlo più attuale, chiedendo a 12 compositori contemporanei, di generazioni e provenienze diverse, di scrivere la loro variazione sul tema di Diabelli: Krzysztof Penderecki (*1933), Rodion Shchedrin (*1932), Brett Dean (*1961), Max Richter (*1966), Jörg Widmann (*1973), Toshio Hosokawa (*1955), Lera Auerbach (*1973), Brad Lubman (*1962), Philippe Manoury (*1952), Johannes Maria Staud (*1974), Tan Dun (*1957), Christian Jost (*1963). In questo disco ne ripropone undici (manca la variazione di Penderecki, per ragioni che ignoro). Chiaramente l’ascolto si divide in tre parti. Nella prima il pianista austriaco esegue le famose variazioni Diabelli di Beethoven, rivelandoci tutta la sua arte e la sua consumata esperienza con queste pagine, con le quali ha ormai un rapporto di intima affinità. L’ho trovata una grandissima esecuzione che mi ha fatto conoscere un Buchbinder diverso da quello che ricordavo. Nelle variazioni moderne, che occupano la parte centrale del disco, si riconoscono stili diversi e modi diversi di affrontare questo “compito”. Alcune mi sono piaciute, altre meno, ma ho certamente apprezzato l’idea di attualizzare l’intuizione di Diabelli e di mischiare tradizione e innovazione. L’ultima parte del disco con una manciata di variazioni dei contemporanei di Beethoven, riporta i lavori di Johann Nepomuk Hummel, Frédéric Kalkbrenner, Conradin Kreutzer, Franz Liszt, che nel 1819 aveva 8 anni, Ignaz Moscheles, Franz Xaver Wolfgang Mozart, figlio del più famoso genitore, Franz Schubert e Carl Czerny. Sono probabilmente i compositori più significativi tra i cinquanta del primo volume di variazioni, detto questo, oggi queste pagine sono poco più di una curiosità. In conclusione, non posso che raccomandarvi questo disco, che rappresenta fin qui una delle proposte più interessanti e originali nel 250° anniversario della nascita di Beethoven!
  6. Samuel Feinberg, sonate per pianoforte 1-6 Marc-André Hamelin, pianoforte Hyperion, 2020 *** Conosciamo bene il pianista canadese Marc-André Hamelin per essere un amante del repertorio pianistico meno frequentato. Qui è andato a riscoprire il compositore e pianista russo Samuel Feinberg (1890-1962), noto principalmente per essere stato il primo pianista a eseguire in concerto il clavicembalo ben temperato di Bach in Unione Sovietica. Compose 12 sonate per pianoforte, delle quali qui vengono proposte le prime sei. E' evidente il modello di Scriabin, ma Feinberg è un compositore con una sua personalità, come emerge chiaramente nella terza sonata. Hamelin ci mette tutta la sua arte interpretativa e molta passione. Un disco sicuramente molto interessante, non a caso premiato questo mese dalla prestigiosa rivista Gramophone.
  7. Beethoven, concerti per pianoforte n.2 e n.5 "Imperatore". Kristian Bezuidenhout, fortepiano; Freiburger Barockorchester, direttore Pablo Heras-Casado. Harmonia Mundi 2020 *** Devo ammettere che, al primo ascolto di questo disco, non ho seguito l’ordine delle tracce che prevederebbe prima il quinto e poi il secondo, ma sono passato direttamente al secondo concerto, uno dei miei preferiti. Non avevo particolari aspettative: stimo Bezuidenhout come un ottimo fortepianista, ma le sue incisioni dei concerti di Mozart sempre con Heras-Casado non mi avevano entusiasmato. E invece…BANG!!…sono stato letteralmente cappottato sul divano! La sensazione che ho provato è stata quella di ascoltare quel concerto per la prima volta, ma anche di essere trasportato nello spazio e nel tempo al momento della sua prima esecuzione. Non è solo l’effetto degli strumenti d’epoca (Bezuidenhout suona una replica del 1989 di un Graf del 1824), dei tempi vivaci, del piglio energico del solista e del direttore e dell’affiatamento che c’è tra i due, ma c’è dell’altro e precisamente una freschezza di approccio e una certa libertà che ricorda l’improvvisazione, come se questi pezzi fossero eseguiti per la prima volta. E’ come se Bezuidenhout e Heras-Casado si fossero dimenticati di due secoli di tradizione interpretativa, tale è la spontaneità con cui rivisitano queste pagine. E del resto lo stesso Beethoven, ci ricorda Bezuidenhout nelle note di copertina, alle prime esecuzioni dei suoi concerti lasciava molto spazio all’improvvisazione, non avendone ancora ultimato la partitura in ogni dettaglio, al punto da presentarsi con i fogli della parte per pianoforte appena abbozzati o spesso completamente bianchi! Sempre Bezuidenhout conferma le nostre sensazioni, dichiarando che l’approccio seguito nelle sedute di registrazione è stato proprio quello di combinare lo studio approfondito delle edizioni critiche moderne con una maniera di suonare rispettosa di quelle che erano le abitudini ai tempi di Beethoven, vale a dire di “usare il testo come una sorta di canovaccio o, se vogliamo, di trampolino”. Nel complesso ho trovato assolutamente entusiasmante il secondo concerto, mentre un po’ più tradizionale il quinto, ma non per questo meno interessante. In entrambi si percepisce in ogni momento una totale immedesimazione nello spirito di questa musica. Per le cadenze, nel secondo concerto Bezuidenhout ha rielaborato dei materiali scritti da Beethoven per la cadenza del primo concerto, mentre per il quinto concerto ha utilizzato una trascrizione della cadenza improvvisata da Robert Levin per la registrazione del 1999 con John Eliot Gardiner (Archiv). Praticamente irreprensibile la qualità della registrazione, come da standard Harmonia Mundi. Consigliatissimo!
  8. Quanti bei dischi da ascoltare e riascoltare! Non hai qualche consiglio da dare sulle sinfonie?
  9. Concordo nel definirla un'interpretazione ascetica, molto diversa da quella più calda e estroversa di Michel Dalberto (della quale si era parlato QUI). Sono contento che Lugansky, pianistica realmente straordinario capace di cose bellissime, sia tornato con un disco così intenso e personale, dopo averci dato la sensazione negli ultimi tempi di girare un po' a vuoto e di non allontanarsi mai dal suo repertorio di elezione (Rachmaninov).
  10. Tchaikovsky, Trio per pianoforte Op.50 TH 117 Babajanian, Trio in fa diesisi minore Schnitke, Tango (Arr.Sudbin) Vadim Gluzman, violino; Johannes Moser, violoncello; Yevgeny Sudbin, pianoforte. BIS, 2020 *** Ammettiamolo, Il Trio per pianoforte di Tchaikovsky, piatto forte di questo disco, è un’opera che speso risulta di difficile esecuzione, e spesso anche di difficile ascolto, per la sua lunghezza (48 minuti in questa edizione), per la sua particolare struttura bipartita, per il bilanciamento tra i tre strumenti e per il rischio di scivolare in una lettura eccessivamente enfatica e retorica. I tre interpreti di questo disco, gli ottimi Vadim Gluzman al violino, Johannes Moser al violoncello e Yevgeny Sudbin al pianoforte, riescono nel miracolo di restituirci tutta la poesia e lo slancio di questo Trio, convincendo nella maniera in cui riescono a tenere insieme i due movimenti, senza operare tagli (come fecero altri illustri predecessori) e raggiungendo un perfetto amalgama delle voci dei tre strumenti. Sudbin con il suo tocco leggero e articolato e una gamma timbrica incredibile, in cui si fondono alla perfezione lo Stradivari di Gluzman e il Guarnieri di Moser, riesce a dare coesione alla struttura così variegata, senza soffocare gli altri due strumenti con una partitura in effetti eccessivamente sbilanciata verso il pianoforte. Interessante e personale il secondo pezzo del disco, il Trio del compositore armeno Arno Babajanian del 1952. Ci sono echi di Shostakovich e Kachaturian, ma onestamente dopo il romanticismo di Tchaikovsky ho fatto fatica a passare a questa opera composta 70 anni dopo in un contesto molto diverso. Probabilmente altri accoppiamenti sarebbero stati migliori. Chiude il disco come una sorta di bis la trascrizione dello stesso Sudbin di un Tango di Schnitke composto nel 1974 per due violini, orchestra d’archi e clavicembalo. In sintesi un disco da avere per la magnifica interpretazione del Trio di Tchaikovsky, che nelle ultime settimane ho ascoltato e riascoltato innumerevoli volte. Ottimo il lavoro degli ingegneri del suono della BIS, che ci rendono un’immagine equilibrata e omogenea, con i tre strumenti sempre in rilievo.
  11. Chopin, Préludes Op.28,: Brahms, Intermezzo Op.117 n.1: Schumann, Tema e variazioni WoO 24 "Geistervariationen". Eric Lu, pianoforte. Warner, 2020. *** Il giovane pianista americano Eric Lu ha un approccio estremamente lirico e introspettivo ai Préludes di Chopin, riuscendo a far cantare ogni nota. Se il primo impatto può essere positivo, alla lunga i tempi piuttosto rilassati mi hanno suscitato un invincibile torpore, abituato come sono a uno Chopin decisamente più energico. Stessa chiave di lettura per il resto del programma, che prosegue con un inspiegabile intermezzo di Brahms (Op.117 n.1) e le cosiddette variazioni "fantasma" di Schumann, ultima opera per pianoforte composta prima della morte, così chiamate perché il compositore tedesco, ormai affetto da gravi disturbi mentali, disse che il tema gli era stato suggerito da voci di angeli.
  12. Eusebius

    HIFIMAN Sundara

    Devi andare nel menù di riproduzione e poi su opzioni DSP.
  13. Brahms, quartetto per archi op.67, quintetto per pianoforte op.34 Hagen quartett, Kirill Gerstein, pianoforte. Myrios Classics 2020 *** Curioso questo disco. Gli Hagen sono dei virtuosi straordinari che colpiscono per equilibrio, sonorità terse, precisione, attenzione ad ogni dettaglio della partitura e per una lettura profondamente meditata...tuttavia...è una lettura che mi pare eccessivamente controllata e tesa a imbrigliare le grandi passioni che questa pagine portano con sé. Lo slancio dell'Alban Berg o dell'Emerson o del Belcea nel terzo quartetto sono ben altra cosa. Anche nel quintetto la foga dell'Italiano con Pollini o anche del Belcea con Fellner sono un pallido ricordo. Peccato!
  14. Mozart, sonate per fortepiano e violino K.301, 305, 376, 378. Isabelle Faust, violino, Alexander Melnikov, fortepiano. Harmonia Mundi, 2020 *** E' questo il secondo volume dell'integrale delle sonate per fortepiano e violino di Mozart che i bravissimi Alexander Melnikov e Isabelle Faust stanno realizzando per Harmonia Mundi. Si sa che queste non sono tra le migliori composizioni del genio austriaco, tuttavia altri hanno, a mio avviso, fatto meglio di Faust e Melnikov, che ci restituiscono un Mozrt un po' spento e ingessato. Ben altra vitalità e slancio avevo ascoltato nell'integrale di Ibragimova e Tiberghien. Poco male, Isabelle Faust e Alexander Melnikov sono due artisti straordinari che sapranno farsi perdonare!
×
×
  • Create New...