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Eusebius

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  1. Mi è capitato di ascoltare negli stessi giorni due dischi dedicati a Schubert di due artisti molto diversi tra loro e così ho deciso di farli salire sul ring per una sfida all'ultima nota. Signore e signori, preparatevi a un incontro senza pari. Da un lato l'esuberante georgiana Khatia Buniatishvili, classe 1987, dall'altro lo schivo pianista tedesco Alexander Lonquich, classe 1960. Partiamo dalla veste grafica. Khatia si presenta come una novella Ophelia, vestita di bianco e semi-annegata in acque torbide: Se da un lato vien da pensare al celebre Lied "La morte e la fanciulla", visivamente questa immagine richiama la celebre Ophelia del pittore preraffaellita John Everett Millais: Passiamo alla copertina del disco di Lonquich, dove ci appare un primo piano del pianista con gli occhi chiusi, di tre quarti, in penombra, con uno sfondo nero: Per una strana associazione della mia mente stramba, a me questa immagine ha fatto venire in mente il Kurtz di Marlon Brando in Apocalypse Now di Coppola: Per fortuna, appena aperto il libretto Lonquich ci appare in un ritratto vagamente più rassicurante con gli occhi aperti: Dovendo scegliere tra le due, la mia preferenza va a Khatia, per aver avuto il coraggio di posare nell'acqua gelida pur di realizzare questa copertina Copertina: Khatia Vs Alexander 1-0. Passiamo ora ai programmi dei due dischi: Khatia Buniatishvili esegue di Franz Schubert: - Sonata per pianoforte N.21 D.960 - 4 Improvvisi Op.90, D.899 - Ständchen, trascrizione di Franz Liszt S. 560/7 dal Lied D.957/4 Alexander Lonquich invece esegue di Franz Schubert: - Sonata per pianoforte N.19 D.958 - Sonata per pianoforte N.20 D.959 - Sonata per pianoforte N.21 D.960 - 3 Klavierstucke D.946 Il disco si intitola 1828, anno in cui furono composte queste opere e anno in cui morì il giovane Franz. Decisamente più denso e impegnativo il programma presentato da Lonquich. Voto sul programma: Khatia Vs Alexander 0-1. Proseguiamo e andiamo a leggerci i libretti che accompagnano i due dischi. Cominciamo da quello della Buniatishvili. Al di là di altri due ritratti della giovane georgiana sempre immersa nelle stesse acque fredde e torbide della copertina, il libretto ci stupisce per un breve saggio della stessa pianista intitolato "Note di una femminista", dove ci parla del lato femminile, della vulnerabilità e della grande sensibilità di Schubert. Rimango un po' perplesso e rimango in ogni caso convinto che il femminismo sia una cosa ben diversa da quanto ci dice Khatia. Passo al libretto del disco di Lonquich, dove trovo un saggio anche in questo caso scritto dall'interprete stesso. Lonquich analizza le quattro opere in programma, fornendo spunti e rimandi molto interessanti. Davvero un'ottima lettura, che ci serve anche per capire le scelte interpretative. Anche per il libretto non c'è storia... Voto sul libretto: Khatia Vs Alexander 0-1. Passiamo ora alla parte più gustosa: il confronto tra le due interpretazioni. Le scelte dei due pianisti non potrebbero essere più diverse. In verità, ho trovato entrambi i dischi spiazzanti, ma per motivi opposti. La lettura della Buniatishvili, che come sappiamo mira a esaltare l'aspetto femminile di Schubert, tende a restituirci un'atmosfera ovattata di calma assoluta, in cui ogni asperità appare smussata, ogni contrasto appiattito. Il rischio che corre è che le "celestiali lunghezze" di Schubert (come le aveva definite Schumann), diventino dei languidi momenti di torpore. La sonata D.960 scivola via con dolcezza, senza troppi sussulti, se non fosse per alcune repentine accelerazioni e decelerazioni, che spesso non sembrano giustificate. Anche i quattro improvvisi op.90 non lasciano il segno e confermano l'impressione di un'interpretazione che, nonostante le intenzioni, non vada mai in profondità. Ho trovato anche la lettura di Lonquich piuttosto spiazzante e ammetto di aver ascoltato il disco più volte prima di ritrovarmici. Il suo è uno Schubert molto diverso da quello al quale siamo abituati. Diciamo innanzitutto che Lonquich sembra non voler fare molto per compiacere l'ascoltatore: Il timbro è spesso spigoloso e duro, dimentichiamoci il suono morbido e raffinato di un Brendel o addirittura di Zimerman e lo Schubert intimo e consolatorio che ci ha tramandato la tradizione. Al contrario di Khatia, i contrasti vengono portati all'estremo e ogni piccola asperità della partitura viene enfatizzata, restituendoci uno Schubert tormentato, in cui la tensione drammatica viene amplificata nota per nota, creando un collegamento evidente con l'ultimo Beethoven. Si percepisce che quella di Lonquich è una visione maturata a lungo nel corso degli e che questa interpretazione è il frutto di un'analisi e di uno studio che hanno scavato a fondo la partitura. Il risultato può essere più o meno persuasivo (personalmente ho apprezzato di più la 958 e la 960 del resto del programma) e soprattutto può convincere o meno l'ascoltatore, abituato ad ascoltare uno Schubert generalmente molto diverso da questo, ma comunque penso che meriti un grande rispetto. Dovendo scegliere tra le interpretazioni di Khatia e Alexander, anche qui non ho dubbi. La lettura di Lonquich, per quanto spiazzante e molto personale, lascia il segno e rimane impressa nella memoria. Quella di Khatia, non me ne voglia!, l'ho trovata acerba e superficiale. Voto sull'interpretazione: Khatia Vs Alexander 0-1. Un'ultima nota sulla qualità della registrazione dei due dischi. Il pianoforte della Buniatishvili mostra un'enfasi eccessiva sul registro medio-basso, che appare gonfio e riverberante, pur mantenendo una mano destra leggibile e chiara. Molto più omogeneo e limpido il suono del pianoforte di Lonquich, anche se un po' "asciutto", reso in ogni caso in maniera più realistica e convincente dagli ingegneri del suono dell'Alpha, che battono a sorpresa quelli di Sony. Voto sulla qualità della registrazione: Khatia Vs Alexander 0-1. Siamo arrivati alla fine della nostra sfida: Alexander Lonquich sconfigge senza troppa fatica Khatia Buniatishvili, con il punteggio finale di 4 a 1. Ci farebbe piacere vedere un pianista del calibro di Lonquich più presente sul mercato discografico e sicuramente ci fa piacere vedere che l'etichetta Alpha gli abbia permesso di realizzare questo disco. *** I due contendenti di questa sfida: Khatia Buniatishvili, Schubert. - Franz Schubert, Sonata per pianoforte N.21 D.960 - Franz Schubert, 4 Improvvisi Op.90, D.899 - Franz Schubert, Ständchen, trascrizione di Franz Liszt S. 560/7 dal Lied D.957/4 Sony Classical, 2019. _____ Alexander Lonquich, 1828. Franz Schubert: - Sonata per pianoforte N.19 D.958 - Sonata per pianoforte N.20 D.959 - Sonata per pianoforte N.21 D.960 - 3 Klavierstucke D.946 Alpha, 2018.
  2. Max, una mia curiosità: cos'è che ti attrae di questi Marshall?
  3. Questo è il tuo contributo per il centocinquantesimo anniversario della morte di Hector? Però la Sinfonia Fantastica è realmente fantastica!
  4. E' incredibile questa storia dei due fratelli che incidono le sinfonie di Mahler in parallelo! Chissà se tra di loro si parlano o se sono divisi da una lacerante rivalità? Onestamente le registrazioni di Ivan non le conosco, ma queste di Adam mi hanno stupito per l'autenticità e la naturalezza dell'interpretazione, lontana da eccessi, come dici tu, sguaiati.
  5. Oggetto simpatico. Ha un aspetto retrò molto caratteristico, che però non va bene per tutti i gusti. Di sistemi multiroom ce ne sono in giro diversi ormai, questo in effetti sembra ben realizzato e molto solido. Mi sembra di capire che c'è molta gente che si affida a sistemi di questo tipo per sentire la musica da smartphone e tablet.
  6. No, dai, banalotto no, semmai sono banalotte le sonate di Haydn al quale ha dedicato svariati dischi negli ultimi anni
  7. Robert Schumann Sonata per pianoforte No. 3 Op. 14 "Concerto senza orchestra" (Arr. V. Horowitz) Faschingsschwank aus Wien, Op. 26 3 Fantasiestucke, Op. 111 Gesänge der Frühe, op. 133 Jean-Efflam Bavouzet, pianoforte. Chandos 2019 *** Mi sono sorpreso nel vedere che il pianista francese Jean-Efflam Bavouzet ha dedicato il suo ultimo disco a Robert Schumann. Bavouzet si è reso celebre per le sue interpretazioni del repertorio francese: la sua integrale di Debussy è un riferimento assoluto, poi Ravel 3 Pierné. Ha completato in seguito dei cicli di registrazioni dedicati al repertorio pre-romantico, Haydn e Beethoven, e ha fatto qualche puntata nel repertorio novecentesco (Prokofiev, Bartok e Stravinsky), in ogni caso con interpretazioni sempre di grande rilievo. Stupisce quindi vederlo tuffarsi nel repertorio romantico che più romantico non si può. Il programma è molto particolare e originale: si parte da due lavori del primo Schumann, la Sonata Op.14, chiamata "Concerto senza orchestra" e il Faschingsschwank aus Wien, Op. 26, e si prosegue con due opere più tardive, i 3 Fantasiestucke, Op. 111 per concludere con i Gesänge der Frühe, op. 133. La Sonata Op.14 era stata composta nel 1834 e contava di 5 movimenti. Fu l'editore a persuadere il compositore a eliminare due movimenti (due Scherzo) e a darle il nome di Concerto senza orchestra. Quasi 20 anni dopo nel 1853 Schumann rimise mano alla partitura e introdusse nuovamente uno dei due Scherzo. Fu solo dopo la morte del compositore che questa composizione fu eseguita per la prima volta in pubblico da Johannes Brahms, nel 1862. E' un lavoro molto ambizioso che rappresenta bene la lotta di Schumann nell'affrontare il modello beethoveniano e l'ideale della cosiddetta forma sonata. Bavouzet ci racconta di aver conosciuto questa sonata, ancora oggi poco eseguita, da una registrazione di Horowitz della fine degli anni '70. Ebbe poi la fortuna di eseguirla davanti allo stesso Horowitz nel 1985 e discutere con lui di alcune scelte di riprendere alcuni passaggi del primo movimento dalla prima versione del 1834. E' questa stessa versione che viene eseguita in questo disco, come omaggio al grande pianista russo. Naturalmente l'affinità con Horowitz finisce qui. Bavouzet non ha l'approccio istrionico e un po' folle di Horowitz, la sua è un'interpretazione decisamente più cartesiana, di una grande chiarezza nel dipanare un linguaggio molto denso e nel rendere la struttura dell'opera. Grande precisione e un notevole senso ritmico, indispensabile in Schumann, ma anche poesia o forza quando occorrono. Segue il Faschingsschwank aus Wien che Bavouzet interpreta con uguale chiarezza, vivacità, energia e precisione. Qui non mancano i confronti, da Richter a Benedetti Michelangeli, da Perahia a Bunin, fino a Anderszewski in tempi più recenti. Qui se proprio dobbiamo muovere una critica al francese è quella di non osare un po' di più nel caratterizzare nei vari movimenti il mondo poetico di Schumann, fatto di slanci impetuosi e improvvise tenerezze. La seconda parte del programma vede due lavori dello Schumann più maturo. Prima i tre Fantasiestücke Op 111 caratterizzati molto bene nell'altalena emotiva dei tre movimenti. Chiudono i Gesänge der Frühe ("Canti dell'alba") una delle ultime opere per pianoforte composte da Schumann prima del tentato suicidio nelle gelide acque del Reno e di essere internato in manicomio. Si tratta di cinque brevi bravi, dal carattere intimo, a tratti solari, a tratti spettrali. Anche in questo caso è impeccabile l'interpretazione del francese, anche se tendo a preferire la lettura di Anderszewski (a mio avviso uno dei migliori interpreti di Schumann in circolazione) del 2010, molto più emozionante nel rendere il carattere visionario di questi pezzi. In conclusione, sicuramente un ottimo disco, che probabilmente vede il momento più alto nella terza sonata. Non che gli altri brani non siano all'altezza, anzi, e il pianista è abilissimo nel restituirci le particolarità del linguaggio pianistico di Schumann, ma la concorrenza è certamente molto forte. Bavouzet in ogni caso si conferma un bravissimo pianista, che vale sempre la pena ascoltare. Il libretto è ricco di informazioni sulle composizioni e include anche una nota molto interessante dello stesso Bavouzet. Molto buona la registrazione, con lo strumento, uno Yamaha CFX Concert Grand Piano, che appare ripreso a una certa distanza. Disponibile in 96/24.
  8. Béla Bartók, integrale dei quartetti per archi. Quatuor Diotima naïve 2019 *** La realizzazione dell'integrale dei sei quartetti del compositore ungherese Béla Bartók (1881-1945) è un'impresa artistica che merita sempre rispetto. In questo caso è il turno del quartetto Diotima, formazione francese molto nota soprattutto nell'interpretazione della musica moderna e contemporanea: il Diotima ha collaborato in passato con Boulez e con Lachenmann ed è dedicatario di diversi lavori per quartetto. Di certo non sono i primi a cimentarsi con i quartetti di Bartók. Mi vengono in mente diverse versioni di riferimento o importanti, come quelle del quartetto Vegh (1954 e 1972), del Julliard (1950 e 1963) e del Tokyio (1977), Emerson (1988), Takács (1998) e in tempi più recenti del Belcea (2008). Composti nell'arco di 30 anni, tra il 1909 e il 1939, questi quartetti sono testimoni dell'evoluzione dello stile compositivo di Bartók nel corso degli anni e sono indispensabili per comprendere a pieno la sua arte. Se il primo quartetto (1908-1909) si trova all'incrocio tra post-romanticismo tedesco e la scoperta di Debussy, il secondo (1916-1917) si avvicina all'espressionismo e evidenzia i prim risultati degli studi di Bartók sul canto popolare ungherese; Il terzo quartetto (1927) trae in qualche modo ispirazione dalla Suite Lirica di Alban Berg e rappresenta un passo avanti in termini compositivi, come delle tecniche e degli effetti impiegati: i cosiddetti col legno, sulla tastiera, glissando, pizzicato, martellato. Il quarto quartetto del 1928 spinge più avanti alcuni elementi già presenti nel precedente e trova una struttura particolare con cinque movimenti disposti in modo simmetrico e concentrico. Il quinto quartetto del 1934, che vede un riavvicinamento alla tonalità ed è strutturato ancora in forma concentrica, raggiunge vette di straordinaria perfezione artistica. L'ultimo quartetto del 1939, fu una delle ultime opere composte da Bartók prima di lasciare l'Europa per gli Stati Uniti e riflette il dramma personale del compositore, costretto a lasciare la sua terra in quegli anni bui. Anche qui la struttura è innovativa, con i quattro movimenti introdotti sempre da un Mesto. Inutile dire che il quartetto Diotima dimostra un magistrale dominio della partitura così ricca di difficoltà tecniche e interpretative. I quattro musicisti si dimostrano pienamente a proprio agio in questo percorso in cui si incrociano linguaggi, influenze e momenti storici diversissimi. Ho trovato la lettura del Diotima da un lato analitica e in grado di dipanare un linguaggio così denso e a tratti aspro in modo estremamente nitido, dall'altro incredibilmente intensa e avvincente. Non è scontato rendere accessibile una materia sonora così complessa e densa, a tratti cerebrale, sicuramente lontana anni luce dai modelli romantici e preromantici, ma anche, mi viene da pensare, dai quartetti praticamente coevi di Prokofiev. Va notato che la qualità della registrazione è impeccabile e rende giustizia alla bravura dei Diotima. Il suono è straordinariamente presente, arioso e terso, permettendo di sentire con grande chiarezza tutti gli effetti tecnici impiegati dai quattro musicisti.
  9. A grande richiesta, anche quest’anno abbiamo deciso di segnalare quei dischi usciti nel corso del 2018 che a nostro avviso meritano di essere ricordati. Pur non avendo le possibilità di recensire tutte le novità discografiche che escono sul mercato, ci siamo dedicati ad ascoltare, in modo sistematico e con sincera passione, gran parte dei dischi che ci capitavano a disposizione, con il preciso scopo di parlare dei migliori qui su Variazioni Goldberg. Non ci interessa assegnare il “Goldberg d’oro” e non ci sono premi in palio per i vincitori; ci preme piuttosto dare una personalissima indicazione ai nostri lettori, ma soprattutto condividere con loro il piacere che l’ascolto di questi dischi ci ha procurato. La redazione di Variazioni Goldberg Sinfonica Nell'accesa lotta per il primo posto tra due splendidi dischi dedicati a Mahler, la terza di Adam Fischer e la sesta di Teodor Currentzis, alla fine l'ha spuntata questa registrazione della seconda sinfonia dello svedese Stenhammar sotto la direzione di Christian Lindberg. A chi fosse sorpreso per questa scelta o non conoscesse Stenhammar (era il mio caso fino a qualche mese fa) non posso che consigliare questa magnifica e intensa interpretazione di Christian Lindberg (notissimo come trombonista, da qualche anno Lindberg si è dedicato anche alla direzione d'orchestra). QUI la nostra recensione. Merita una menzione il secondo classificato, Adam Fischer, che con le sue recenti incisioni delle sinfonie di Mahler sta realizzando un po' alla volta un'integrale destinata a lasciare il segno: Corale e Sacra Prosegue l'incisione delle cantate di Bach da parte del grande direttore belga Phillippe Herreweghe e del suo Collegium Vocale Gent. Qui affrontano tre cantate luterane composte in periodi diversi: la magnifica BWV4 "Christ lag in Todesbanden", la BWV79 "Gott der Herr ist Sonn und Schild" e la BWV80 "Ein feste Burg ist unser Gott". Herreweghe e la sua compagine le interpretano con limpidezza e raffinatezza magistrali. QUI la nostra recensione. Strumento solista e orchestra Bertran Chamayou è un pianista straordinario e ci trascina tra le pagine dei concerti di Saint-Saëns con un'eleganza e un brio senza pari. Notevole anche la selezione di pezzi per pianoforte solo che chiudono il disco. Rimane il rimpianto per la qualità della registrazione che non rende giustizia agli interpreti. QUI la nostra recensione. Pianoforte solo Alexander Melnikov con questo disco ha realizzato uno splendido e originale omaggio al pianoforte: brani di Schubert, Chopin, Liszt e Stravinsky suonati con quattro diversi strumenti: un Alois Graff, un Erard, un Bösendorfer e un moderno Steinway D-274 Concert Grand. Pur non essendo un acceso sostenitore della musica eseguita su strumenti d'epoca, devo ammettere che le composizioni di questo disco hanno acquisito un sapore tutto nuovo: merito dell'interprete, uno dei migliori della sua generazione, e dei magnifici strumenti che ha selezionato per questo disco. QUI la nostra recensione. Strumento solista Non c'è violoncellista che non abbia in repertorio le Suite di Bach. Yo-Yo Ma le ha incise ben tre volte, la prima volta addirittura 35 anni fa. Si sente che questa musica ormai fa parte integrante di lui, è stata completamente assimilata, elaborata e maturata nel corso degli anni. Ora scorre con una naturalezza e una vitalità che tolgono il fiato. Per un po' di tempo ancora non prenderò in considerazione versioni alternative! QUI la nostra recensione. Cameristica Nel corso del 2018 l'etichetta francese Harmonia Mundi ha presentato una serie di dischi, tutti di livello molto alto, in cui agli artisti della propria scuderia aveva chiesto di interpretare pagine di Debussy, in occasione del centenario della sua morte. Tra i diversi dischi di questa serie questo certamente merita di essere ricordato: contiene le tre sonate da camera ed alcuni brani per pianoforte, tutti composizioni realizzate durante la prima guerra mondiale. Notevole l'interpretazione della Faust e di Melnikov della sonata per violino e quella di Tamestit, de Maistre e Mosnier della bellissima sonata per flauto, viola e arpa. Se ne era parlato QUI. Vocale Il grande liederista tedesco Christian Gerhaher, accompagnato dal fido Gerold Huber, ci informa che ha intrapreso la registrazione integrale dei lieder di Schumann e ci consegna questo bel disco che raccoglie pagine note (i Kerner-Lieder Op.35) ad altre molto meno note. Gerhaher ci prende per mano e ci accompagna in un lungo viaggio nel cuore del romanticismo letterario e musicale tedesco. QUI la nostra recensione. Barocco Il repertorio delle Cantate Italiane, composte dal giovane Handel nel corso del suo soggiorno italiano, è piuttosto frequentato dagli specialisti del repertorio barocco. Per questo disco Emmanuelle Haïm si affida al soprano Sabine Devieilhe e al mezzosoprano Lea Desandre nell'interpretazione di Aminta e Fillide (per soprano e mezzo), dell'Armida abbandonata (per soprano) e de La Lucrezia (per mezzo). Un disco davvero gustoso, perdonatemi l'espressione, che si ascolta che è un piacere: la musica è magnifica, la Haïm dirige il Concert d'Astrée in modo vivace e appassionato, le due cantanti svettano per bravura. QUI la nostra recensione. Recital L'effervescente violinista moldava Patricia Kopatchinskaja ha il merito di riuscire a ricreare in disco l'atmosfera e la vivacità dell'esibizione dal vivo. Qui è accompagnata dalla russa Polina Leschenko, che le tiene testa in maniera elettrizzante. Il programma è vario: si comincia con la sonata di Poulenc, si passa alla trascrizione di Dohnanyi del walzer di Coppelia di Delius, si prosegue con la seconda sonata di Bartòk e si chiude con un'infuocata intepretazione della Tzigane di Ravel. Questo è un disco che cattura l'ascoltatore alla prima battuta e non lo molla più fino all'ultima nota! QUI la nostra recensione. Proposte originali Gran bel lavoro quello di Carlo Ipata che recupera delle arie d'opera del misconosciuto compositore barocco Francesco Gasparini (che di opere ne compose ben 61!) e le affida alla splendida Roberta Invernizzi. Un disco grandioso che raccomandiamo caldamente! QUI la nostra recensione. Il pianista tedesco Igor Levit ci lascia ancora una volta a bocca aperta con un disco molto originale, che spazia da Brahms a Bill Evans, passando per Liszt, Busoni e Rzewski. Il programma è molto vario e ricco di trascrizioni e omaggi tra compositori: è la bravura e la profondità interpretativa di Levit a renderlo coeso e convincente, creando ulteriori legami anche dove a prima vista non sembrerebbero esserci. Un disco denso e intenso. QUI la nostra recensione.
  10. Segnalo questa intervista a Ottensamer sul sito di Prestomusic: https://www.prestomusic.com/classical/articles/2520--interview-andreas-ottensamer-on-blue-hour
  11. Eh, sì, anch'io mi sono chiesto cosa c'entrino i due pezzi di Weber, che coprono gran parte del programma, in un disco al quale hanno voluto dare il titolo di "blue hour". Detto questo, si ascolta con gran piacere dall'inizio alla fine e gli interpreti sono straordinari
  12. Chopin, Nocturnes. Kun-Woo Paik, pianoforte. Deutsche Grammophon 2019 *** Non conoscevo il pianista coreano Jun-Woo Paik prima di ascoltare questa sua integrale dei Notturni di Chopin. Avrei onestamente preferito continuare a non conoscerlo. Kun-Woo Paik interpreta tutti i brani al rallenty, 1 o addirittura 2 minuti più lento in ogni pezzo di qualsiasi altra versione, ignorando qualsiasi tradizione interpretativa, per non parlare delle indicazioni metronomiche dello stesso Chopin, per quanto controverse. Dai Nocturnes qui siamo scivolati direttamente nel campo delle ninna nanne. Buona notte...
  13. Robert Schumann: - Sechs Gesänge, Op. 107 - Romanzen und Balladen, Vol. II, Op. 49 - Drei Gesänge, Op. 83 - Zwölf Gedichte, Op. 35 - Vier Gesänge, Op. 142 Christian Gerhaher, baritono. Gerold Huber, pianoforte. Sony 2018 *** Schumann fu senza dubbio il maggiore autore di Lieder dopo Schubert e fu con lui che il Romanticismo in letteratura e in musica trovarono il più alto punto di incontro. Non può che far piacere, quindi, apprendere che il bravissimo liederista tedesco Christian Gerhaher abbia intrapreso l'incisione dell'integrale del corpus dei lieder di Schumann, che dovrebbe arrivare a termine nel 2020. Intorno ai Kerner-Lieder Op.35, terzo ciclo per importanza dopo i Dichterliebe Op.48 e i Liederkreiss Op.39, che occupano la parte più cospicua del programma, Gerhaher ha posto delle raccolte decisamente meno note, ma non per questo meno interessanti: Op.107, Op.49, Op.83 e i Vier Gesänge Op.142 che contengono 2 brani che erano destinati ai Dichterliebe. Nel testo che accompagna il disco (e finalmente un libretto fatto come si deve!) lo stesso Gerhaher ci spiega che considera queste opere non come delle semplici raccolte di brani, ma come elementi di un più ampio disegno che va formare una vera e propria "drammaturgia lirica". La voce di Gerhaher è incredibilmente bella, calda, ricca di sfumature. Noto solo una lieve durezza nell'estremo del registro acuto, ma il baritono tedesco arrivato alla soglia dei 50 anni, ha classe, tecnica e mestiere da vendere. Gerold Huber, suo partner di lunga data, lo accompagna al pianoforte con grande sensibilità e attenzione, rivelando un'alchimia poco comune. Per il tipo di repertorio, che amo moltissimo, e per la naturalezza e la profondità dell'interpretazione, questo disco è uno dei miei preferiti tra quelli usciti nel 2018. Una vera e propria sorpresa, in un ambito, quello dei lieder, che ultimamente mi è parso un po' sterile. Da ascoltare e riascoltare! Per maggiori informazioni sulle opere contenute in questo disco, vi rimando all'ottimo testo di Gerhaher contenuto nel libretto (in tedesco o inglese).
  14. Molto interessante! Non conoscevo questo "Segreto di Susanna" e lo ascolterò sicuramente. Mi vien da dire che anche Pulcinella di Stravinsky era ancora lontana.
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