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Eusebius

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  1. Beethoven, concerti per pianoforte e orchestra. Academy of St. Martin-in-the-Fields. Jan Lisiecki, pianoforte. DG 2019 *** Chiamato a sostituire in corsa il grandissimo Murray Perahia, che aveva dato forfait per ragioni di salute, il giovane (24 anni) pianista canadese non si è fatto prendere dallo spavento e si è ritrovato a suonare nientemeno che i 5 concerti per pianoforte di Beethoven dirigendo al tempo stesso l’Academy of St. Martin-in-the-Fields in tre serate alla Konzerthaus di Berlino. Roba da far tremare i polsi a pianisti più esperti, ma Jan si è fatto trovare pronto e ha svolto il suo compito con chirurgica precisione. Peccato che a tanto coraggio, non sia corrisposta altrettanta passione. Sempre pulito e impeccabile il nostro Lisiecki, ma, come già altre volte, non scalda i cuori (o per lo meno quelli della redazione di Variazioni Goldberg). Qui manca il nerbo e lo slancio delle migliori interpretazioni. Paradossalmente la compagine orchestrale, diretta dallo stesso Lisiecki, ma verosimilmente preparata da Tomo Keller, primo violino e “leader”, sembra invece avere assai più carattere del pianista, che ad ogni ingresso del pianoforte smonta in poche note tutto il pathos creato dall’orchestra. Sorprende ancora una volta che Deutsche Grammophon, il cui marketing ha creato il fenomeno Lisiecki dal nulla, abbia deciso di pubblicare questi concerti, pur avendo nel proprio catalogo diverse altre interpretazioni di ben altra caratura. Se siete alla ricerca di una integrale dei concerti per pianoforte di Beethoven pulita, ma sbiadita, forse questa potrebbe far per voi. Se volete provare qualche emozione in più, ci sono tante altre edizioni migliori di questa.
  2. Beethoven, sonate per pianoforte Opp.109, 110 e 111. Steven Osborne, pianoforte. Hyperion, 2019. *** Steven Osborne ritorna alle ultime sonate di Beethoven, dopo il bel disco del 2016 in cui ci regalava una viscerale interpretazione dell’Hammerklavier. Qui troviamo le celeberrime ultime tre sonate (Opp.109, 110 e 111), cavallo di battaglia di tanti grandissimi pianisti. Lo scozzese è un ottimo musicista, con alle spalle una solida e invidiabile discografia, ma in questo disco penso che raggiunga uno dei punti più alti della sua carriera. E’ sorprendente la sua capacità di ridare vita alla partitura. Lo fa con naturalezza, energia, freschezza, intensità, attenzione al dettaglio e visione d’insieme allo stesso tempo. Si potrebbero fare mille confronti con i grandi del passato, così come con le interpretazioni più recenti. Mi vengono in mente tra queste ultime quelle di Igor Levit, Jean-Efflam Bavouzet e Jonathan Bliss, non mancano certo le versioni di riferimento e tante registrazioni memorabili, ma questo disco ha davvero quel qualcosa di magico che caratterizza il raggiungimento di una maturità artistica e di uno stato di grazia, che per nostra fortuna è stato impresso su disco. Forse è l'Op.110 il momento più alto di questo disco, senza nulla togliere alla 109 e alla 111. Ogni sonata è in ogni caso perfettamente caratterizzata e distinta dalle altre. Sono letture che amano esaltare i contrasti tra i momenti di grande delicatezza e profondità e quelli invece più violenti e esplosivi, riuscendo comunque a mantenere l'equilibrio tra gli estremi. Gli ingegneri del suono di Hyperion rendono fortunatamente onore alle qualità del pianista e dello strumento. E' un disco che ho ascoltato e riascoltato più volte negli ultimi mesi e mi sono ormai convinto che Steven Osborne ci abbia offerto una registrazione straordinaria, probabilmente una delle sue più riuscite, che si va ad aggiungere alle migliori dell'imponente catalogo delle ultime sonate del genio di Bonn. Consigliatissimo.
  3. Anch'io ho avuto l'impressione di esecuzioni buone, perché loro sono due ottimi artisti, ma suonate con il freno a mano tirato. Peccato.
  4. Mendelssohn, Lieder ohne Worte (selezione). Grieg, Pezzi lirici (selezione) Denis Kozhukhin, pianoforte. Pentatone 2019 *** Vincitore del concorso Queen Elisabeth nel 2010, il pianista russo Denis Kozhukhin suona una bella selezione dei Lieder senza parole di Mendelssohn e dei Pezzi lirici di Grieg. E' un repertorio che può piacere o meno, quello che è fuori discussione è la magia (!!) del suono di Kozhukhin e la creatività con la quale rilegge queste pagine. Consigliatissimo.
  5. Non ne avevo dubbi 🤣🤣🤣 Mi aspettavo questo tuo commento!
  6. Sándor Veress, Trio per archi. Bela Bartók, Quintetto per pianoforte. Vilde Frang (violino), Barnabás Kelemen (violino), Lawrence Power (viola), Nicolas Altstaedt (violoncello), Alexander Lonquich (pianoforte). Alpha, 2019 *** E' sempre bello quando il caso ci fa fare scoperte interessanti! Ho ascoltato questo disco più che altro spinto dalla curiosità per il quintetto di Bartók e sono invece rimasto folgorato dal Trio per archi di Sándor Veress, compositore ungherese poco conosciuto, che probabilmente meriterebbe maggiore attenzione. Veress fu allievo di Bartók e Kodaly all'Accademia di Budapest e sostituì quest'ultimo alla cattedra di composizione fino al 1949 anno in cui preferì trasferirsi a Berna, per sottrarsi alle imposizioni del regime comunista, dove insegnò composizione e visse fino alla morte, avvenuta nel 1992. Tra i suoi allievi vi furono György Ligeti e György Kurtág, ma anche il celebre oboista e poi direttore d'orchestra Heinz Holliger, che si è fatto promotore delle composizioni di Veress. Davvero bello e intenso il Trio per archi, in cui Vilde Frang, Lawrence Power e Nicolas Altstaedt si tuffano con straordinaria partecipazione e bravura. E' una composizione del 1954 in due movimenti, ricca di contrasti e momenti sorprendenti. Mi ha appassionato di meno il quintetto per pianoforte di Bartók. Si tratta di una composizione giovanile (1903-1904, Bartok aveva 22-23 anni) che viene eseguita di rado, ma non per questo non interessante. E' un lavoro denso, appassionato, di chiara ispirazione romantica e con forti echi brahmsiani. Si ascolta molto volentieri. La mia perplessità è legata solo al fatto che non ha proprio niente a che vedere con il Bartok che conosciamo. Se fosse stato il lavoro di un altro compositore, probabilmente lo avrei apprezzato di più, sapendo invece che l'autore è Bela Bartók, mi viene invece da considerarlo per quello che è: un lavoro giovanile, bello, per carità!, ma anacronistico e avulso dal corpus delle composizioni per le quali l'ungherese è entrato nella storia della Musica. Ad ogni modo questo disco, realizzato in collaborazione con il Festival internazionale di musica da camera di Lockenhaus, ha il grosso merito di proporci due autentiche rarità, eseguite alla perfezione da un gruppo di ottimi artisti. E mi ha lasciato con la voglia, che appagherò al più presto, di andare ad ascoltare altre composizioni di Veress!
  7. Franz Schubert, Winterreise D.911. Ian Bostridge, tenore, Thomas Adés, pianoforte. Pentatone 2019 *** Il tenore inglese Ian Bostridge è molto legato al Winterreise, il famoso e magnifico ciclo di lieder di Franz Schubert. E’ l’opera con la quale debuttò nel 1993, l’aveva incisa nel 1997 per un documentario e l’aveva già portata su disco nel 2004 con Leif Ove Andsnes, in un’ottima interpretazione. Bostridge con Andsnes. Bostridge è un cantante con un timbro e uno stile così particolari, che solitamente il pubblico si divide tra fervidi ammiratori e inaciditi detrattori. Non essendo né l’uno, né l’altro, mi sono approcciato a questo disco, senza particolari pregiudizi, con solo un lontano ricordo della sua precedente incisione con Andsnes e natualmente la conoscenza di tante altre versioni, comprese quelle relativamente recenti di Goerne (con un grande Eschenbach al pianoforte) e Kaufmann. Al pianoforte troviamo Thomas Adés, compositore inglese tra i più famosi e eseguiti in questi anni, che già aveva collaborato con Bostridge in lavori propri. Insieme hanno eseguito Winterreise durante una serie di concerti in Europa e negli Stati Uniti e questo disco è la registrazione dal vivo di una serata alla Wigmore Hall di Londra a Settembre del 2018. Bostridge con Adés in concerto. La voce di Bostridge è così peculiare che il primo ascolto può essere sorprendente o sconcertante. Non stupisce certo per il bel timbro e, come dicevo sopra, la reazione può essere di amore o odio. Quello che però rende questo disco a mio avviso straordinario è l’assoluta autenticità della sua interpretazione. Bostridge si è calato nel ruolo e lo abita “dal di dentro” con una naturalezza e una ricchezza di accenti che mette i brividi. Probabilmente, trattandosi di una registrazione dal vivo, anche questo ha contribuito al pathos della sua lettura, insieme a certe libertà espressive che in studio di registrazione difficilmente si prendono. Thomas Adés si rivela un partner di prim’ordine, non tecnicamente sopraffino come un Andsnes o un Eschebanch, ma assolutamente efficace nella resa musicale. Adés sceglie uno stile più equilibrato e rassicurante che mette in risalto proprio la tormentata espressività di Bostridge. Tante le differenze con la registrazione con Andses nel 2004, com’è normale che sia. Su tutte segnalo l’insolita lentezza di Die Krähe, probabilmente due volte più lento di qualsiasi altra edizione, che acquista così un carattere del tutto nuovo, tra il misterioso e lo spettrale. In conclusione, questo è un disco che per me è stata una vera e propria rivelazione e che, per la potenza della narrazione più che per la bellezza del canto, merita di stare al fianco delle migliori letture del Winterreise. Ottima la qualità della registrazione, con gli ingegneri della Pentatone che riescono a metterci di fronte agli interpreti, senza farci percepire la presenza del pubblico.
  8. Eusebius

    HIFIMAN Sundara

    So per esperienza che le Sundara hanno un cablaggio insolito, per cui corri il rischio che non funzionino. Nel caso, come dici tu, puoi restituire il prodotto.
  9. Beethoven, sonate per pianoforte Op.54 e Op.78. Rachmaninov, sonata per pianoforte N.2 Op.36. Ivo Pogorelich, pianoforte. Sony Classical, 2019 *** Un disco di Pogorelich dopo più di 20 dall’ultimo? Pubblicato da Sony Classical?? Caspita, deve essere una roba seria, mi sono detto. Il ritorno in grande stile di Pogorelich, controverso pianista croato, molto famoso a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, conosciuto per i suoi atteggiamenti anticonformisti e per le sue interpretazioni a cavallo tra il geniale, l’eccentrico e il provocatorio, poi progressivamente scomparso dalla scena discografica e dai circuiti concertistici più importanti. Ebbene cos’avrà di nuovo da dirci oggi Ivo Pogorelich, arrivato ai 60 anni? Il programma del disco è piuttosto inconsueto e accosta due deliziose sonate di Beethoven, Op.54 e Op.78 alla poderosa seconda sonata di Rachmaninov nella prima versione del 1913. L’ascolto, ahimè, è stato sconcertante, per non dire decisamente irritante. Dinamica, tempi, ritmo, tutti strapazzati, dall'inizio alla fine, senza pietà. A volte si fa addirittura fatica a riconoscere la musica o a seguire la linea melodica. E attenzione che qui non stiamo disquisendo di dove sia il punto di equilibrio tra il rispetto della pagina scritta e la libertà dell’interprete, qui siamo ben oltre: qui siamo alla totale mancanza di rispetto per l’ascoltatore (per non parlare del compositore) da parte di un artista evidentemente sopraffatto da un ego ingombrante e non più affiancato dal genio di un tempo, quasi volesse dirci “eccomi sono ancora il grande Pogorelich, anticonformista per contratto, posso permettermi quello che voglio!”. Non è certo il croato l’unico artista per così dire eccentrico in circolazione. Prendiamo ad esempio la violinista Patricia Kopatchinskaja, conosciuta per le sue interpretazioni fuori dai canoni. Quando la ascoltiamo suonare, al di là della sua prorompente individualità, percepiamo passione, vitalità, un amore sconfinato per la musica che sta suonando, sentiamo che Patricia ci sta comunicando qualcosa. Tutte cose, invece, tristemente assenti da questo ultimo disco del pianista croato. Ma sono certo che come un tempo Pogorelich divideva i pareri di chi l’ascoltava, così anche oggi ci sarà chi griderà con entusiasmo al ritorno del genio croato. Per me invece è semplicemente un peccato vedere tanto talento gettato alle ortiche, ma me ne faccio una ragione, metto il disco da parte e guardo altrove. Per fortuna nella discografia non mancano interpretazioni straordinarie di queste composizioni e nel panorama pianistico attuale non mancano artisti seri, di grande talento e che abbiano qualcosa da dirci. Una nota sulla qualità dell’incisione, assolutamente lontana dagli standard molto elevati ai quali l’etichetta giapponese ci ha abituato. Insomma, un disco da dimenticare velocemente
  10. Felix Mendelssohn: Capriccio, Op.5 3 Fantasie, Op.16 2 Klavierstücke, WoO 19 6 Kinderstücke, Op. 72 Rondò capriccioso, Op.14 Variazioni, Op.82 Fantasia, Op.28 Doomin Kim, pianoforte Warner Classics 2019 *** Sempre arduo ridare vita alle page pianistiche di Mendelssohn. Non riesce nel compito il pur talentuosissimo pianista coreano Doomin Kim (giovanissimo, ha solo 16 anni), qui al suo disco di debutto per Warner. Tutto ottimamente eseguito, per carità, ma l'ascolto si rivela presto faticoso. Lo aspettiamo al prossimo disco, sono certo che Warner gli darà altre possibilità.
  11. Ivan Ilić plays Haydn Sinfonie n.92, 75, 44 trascritte per pianoforte da Carl David Stegmann Ivan Ilić, pianoforte Chandos 2019 *** Curioso questo disco del pianista serbo-americano Ivan Ilić, che è venuto casualmente in possesso delle trascrizioni per pianoforte di alcune sinfonie di Haydn ad opera di un poco conosciuto musicista (tenore, tastierista, direttore, compositore) tedesco, Carl David Stegmann (1751-1826). Nel complesso il risultato è molto godibile, pur nei limiti che questo genere di trascrizioni può rappresentare.
  12. L'Album des Six - Music by French Avant-Garde Composers of Early 20th Century. Musiche di Durey, Auric, Honegger, Milhaud, Poulenc et Tailleferre. Corinna Simon, pianoforte. RCA 2019 *** L'idea di chiamarli "Gruppo dei sei" fu di un critico francese, ma in realtà questi sei compositori francesi, pur se uniti da grande amicizia, non ebbero un'estetica musicale e un programma comune se non per una manciata di anni. La trovata poi di sottotitolare questo disco come "musica della avanguardia francese del primo '900" fa un po' sorridere, perché onestamente questi sei francesi paiono decisamente innocui rispetto alla radicalità oltranzista delle altre avanguardie novecentesche. Ma poco importa in fondo, perché questo disco è delizioso e si lascia ascoltare con molto piacere e senza nessuna fatica. Ve lo consiglio!
  13. E' un disco molto interessante e molto godibile. Personalmente rimango sempre perplesso nel constatare quanto la musica inglese sia rimasta pervicacemente estranea alle evoluzioni musicali che avvenivano nel resto del mondo.
  14. Il concerto per percussioni di Higdon è davvero molto godibile. Colin Currie è semplicemente strepitoso!
  15. Da quanto ho letto, nei passaggi più gravi dell'ultima suite, la Podger suona una viola. Con un po' di taglia e cuci in fase di editing, risulta come se lei stesse suonando un unico strumento.
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