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Eusebius

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Everything posted by Eusebius

  1. Nelle registrazioni di Lugano ci sono spesso delle vere e proprie perle!
  2. Il terzo di Rachmaninov con Chailly è qualcosa di incredibile. C'è un video che si trova su YT che è da vedere!
  3. Questo lo ascolto da quando sono bambino
  4. Prima scelta anche per me. Quando penso a Martha è questo il primo disco che mi viene in mente!
  5. Pēteris Vasks: concerto per violino "Distant Light", "Summer Dances", Quartetto per pianoforte. Vadim Gluzman, violino, Orchestra sinfonica della radio finlandese, direttore Hannu Lintu. Nelle "Summer Dances": Vadim Gluzman e Sandis Šteinbergs violini. Nel quartetto per pianoforte: Vadim Gluzman, Ilze Klava, Reinis Birznieks e Angela Yoffe. BIS 2020 *** Onestamente non conoscevo affatto il compositore lituano Peteris Vasks e sono capitato per caso su questo disco, seguendo semplicemente il percorso del violinista israeliano Vadim Gluzman dopo la bella prova nel Trio di Tachikovsky, di cui vi abbiamo parlato qui. E onestamente sono rimasto molto sorpreso dalla bellezza, inattesa, del concerto per violino Tālā Gaisma ("Luce lontana"), piatto forte di questo disco. Vasks è un compositore lituano, nato nel 1946, che negli ultimi decenni ha avuto un discreto successo, inizialmente anche grazie all’attività del suo compatriota Gidon Kremer, che si è prodigato per diffonderne l’opera. Tornando al concerto per violino, si tratta di una composizione del 1997 di circa 33 minuti, in cui i 5 movimenti inframezzati dalle cadenze del solista si susseguono senza soluzione di continuità. Il linguaggio impiegato si basa fondamentalmente sull’armonia tradizionale, senza complicare troppo la vita dell’ascoltatore. Il tono è mesto e struggente, come fosse una lunga meditazione che apre le porte a numerose domande che però non trovano risposte. Gluzman, accompagnato con grande sensibilità dalla compagine dell’orchestra sinfonica della radio finlandese diretta da Hannu Lintu, è semplicemente perfetto nel restituirci le emozioni di queste pagine. E parlando di emozioni, era da tempo che non ne provavo di simili per una composizioni di musica contemporanea. Al concerto per violino segue una bella raccolta di brevi brani intitolata Vasaras dejas (“danze estive”) per due violini, di recentissima composizione (2017) .Sono poco più di 10 minuti di musica. Il tono è allegro e spensierato, estivo per l’appunto. Qui Gluzman è accompagnato dal bravo Sandis Šteinbergs, violinista lituano in passato leader della Kremerata Baltica. Chiude il disco il Quartetto per pianoforte del 2001. Si tratta di un lavoro piuttosto lungo (38 minuti in questa edizione), in sei movimenti. Qui Gluzman suona insieme a Ilze Klava, Reinis Birznieks e Angela Yoffe. Ho trovato questa composizione interessante, ma certamente meno coinvolgente delle prime due e soprattutto del concerto per violino. Il disco si conclude così dopo ben 84 minuti di musica. Vasks è stato una scoperta interessantissima, che mi ha spinto ad ascoltarne altri dischi sulla scia dell’entusiasmo. Difficilmente, però, si ritroverà altrove l’intensità di questa interpretazione del suo concerto per violino! Consigliato!
  6. Thomas Adès, concerto per pianoforte e orchestra, Totentanz. Kirill Gerstein, pianoforte, Mark Stone, baritono, Christianne Stotij, mezzo-soprano. Boston Symphony Orchestra, direttore Thomas Adès. DG 2020 *** Thomas Adès è un artista poliedrico che ama esibirsi sia in veste di pianista, che di direttore d’orchestra, che di compositore. Lo avevamo ascoltato qualche mese fa accompagnare al piano Ian Bostridge in un’intensa lettura del Winterreise di Schubert (QUI), mentre più di recente lo avevamo ritrovato come direttore nelle prime sinfonie di Beethoven (QUI). In questo disco dell’etichetta DG compare invece nella duplice veste di compositore e direttore d’orchestra. Si tratta di registrazioni dal vivo che risalgono al 2019, il concerto per pianoforte con Kirill Gerstein, e al 2016, la Totentanz con Christianne Stotijn e Mark Stone. Adès è con ogni probabilità uno dei compositori contemporanei più eseguiti e più acclamati, certamente nei paesi anglosassoni, ma non solo. Il disco si apre con il concerto per pianoforte del 2018. Sin dalle prime battute appare chiaro che lo sguardo di Adès è rivolto ai modelli del passato: si possono sentire echi di Rachmaninov o di Tchaikovsky, di Bartòk nel secondo movimento, senza dimenticare lo swing frizzante di Gershwin. La scrittura è raffinata, ben assecondata da un Gerstein in forma smagliante, ed il risultato è assolutamente effervescente e spettacolare: possiamo immaginare l’entusiasmo del pubblico che ha assistito a questa esibizione. Se devo però dirvela tutta, al di là del piacere effimero dell’ascolto mi è rimasto poco: il continuo pastiche musicale, per quanto ottimamente organizzato, alla fine sa di maniera e ci dice poco di nuovo. Fosse stato scritto ottanta anni fa, il discorso sarebbe stato probabilmente diverso. Più interessante e più personale la seconda parte del programma con la Totentanz del 2013. Si tratta di una composizione per baritono, mezzo-soprano e orchestra. I testi sono tratti da un affresco del XV secolo ritrovato in una chiesa di Lubecca, poi distrutta durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, che rappresentava diverse categorie sociali in ordine gerarchico discendente, cominciando dal Papa e terminando con un neonato. Tra un personaggio e l’altro c’era una rappresentazione della Morte danzante. Nell’opera di Adès la Morte è rappresentata dal baritono, mentre le figure umane dal mezzo-soprano. La partitura è densa e questa volta viene da fare un paragone con i lead orchestrali di Mahler. Ma sono pagine intense e emozionanti e non c’è nulla di manieristico a disturbarci. Christianne Stotijn riesce a caratterizzare i sedici personaggi umani con grande varietà e espressività, Mark Stone è perfetto nel suo ruolo lugubre e diabolico. Accompagnati da una Boston Symphony Orchestra assolutamente concentrata, ci guidano fino ad un finale che toglie il fiato. Arrivato alla soglia dei 50 anni Adès è nel pieno della sua maturità creativa e interpretativa. Ultimamente ce lo ha dimostrato in diverse registrazioni. Come compositore in diverse occasioni non ha catturato il mio gusto, ma questa Totentanz, in questa esecuzione, merita un ascolto attento. Thomas Adès, alla guida della Boston Symphony Orchestra con Christianne Stotijn e Mark Stone.
  7. Eusebius

    Sonos Play:5

    Grazie, un altro bell'oggetto Sonos! Una curiosità: Sonos consiglia l'impiego del ingresso linea con mini-jack per attaccarci un...giradischi! Per come la descrivi tu sembra che questi diffusori siano molto più "hifi" di quanto la stessa Sonos non li pubblicizzi. C'è sempre il limite per la riproduzione di musica in HD dalla App che avevi riscontratto anche sul Sonos One?
  8. Eusebius

    AKG K340 : l'ibrida

    Scusami, ma non è possibile che la risposta in frequenza di questo residuato bellico sia anche cambiata rispetto a quando la comprasti? I materiali si deteriorano, mi riferisco principalmente alla componente dinamica.
  9. Uh, questo limite per me sarebbe un...limite, visto che non uso servizi di streaming e che ho ormai parecchia musica in HD. Altri dispositivi sul mercato ricampionano i file ad alta risoluzione.
  10. Schubert, Fantasia “Wanderer” D 760 op. 15 Berg, sonata per pianoforte op.1 Liszt, sonata per pianoforte in Si minore S 178 Seong-Jin Cho, pianoforte DG 2020 *** Vincitore del Concorso Chopin nel 2015, il coreano Seong.Jin Cho è ormai un pianista affermato, con un contratto stabile con DG e ormai già qualche disco al suo attivo. Qui ci propone un programma tanto bello quanto impegnativo: la Fantasia Wanderer di Schubert, la sonata di Berg e quella di Liszt per concludere. Cho possiede una tecnica ineccepibile: un fraseggio elegante, una gamma timbrica sgargiante, un virtuosismo mai appariscente. Il suo Schubert è di alto livello, tecnicamente immacolato, con un controllo e una resa dell’architettura del brano impeccabile. Tuttavia mi sento di dire che è convincente, ma non sconvolgente. Al giovane Cho manca ancora qualcosa. La sua Wanderer non ha l’impeto di un Richter, il furore di un Pollini, l’introspettiva complessità di un Brendel, la follia di un Sofronitsky. E’ come se ci fossero un controllo e una reticenza eccessivi, quando invece ci sarebbero voluti un po’ di rischio e di slancio in più. La bellissima sonata di Berg viene eseguita con una sensibilità straordinariamente acuta. È ben presente quel senso di inquietudine che in fondo la accomuna con le altre due opere di questo disco. Cho è in grado di rendere alla perfezione la filigrana dei vari piani sonori, le impennate e le decelerazioni della musica, con una palette timbrica di prim’ordine. Rispetto alla lettura di Pollini, che guarda avanti alla musica degli anni successivi, Cho ha un approccio più tradizionale. È la sonata di Liszt, che chiude il disco, il brano che mi ha convinto di più. Tutto il virtuosismo di Cho è al servizio della diabolica partitura del grande compositore ungherese e questa volta c’è anche quello slancio che finora ci era mancato. Certo è che non mancano le grandi interpretazioni di questa sonata ed è sempre difficile per un giovane pianista poter dire qualcosa di nuovo. Il risultato è comunque di tutto rispetto. Ripensando a questo disco nel suo complesso, mi sento assolutamente di consigliarlo. Mi rimane comunque l’impressione di trovarmi di fronte a un ottimo pianista dotato di grandissimi mezzi, ma che ancora deve trovare la sua strada dal punto di vista interpretativo, quella strada che gli permetterebbe di lasciare il segno. Se lo confrontiamo con i suoi quasi coetanei, non trovo né l’elettrizzante fantasia di Benjamin Grosvenor, né lo slancio e l’intellettualismo di Igor Levit o la felina naturalezza di Yuja Wang. Poco male, va bene anche così. Vorrò dire che il meglio deve ancora venire.
  11. Bel prodottino! Ricordo di averlo sentito in casa di amici e di essere rimasto stupito dal suono limpido. Ho un paio di domande: - che frequenze di campionamento supporta? - l’app riesce a riprodurre anche la musica presente su un nas?
  12. Una gran bella prova, di perfezione apollinea! Questa di Helmchen con Manze si sta rivelando una integrale dei concerti per pianoforte di Beethoven di riferimento. A questo punto non possiamo che aspettare il prossimo volume con il terzo concerto!
  13. Non fosse scomparso così prematuramente Guido Cantelli avrebbe lasciato un segno ben più profondo nel panorama musicale del secondo ‘900. Nato a Novara nel 1920, il suo talento fu precoce e si rivelò già dall’infanzia. Diplomato in composizione nel 1943 al Conservatorio di Milano, fu poco dopo chiamato alle armi. Dopo l’8 settembre fu inviato in un campo di concentramento in Polonia, ma poi rimpatriato in Italia per malattia (il soggiorno nel campo lo aveva ridotto a pesare appena 36kg!). Riuscì a recuperare le forze e a riprendere l’attività concertistica in teatri di provincia. Dopo la Liberazione ebbe subito diversi prestigiosi ingaggi: con l’Orchestra del Teatro alla Scala in un concerto della stagione estiva al Castello Sforzesco (La Scala era stata distrutta dai bombardamenti), a Torino con l’Orchestra della Rai, alla Fenice di Venezia, a Roma con l’Orchestra di Santa Cecilia, a Firenze con l’Orchestra del Maggio Musicale. Ma fu un concerto nel riaperto Teatro alla Scala nel ’48 che diede il via alla sua folgorante carriera internazionale. In quell’occasione fu notato da Toscanini, che apprezzò moltissimo il suo talento e che lo invitò a suonare a New York. Nel corso degli anni successivi si susseguirono diverse tournée negli USA (e in Europa) e si intensificò l’amicizia con il burbero Toscanini, che lo considerava il suo allievo prediletto. Sulla scia del successo internazionale arrivò la nomina a direttore dell’Orchestra del Teatro alla Scala. Purtroppo Cantelli morì pochi giorni dopo in un incidente aereo all’Aeroporto di Orly a soli 36 anni. Al vecchio Toscanini, che morì due mesi dopo, non fu mai comunicata la morte del suo amico e allievo. Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Guido Cantelli. Di lui ci rimangono una manciata di registrazioni realizzate in meno di 10 anni, dal ’48 al ’56, alcune leggendarie. Warner Classics le ha ripubblicate dopo un incredibile lavoro di rimasterizzazione che riesce ancora oggi a trasmetterci tutta l’energia e la raffinatezza che il direttore novarese imprimeva alla musica che dirigeva. Si trovano in un bel cofanetto da 10 CD: Ma sono anche disponibili i singoli dischi in formato liquido in 96/24: Non possiamo fare altro che ringraziare Warner per queste belle riedizioni e dedicare un po' del nostro tempo a riscoprire queste fantastiche interpretazioni!
  14. Io trovo che il programma del disco sia ben congegnato e sicuramente molto pensato, così come è pensata ogni singola nota. Trovo come te che Olafsson sia un pianista strordinario, maturo, con una sua chiara visione interpretativa, che purtroppo non mi parla molto, ma poco male, ognuno ha i suoi gusti!
  15. Beethoven, sinfonia n.5 Op.67 MusicAeterna, Teodor Currentzis. Sony Classical, 2020 *** Una quinta di Beethoven feroce e brutale, totalmente spiazzante, come spesso succede con il direttore greco, che si diverte a spazzare via tutta la tradizione interpretativa post-romantica a sciabolate. A tratti assolutamente geniale, a tratti profondamente irritante, sempre originale. Da approfondire.
  16. Le Six et Satie. Musiche di Auric, Durey, Honegger, Milhaud, Poulenc, Tailleferre e Satie. Pascal e Ami Rogé, pianoforte. Onyx Classics 2020. *** Nel tripudio discografico di celebrazioni del 250 anniversario di Beethoven, un po’ di musica francese giunge come una boccata di aria fresca. E quale musica più anti-germanica potrebbe esserci se non quella del cosiddetto Gruppo dei Sei, musica nata alla fine della grande guerra, sulla spinta dell’antagonismo bellico e di sentimenti nazionalistici, in antitesi alla pesantezza teutonica di Wagner. I compositori in questione sono Darius Milhaud, Arthur Honegger, Francis Poulenc, Germaine Tailleferre, Georges Auric e Louis Durey che, sotto l’influsso di Satie e Cocteau, ebbero un momento di coesione intorno al 1920, quando un critico musicale creò per loro la definizione di “Gruppo dei Sei”, sulla scia del russo “Gruppo dei Cinque”. In realtà questa vicinanza fu effimera e ognuno di loro seguì poi la propria strada, com’è normale. Se il rifiuto della tradizione tedesca è evidente, il tentativo di scrollarsi di dosso l’impressionismo di Debussy fu solo apparente: evidenti sono i numerosi riferimenti allo stile del grande compositore francese, pur sotto un abito ormai molto diverso. E’ musica per lo più disimpegnata, spesso scherzosa e brillante, divertente da ascoltare, nazionalista sì, ma al tempo stesso aperta a tutte le influenze musicali che attraversarono Parigi in quegli anni. Ascoltandola oggi stupisce per la sua modernità e viene quasi da dire che questa musica è invecchiata molto meglio di quella di tanti compositori venuti dopo. Pascal Rogé, qui accompagnato dalla moglie Ami, è un pianista straordinario, sicuramente uno dei migliori nel rendere al meglio il repertorio francese (ricordo una bellissima integrale di Poulenc e tanti altri bei dischi). Negli ultimi anni ha inciso spesso in coppia con la moglie con ottimi risultati. Un disco che mi ha regalato degli autentici momenti di buonumore (cosa rara di questi tempi) e che mi sento di consigliare anche a chi ha poca familiarità con questo repertorio.
  17. Brani vari di Debussy et Rameau. Víkingur Ólafsson, piano. DG, 2020. *** Al suo terzo disco con DG il pianista islandese ci propone un raffinato programma che unisce con grande cura brani di Debussy e di Rameau. Il pianismo purissimo di Ólafsson dà il meglio di sé in un gioco di echi e rimandi tra i due compositori. Il risultato è assolutamente gradevole, anche se personalmente tendo a preferire il Rameau di Sokolov, un pelo più elettrico e frizzante.
  18. "The Diabelli Project", musiche di Beethoven e molti altri. Rudolf Buchbinder, pianoforte. DG, 2020. **** Veterano del circuito pianistico internazionale, Rudolf Buchbinder è un grandissimo esperto del repertorio classico viennese e tedesco e specialmente della musica di Beethoven. Nel corso degli anni ha inciso varie integrali delle sonate, dei concerti e indiscutibilmente ha un rapporto molto stretto con le celebri variazioni Diabelli. Conoscete probabilmente la storia di queste variazioni. Anton Diabelli, compositore, pianista e soprattutto editore (fu il primo editore di Schubert), nel 1819 ebbe questa trovata, che oggi definiremmo di marketing, di chiedere a diversi compositori dell’epoca di scrivere una variazione su un suo breve valzer (assai mediocre, in verità). Risposero tantissimi musicisti, la maggior parte dei quali oggi completamente dimenticati, ma tra di essi troviamo anche nomi noti come Schubert, Moscheles, Hummel, Czerny e un giovanissimo Liszt. Beethoven, inizialmente poco interessato alla proposta di Diabelli, cambiò ben presto idea e nell’arco di quattro anni compose un lavoro monumentale costituito da ben 33 variazioni sul tema originale di Diabelli. Fu una delle sue ultime composizioni per pianoforte e, insieme alle ultime 5 sonate, un vero e proprio lascito alle successive generazioni i pianisti e compositori. Il buon Diabelli decise di pubblicare in due volumi tutti i contributi ricevuti: il primo con le variazioni di 50 diversi compositori (tra i quali anche l’Arciduca Rodolfo, compositore dilettante) e il secondo con il lavoro di Beethoven. Poteva ben dirsi soddisfatto il nostro editore austriaco! Ma torniamo al nostro disco, intitolato “The Diabelli Project”, il progetto Diabelli. Buchbinder ritorna a incidere quest’opera monumentale dopo averla portata in concerto per diversi decenni, ma non si ferma qui. Il pianista austriaco fu anche il primo ad aver registrato tutto il primo libro di variazioni, quello ormai (giustamente) dimenticato contenente i lavori degli altri compositori. Per l’occasione ne riprende una manciata, otto per la precisione, che propone in chiusura di disco. Ma Buchbinder nel suo omaggio al progetto originario di Diabelli va oltre e prova a renderlo più attuale, chiedendo a 12 compositori contemporanei, di generazioni e provenienze diverse, di scrivere la loro variazione sul tema di Diabelli: Krzysztof Penderecki (*1933), Rodion Shchedrin (*1932), Brett Dean (*1961), Max Richter (*1966), Jörg Widmann (*1973), Toshio Hosokawa (*1955), Lera Auerbach (*1973), Brad Lubman (*1962), Philippe Manoury (*1952), Johannes Maria Staud (*1974), Tan Dun (*1957), Christian Jost (*1963). In questo disco ne ripropone undici (manca la variazione di Penderecki, per ragioni che ignoro). Chiaramente l’ascolto si divide in tre parti. Nella prima il pianista austriaco esegue le famose variazioni Diabelli di Beethoven, rivelandoci tutta la sua arte e la sua consumata esperienza con queste pagine, con le quali ha ormai un rapporto di intima affinità. L’ho trovata una grandissima esecuzione che mi ha fatto conoscere un Buchbinder diverso da quello che ricordavo. Nelle variazioni moderne, che occupano la parte centrale del disco, si riconoscono stili diversi e modi diversi di affrontare questo “compito”. Alcune mi sono piaciute, altre meno, ma ho certamente apprezzato l’idea di attualizzare l’intuizione di Diabelli e di mischiare tradizione e innovazione. L’ultima parte del disco con una manciata di variazioni dei contemporanei di Beethoven, riporta i lavori di Johann Nepomuk Hummel, Frédéric Kalkbrenner, Conradin Kreutzer, Franz Liszt, che nel 1819 aveva 8 anni, Ignaz Moscheles, Franz Xaver Wolfgang Mozart, figlio del più famoso genitore, Franz Schubert e Carl Czerny. Sono probabilmente i compositori più significativi tra i cinquanta del primo volume di variazioni, detto questo, oggi queste pagine sono poco più di una curiosità. In conclusione, non posso che raccomandarvi questo disco, che rappresenta fin qui una delle proposte più interessanti e originali nel 250° anniversario della nascita di Beethoven!
  19. Samuel Feinberg, sonate per pianoforte 1-6 Marc-André Hamelin, pianoforte Hyperion, 2020 *** Conosciamo bene il pianista canadese Marc-André Hamelin per essere un amante del repertorio pianistico meno frequentato. Qui è andato a riscoprire il compositore e pianista russo Samuel Feinberg (1890-1962), noto principalmente per essere stato il primo pianista a eseguire in concerto il clavicembalo ben temperato di Bach in Unione Sovietica. Compose 12 sonate per pianoforte, delle quali qui vengono proposte le prime sei. E' evidente il modello di Scriabin, ma Feinberg è un compositore con una sua personalità, come emerge chiaramente nella terza sonata. Hamelin ci mette tutta la sua arte interpretativa e molta passione. Un disco sicuramente molto interessante, non a caso premiato questo mese dalla prestigiosa rivista Gramophone.
  20. Beethoven, concerti per pianoforte n.2 e n.5 "Imperatore". Kristian Bezuidenhout, fortepiano; Freiburger Barockorchester, direttore Pablo Heras-Casado. Harmonia Mundi 2020 *** Devo ammettere che, al primo ascolto di questo disco, non ho seguito l’ordine delle tracce che prevederebbe prima il quinto e poi il secondo, ma sono passato direttamente al secondo concerto, uno dei miei preferiti. Non avevo particolari aspettative: stimo Bezuidenhout come un ottimo fortepianista, ma le sue incisioni dei concerti di Mozart sempre con Heras-Casado non mi avevano entusiasmato. E invece…BANG!!…sono stato letteralmente cappottato sul divano! La sensazione che ho provato è stata quella di ascoltare quel concerto per la prima volta, ma anche di essere trasportato nello spazio e nel tempo al momento della sua prima esecuzione. Non è solo l’effetto degli strumenti d’epoca (Bezuidenhout suona una replica del 1989 di un Graf del 1824), dei tempi vivaci, del piglio energico del solista e del direttore e dell’affiatamento che c’è tra i due, ma c’è dell’altro e precisamente una freschezza di approccio e una certa libertà che ricorda l’improvvisazione, come se questi pezzi fossero eseguiti per la prima volta. E’ come se Bezuidenhout e Heras-Casado si fossero dimenticati di due secoli di tradizione interpretativa, tale è la spontaneità con cui rivisitano queste pagine. E del resto lo stesso Beethoven, ci ricorda Bezuidenhout nelle note di copertina, alle prime esecuzioni dei suoi concerti lasciava molto spazio all’improvvisazione, non avendone ancora ultimato la partitura in ogni dettaglio, al punto da presentarsi con i fogli della parte per pianoforte appena abbozzati o spesso completamente bianchi! Sempre Bezuidenhout conferma le nostre sensazioni, dichiarando che l’approccio seguito nelle sedute di registrazione è stato proprio quello di combinare lo studio approfondito delle edizioni critiche moderne con una maniera di suonare rispettosa di quelle che erano le abitudini ai tempi di Beethoven, vale a dire di “usare il testo come una sorta di canovaccio o, se vogliamo, di trampolino”. Nel complesso ho trovato assolutamente entusiasmante il secondo concerto, mentre un po’ più tradizionale il quinto, ma non per questo meno interessante. In entrambi si percepisce in ogni momento una totale immedesimazione nello spirito di questa musica. Per le cadenze, nel secondo concerto Bezuidenhout ha rielaborato dei materiali scritti da Beethoven per la cadenza del primo concerto, mentre per il quinto concerto ha utilizzato una trascrizione della cadenza improvvisata da Robert Levin per la registrazione del 1999 con John Eliot Gardiner (Archiv). Praticamente irreprensibile la qualità della registrazione, come da standard Harmonia Mundi. Consigliatissimo!
  21. Quanti bei dischi da ascoltare e riascoltare! Non hai qualche consiglio da dare sulle sinfonie?
  22. Concordo nel definirla un'interpretazione ascetica, molto diversa da quella più calda e estroversa di Michel Dalberto (della quale si era parlato QUI). Sono contento che Lugansky, pianistica realmente straordinario capace di cose bellissime, sia tornato con un disco così intenso e personale, dopo averci dato la sensazione negli ultimi tempi di girare un po' a vuoto e di non allontanarsi mai dal suo repertorio di elezione (Rachmaninov).
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