Jump to content

Eusebius

Redattori
  • Content Count

    429
  • Joined

  • Last visited

  • Days Won

    9

Everything posted by Eusebius

  1. Prokofiev, sonate per pianoforte n.4, 7, 9. Alexander Melnikov, pianoforte. Hamonia Mundi 2019 *** Ritorna a Prokofiev l'imprevedibile ed eclettico pianista russo Alexander Melnikov. Dopo il primo disco, che comprendeva le sonate 2, 6, 8, questa seconda registrazione contiene tre sonate, le n. 4, 7, 9, molyo diverse tra loro per stile e periodo di composizione. Se la settima sonata è probabilmente una delle pagine più note per pianoforte di Prokofiev, le altre due sono decisamente meno conosciute. Nella quarta sonata (1917), piuttosto cupa e introspettiva, così come nella più serena e comunicativa nona sonata (1947), Melnikov è davvero superlativo nel restituirci emozioni, contrasti improssivi, cambi di colori e ritmi, con una sensibilità e una poesia poco comuni. Questa sua magistrale interpretazione della nona sonata è probabilmente una delle migliori in discografia. Mi ha lasciato invece piuttosto perplesso nella settima sonata (una delle tre sonate "di guerra"), affrontata da un lato con grande intensità, dall'altro con un'insolita e sorprendente prudenza. Se nella versione di Richter (che ne fu il primo esecutore, dopo averla imparata in soli quattro giorni) ci sembra di sentire i colpi dei cannoni e le bombe che esplodono, se nell'altra famosa interpretazione, quella di Pollini, siamo pervasi da una furiosa disperazione, sembra che qui Melnikov abbia meno successo nel trovare una propria visione interpretativa di questo lavoro, sicuramente più appariscente e virtuosistico rispetto alle altre due sonate del disco, più posate e reticenti. Il diabolico e difficilissimo ultimo movimento in 7/8 viene affrontato con insolita e disarmante lentezza, che rende priva di senso l'indicazione di "Precipitato" del compositore. Peccato, ma anche poco male, perché il disco è comunque da ricordare per le altre due sonate. Un altro passo fasso di questo disco, purtroppo, è la qualità della registrazione, realizzata nei celebri Teldex Studio di Berlino: nonostante la dinamica e i timbri del pianoforte siano ottimamente restituiti, l'immagine del pianoforte sembra quasi quella di un'orchestra, con gli alti tutti a sinistra, i medi in mezzo e i bassi tutti a destra. Una scelta davvero incomprensibile da parte di un etichetta di livello come Harmonia Mundi.
  2. In effetti questo è un gran bel disco. Grazie per la segnalazione. Continueremo a seguirla con attenzione.
  3. Bottesini: Gran Duo concertante Piazzolla: Le Grand Tango Rota: Divertimento concertante Ödön Rácz, contrabbasso. Noah Bendix-Balgley, violino. Franz Liszt Chamber Orchestra Speranza Scapucci, direttore. Deutsche Grammophon, 2019 *** Ammetiamolo, tra gli strumenti ad arco il contrabbasso è sicuramente quello più trascurato dai compositori, pur rivestendo un ruolo fondamentale all'interno dell'orchestra. Stupisce quindi vedere che DG pubblichi un disco interamente dedicato a musiche per contrabbasso. Qui è il virtuoso ungherese Ödön Rácz che si cimenta con alcune delle pagine più note (agli esperti!) composte per questo strumento: il Gran Duo Concertante di Bottesini e il il Divertimento Concertante di Nino Rota. Giovanni Bottesini (1821-1889) fu un celebre contrabbassista, compositore e direttore d'orchestra ottocentesco, noto come il "Paganini del contrabbasso". Fu autore di diverse composizioni per questo strumento, tra cui questo Gran Duo concertante, qui nella trascrizione per contrabbasso e violino dall'originale (meno nota) per due contrabbassi. Si tratta di un bel pezzo di bravura, assolutamente godibile. Ho trovato tuttavia più interessante la seconda parte del programma, con il Divertimento Concertante per contrabbasso e orchestra di Nino Rota (1911-1979). Notissimo e prolifico compositore di musica per film (realizzò 157 colonne sonore!), Rota ebbe anche una consistente produzione di musica classica tradizionale di stampo neoclassico. Questo Divertimento Concertante ha una storia particolare. Bisogna sapere che Rota insegnò a lungo al Conservatorio di Bari e ne fu direttore dal 1950 fino al 1977. Nella stanza sopra il suo ufficio dal 1967 si tenevano i corsi di contrabbasso tenuti dal grandissimo virtuoso Franco Petracchi, che gli commissionò un'opera per il suo strumento. Il Divertimento fu composto tra il 1967 e il 1969. Se il secondo movimento, " Marcia", riprende scherzosamente alcuni degli esercizi che Petracchi faceva fare ai suoi allievi e che il povero Rota era costretto a sentire tutti i giorni dal piano di sotto, il terzo movimento "Aria", fu in origine composto per la colonna sonora del film "Dottor Zivago", progetto che poi per varie ragioni fallì e fu affidato a Maurice Jarre, che ci vinse l'Oscar. Il Divertimento Concertante è un lavoro brillante, pieno di humour e di momenti vivaci, così come di momenti più riflessivi e malinconici, come nel terzo movimento. Ricorda spesso il Prokofiev più sereno e scherzoso. Ödön Rácz è un grande: suona il suo contrabbasso con una sensibilità difficilmente immaginabile e riesce a farlo cantare con la grazia e la dolcezza dei suoi fratelli più piccoli. In sintesi, un disco molto piacevole, che raccomando volentieri!
  4. È una gioia sentire Brahms suonato così, con slancio e ardore! Goerner è un gran bravo pianista e questo è un bellissimo disco!
  5. Rachmaninov: concerti per pianoforte e orchestra 1 e 3; Le campane Op.35 (trascr.Trifonov), Vocalise Op.34 (trascr.Trifonov) Daniil Trifonov, pianoforte, Philadelphia Orchestra, Yannick Nézet-Séguin DG 2019 *** Il pianista russo conclude il suo ciclo di concerti di Rachmaninov con la Philadelphia Orchestra e il direttore canadese Nézet-Seguin. Così come il disco precedente, anche questo fatica a convincerci pienamente. Trifonov è senza dubbio un pianista straordinario, ma queste interpretazioni stentano a prendere il volo. Molto bello invece l'arrangiamento delle Campane Op.35 dello stesso Trifonov. Dovrebbe essere solo un riempitivo in questo disco, ma a parere mio è diventato l'unico suo elemento di interesse.
  6. Robert Schumann, Myrthen Op.25. Christian Gerhaher, baritono, Camilla Tilling, soprano, Gerold Huber, pianoforte. Sony Classical, 2019 *** Christin Gerhaher e Gerold Huber riprendono l'integrale dei lieder di Robert Schumann cominciata un anno fa. Se il primo disco della raccolta (ne avevamo parlato qui) affiancava ai relativamente noti Kerner Lieder Op.35 dei brani decisamente meno conosciuti, questo secondo disco è interamente dedicato a uno dei cicli più popolari di Schumann, Mythen Op.25, composto nel 1840 quando, dopo anni di composizioni per pianoforte, il compositore tedesco si gettò improvvisamente nella scrittura di questi lieder, poi raccolti in quattro quaderni e offerti in dono a Clara alla vigilia del loro matrimonio. Il tono è di vibrante ardore giovanile, siamo ancora ben lontani dai tormenti delle raccolte successive, con qualche sorprendente eccezione, quale ad esempio l'incredibile e misterioso Aus den hebräischen Gesängen, che potrebbe essere stato composto diversi decenni dopo. I testi attingono da brani di 9 poeti diversi, che spaziano da Rückert a Goethe, da Byron a Heine, e non sembrano seguire un filo logico, come ad esempio in Dichterliebe, tuttavia Gerhaher nelle belle note che accompagnano il disco ci descrive come in realtà i quattro quaderni seguano una certa struttura formale. A Gerhaher si affianca in questo disco il soprano svedese Camilla Tilling. I due cantanti si dividono equamente i diversi lieder, con la voce chiara e brillante della Tilling che ben si accoppia al timbro caldo e ambrato di Gerhaher. Huber conferma di essere molto di più di un semplice accompagnatore attento e sensibile. Se il primo capitolo di questa integrale era, nella mia personalissima classifica, ai primi posti tra i dischi del 2018, questo secondo capitolo balza subito in vetta tra i migliori dischi del 2019. La musica è splendida, gli interpreti sono straordinari e perfettamente affiatati e la qualità della registrazione rende loro giustizia. Segnalo il breve saggio di Gerhaher nelle note di copertina, ahimè solo in inglese e tedesco. Camilla Tilling
  7. Straordinaria Beatrice Rana in questo disco! Bello il programma che accosta pagine di Ravel e Stravinsky, ma ancora più belle sono le interpretazioni, che rivelano un temperamento vivace e sanguigno, che sia nelle misteriose pagine dei Miroirs di Ravel o nella folgorante trascrizione di Agosti dell'uccello di fuoco di Stravinsky. Sono (quasi) tutte pagine di cui esistono versioni orchestrali, ma il pianoforte di Beatrice Rana è un orchestra in sé, capace di mille sfumature, timbri, colori, contrasti. Per me uno dei migliori dischi dell'anno. Da ascoltare e riascoltare.
  8. Che disco!!! Tempi sì non particolarmente veloci, ma quanta musicalità e quanta vitalità!
  9. Davvero un disco bellissimo, che si ascolta tutto d’un fiato! Non conoscevo Fanny Mendelsshon, devo dire che la Sonata-Fantasia e il Capriccio mi hanno colpito molto.
  10. Prokofiev, sonata per violino e pianoforte Op.80 (trascrizione per violino, percussioni e orchestra d'archi). Sebastian Bohren, violino, Andrei Pushkarev, percussioni, Georgisches Kammerochester Ingolstadt. Sony Classical, 2019. *** Curiosa, ma convincente e affascinante, questa trascrizione per violino, percussioni e orchestra d'archi della sonata per violino e pianoforte di Prokofiev. L'arrangiamento, ad opera dello stesso Andrei Pushkarev, percussionnista nella Kremerata Baltica di Gidon Kremer, mette ancora più in evidenza il carattere cupo di questa composizione. Lascia un po' perplessi la durata dell'album, poco più di 30 minuti.
  11. Domenico Scarlatti, Sonate Vol.6. Pierre Hantaï, clavicembalo. Mirare, 2019. *** Segnalo l'uscita del sesto volume delle sonate di Domenico Scarlatti con il bravo Pierre Hantaï al clavicembalo. Per gli appassionati del genere.
  12. Chopin, Impromptus, waltzes & mazurkas. Pavel Kolesnikov, pianoforte. Hyperion, 2019 *** Pavel Kolesnikov ritorna all'amato Chopin, con una selezione di improvvisi, valzer e mazurche e la Fantasia Op.49. Se da un lato colpisce ancora per la bella palette di timbri che riesce a estrarre dallo strumento e per l'affinità con questa musica, dall'altro sono rimasto sorpreso dai tempi piuttosto rilassati (soprattuto di valzer e mazurche). E' una questione di gusti personali, ma personalmente preferisco uno Chopin più energico. Rimane comunque un ottimo disco.
  13. Beethoven, le sonate per pianoforte. Igor Levit, pianoforte. Sony Classical 2013/2019 *** Ormai è chiaro che Igor Levit è un pianista a cui piace darsi degli obiettivi ambiziosi: esordio impressionante con le ultime sonate di Beethoven, poi tutte le partite di Bach, poi un triplo album con Goldberg, Diabelli e le bizzarre variazioni di Rzewski, lo scorso anno un personalissimo e densissimo concept album, di cui abbiamo parlato qui. Ora arriva addirittura l’integrale delle 32 sonate di Beethoven! Incisa tra la fine del 2017 e i primi mesi del 2019, recupera le sonate 28-32 dal suo disco di esordio del 2013. Ma al di là della sua passione per le sfide, quello che impressiona sempre di Levit è la solidità delle sue scelte interpretative. Questa integrale colpisce per la coerenza e per la linearità dello stile attraverso tutto il ciclo di sonate. Analizzando i tempi utilizzati (questione perennemente dibattuta), Levit segue chiaramente la tradizione di Schnabel, che privilegia tempi veloci e accentua i contrasti tra movimenti veloci e movimenti lenti. E’ un Beethoven vigoroso, energico e scattante. E’ una scelta netta, da tenere in considerazione sulla base delle proprie preferenze. C’è continuità anche nel modo in cui è stato “ripreso” il pianoforte dagli ingegneri del suono, nonostante le registrazioni si siano svolte in tre luoghi diversi in periodi diversi. Non è un pianoforte come solitamente siamo abituati ad ascoltare, con microfoni molto vicini e un suono pulito e analitico con separazione tra i vari registri e se vogliamo poco realistico, ma è un pianoforte come potremmo sentirlo in una sala da concerti, ampio, con i registri ben amalgamati tra loro, ma meno “radiografico”. E’ un fatto questo che condiziona di molto tutta l’esperienza di ascolto. Si può perdere qua e là qualche sfumatura o qualche dettaglio, ma probabilmente si guadagna in impatto emotivo. Personalmente ho sempre trovato che questo tipo di registrazioni mi facciano rivivere molto di più l’esperienza del concerto. Prime sonate (1795-1800) Già dalle prime sonate, spesso punto di debole di altre integrali, così rivolte alla tradizione classica di Haydn e Mozart, ma già cariche di idee nuove, si capisce che il Beethoven di Levit è già tutto proiettato verso il futuro. I tempi sono piuttosto rapidi, le dinamiche accese. Pur mantenendo uno sguardo riconoscente verso il passato, lo Sturm und Drang è già arrivato. Questo è messo sempre più in evidenza man mano che si passa dalle prime sonate Op.2 via via verso letture sempre più energiche delle 3 sonate Op.10, dell'Op 13 "Patetica", fino all'Op.22 che chiude il periodo delle prime sonate, ma che già precorre il gruppo delle sonate di mezzo. Sonate Centrali (1801-1814) Con il gruppo delle sonate cosiddette centrali si va nel cuore della produzione beethoveniana ed è qui che emergono le capacità introspettive di Levit, che riesce con facilità ad andare sotto la superficie a cogliere l'essenza di ogni sonata. E’ un Beethoven energico e grintoso che vola sui tasti, ma con profondi momenti di riflessione nei movimenti lenti. Sono tanti i momenti degni di nota: una “Marcia funebre” cupa e intensa, una “Pastorale” di rara sensibilità, una "Appassionata" da ricordare, assolutamente viscerale e spericolata; la "Waldstein" ha un avvio sprintosissimo e un finale pirotecnico. Se devo proprio trovare qualche punto negativo, sorprende qua e là (e anche nelle sonate del primo gruppo) una certa fretta nei movimenti finali e nelle battute conclusive, quasi che il pianista avesse fretta di chiudere lo strumento e andarsene. Ma se guardiamo a questo gruppo di sonate nel loro insieme, sono evidenti da un lato la sicurezza, davvero senza esitazioni, del pianista nelle proprie scelte interpretative, dall'altra anche la volontà di mettersi in gioco e di prendersi dei rischi, anche a scapito di quella perfezione tanto ricercata in studio di registrazione. In questo senso questa integrale, anche per come è stata registrata, riporta all'ascoltatore le emozioni che di solito si possono provare in un’esecuzione dal vivo. Pur essendo un musicista di grande personalità, non ho trovato in queste esecuzioni quel desiderio di stupire a tutti i costi che spesso caratterizza le interpretazioni di un repertorio così frequentato. C’è anzi un rispetto per la lettera, ma soprattutto per lo spirito di questa musica, che vorremmo vedere più spesso (Vedi ultimo disco di Pogorelich). Sebbene Levit non abbia adottato scelte eccessive o estreme (Pollini in alcune sonate è stato ben più radicale), certamente alcuni potranno desiderare un po' più di respiro o un approccio più misurato o più contemplativo. Ultime sonate (1816-1822) Le ultime 5 sonate di questa integrale sono riprese dallo splendido disco di esordio del 2013. L'approccio si fa più riflessivo, specie nei movimenti lenti eseguiti con grandissima intensità (Op.101, Op.106) ad evidenziare il contrasto coni movimenti veloci eseguiti con il consueto vigore (si ascolti il primo movimento della "Hammerklavier", così febbrile e concitato). La capacità di rendere con lucidità l'architettura dell'opera nella sua interezza, dote davvero rara, qui è assoluta, così come l'abilità nell'accompagnare chi ascolta in un viaggio nella musica. Riascoltando oggi l'Op.111, a distanza di qualche anno dalla sua uscita e con l'ascolto freschissimo di questa integrale, mi rendo maggiormente conto di qualche passaggio leggermente troppo lento per i miei gusti, ma stiamo davvero parlando di dettagli. Ormai non ci devono più stupire le capacità e la maturità interpretativa e intellettuale di questo pianista. Quest'ultima fatica di Levit ne è un'altra riprova. Pur non mancando le integrali di peso (da quelle storiche di Schnabel, Backhaus, Kempff, Gilels, purtroppo non completa, Arrau, poi quelle di Brendel, Pollini, Barenboim, Kovacevich, fino ai giorni d'oggi con quella di Biss, ormai quasi completata), questa nuova integrale, costruita con una visione sicura, lucida e coerente, è destinata a essere ricordata. E ora che ha archiviato in una manciata di anni le 32 sonate e le variazioni Diabelli, forse Levit si dedicherà ai 5 concerti?
  14. Beethoven, concerti per pianoforte e orchestra. Academy of St. Martin-in-the-Fields. Jan Lisiecki, pianoforte. DG 2019 *** Chiamato a sostituire in corsa il grandissimo Murray Perahia, che aveva dato forfait per ragioni di salute, il giovane (24 anni) pianista canadese non si è fatto prendere dallo spavento e si è ritrovato a suonare nientemeno che i 5 concerti per pianoforte di Beethoven dirigendo al tempo stesso l’Academy of St. Martin-in-the-Fields in tre serate alla Konzerthaus di Berlino. Roba da far tremare i polsi a pianisti più esperti, ma Jan si è fatto trovare pronto e ha svolto il suo compito con chirurgica precisione. Peccato che a tanto coraggio, non sia corrisposta altrettanta passione. Sempre pulito e impeccabile il nostro Lisiecki, ma, come già altre volte, non scalda i cuori (o per lo meno quelli della redazione di Variazioni Goldberg). Qui manca il nerbo e lo slancio delle migliori interpretazioni. Paradossalmente la compagine orchestrale, diretta dallo stesso Lisiecki, ma verosimilmente preparata da Tomo Keller, primo violino e “leader”, sembra invece avere assai più carattere del pianista, che ad ogni ingresso del pianoforte smonta in poche note tutto il pathos creato dall’orchestra. Sorprende ancora una volta che Deutsche Grammophon, il cui marketing ha creato il fenomeno Lisiecki dal nulla, abbia deciso di pubblicare questi concerti, pur avendo nel proprio catalogo diverse altre interpretazioni di ben altra caratura. Se siete alla ricerca di una integrale dei concerti per pianoforte di Beethoven pulita, ma sbiadita, forse questa potrebbe far per voi. Se volete provare qualche emozione in più, ci sono tante altre edizioni migliori di questa.
  15. Beethoven, sonate per pianoforte Opp.109, 110 e 111. Steven Osborne, pianoforte. Hyperion, 2019. *** Steven Osborne ritorna alle ultime sonate di Beethoven, dopo il bel disco del 2016 in cui ci regalava una viscerale interpretazione dell’Hammerklavier. Qui troviamo le celeberrime ultime tre sonate (Opp.109, 110 e 111), cavallo di battaglia di tanti grandissimi pianisti. Lo scozzese è un ottimo musicista, con alle spalle una solida e invidiabile discografia, ma in questo disco penso che raggiunga uno dei punti più alti della sua carriera. E’ sorprendente la sua capacità di ridare vita alla partitura. Lo fa con naturalezza, energia, freschezza, intensità, attenzione al dettaglio e visione d’insieme allo stesso tempo. Si potrebbero fare mille confronti con i grandi del passato, così come con le interpretazioni più recenti. Mi vengono in mente tra queste ultime quelle di Igor Levit, Jean-Efflam Bavouzet e Jonathan Bliss, non mancano certo le versioni di riferimento e tante registrazioni memorabili, ma questo disco ha davvero quel qualcosa di magico che caratterizza il raggiungimento di una maturità artistica e di uno stato di grazia, che per nostra fortuna è stato impresso su disco. Forse è l'Op.110 il momento più alto di questo disco, senza nulla togliere alla 109 e alla 111. Ogni sonata è in ogni caso perfettamente caratterizzata e distinta dalle altre. Sono letture che amano esaltare i contrasti tra i momenti di grande delicatezza e profondità e quelli invece più violenti e esplosivi, riuscendo comunque a mantenere l'equilibrio tra gli estremi. Gli ingegneri del suono di Hyperion rendono fortunatamente onore alle qualità del pianista e dello strumento. E' un disco che ho ascoltato e riascoltato più volte negli ultimi mesi e mi sono ormai convinto che Steven Osborne ci abbia offerto una registrazione straordinaria, probabilmente una delle sue più riuscite, che si va ad aggiungere alle migliori dell'imponente catalogo delle ultime sonate del genio di Bonn. Consigliatissimo.
  16. Anch'io ho avuto l'impressione di esecuzioni buone, perché loro sono due ottimi artisti, ma suonate con il freno a mano tirato. Peccato.
  17. Mendelssohn, Lieder ohne Worte (selezione). Grieg, Pezzi lirici (selezione) Denis Kozhukhin, pianoforte. Pentatone 2019 *** Vincitore del concorso Queen Elisabeth nel 2010, il pianista russo Denis Kozhukhin suona una bella selezione dei Lieder senza parole di Mendelssohn e dei Pezzi lirici di Grieg. E' un repertorio che può piacere o meno, quello che è fuori discussione è la magia (!!) del suono di Kozhukhin e la creatività con la quale rilegge queste pagine. Consigliatissimo.
  18. Non ne avevo dubbi 🤣🤣🤣 Mi aspettavo questo tuo commento!
  19. Sándor Veress, Trio per archi. Bela Bartók, Quintetto per pianoforte. Vilde Frang (violino), Barnabás Kelemen (violino), Lawrence Power (viola), Nicolas Altstaedt (violoncello), Alexander Lonquich (pianoforte). Alpha, 2019 *** E' sempre bello quando il caso ci fa fare scoperte interessanti! Ho ascoltato questo disco più che altro spinto dalla curiosità per il quintetto di Bartók e sono invece rimasto folgorato dal Trio per archi di Sándor Veress, compositore ungherese poco conosciuto, che probabilmente meriterebbe maggiore attenzione. Veress fu allievo di Bartók e Kodaly all'Accademia di Budapest e sostituì quest'ultimo alla cattedra di composizione fino al 1949 anno in cui preferì trasferirsi a Berna, per sottrarsi alle imposizioni del regime comunista, dove insegnò composizione e visse fino alla morte, avvenuta nel 1992. Tra i suoi allievi vi furono György Ligeti e György Kurtág, ma anche il celebre oboista e poi direttore d'orchestra Heinz Holliger, che si è fatto promotore delle composizioni di Veress. Davvero bello e intenso il Trio per archi, in cui Vilde Frang, Lawrence Power e Nicolas Altstaedt si tuffano con straordinaria partecipazione e bravura. E' una composizione del 1954 in due movimenti, ricca di contrasti e momenti sorprendenti. Mi ha appassionato di meno il quintetto per pianoforte di Bartók. Si tratta di una composizione giovanile (1903-1904, Bartok aveva 22-23 anni) che viene eseguita di rado, ma non per questo non interessante. E' un lavoro denso, appassionato, di chiara ispirazione romantica e con forti echi brahmsiani. Si ascolta molto volentieri. La mia perplessità è legata solo al fatto che non ha proprio niente a che vedere con il Bartok che conosciamo. Se fosse stato il lavoro di un altro compositore, probabilmente lo avrei apprezzato di più, sapendo invece che l'autore è Bela Bartók, mi viene invece da considerarlo per quello che è: un lavoro giovanile, bello, per carità!, ma anacronistico e avulso dal corpus delle composizioni per le quali l'ungherese è entrato nella storia della Musica. Ad ogni modo questo disco, realizzato in collaborazione con il Festival internazionale di musica da camera di Lockenhaus, ha il grosso merito di proporci due autentiche rarità, eseguite alla perfezione da un gruppo di ottimi artisti. E mi ha lasciato con la voglia, che appagherò al più presto, di andare ad ascoltare altre composizioni di Veress!
  20. Franz Schubert, Winterreise D.911. Ian Bostridge, tenore, Thomas Adés, pianoforte. Pentatone 2019 *** Il tenore inglese Ian Bostridge è molto legato al Winterreise, il famoso e magnifico ciclo di lieder di Franz Schubert. E’ l’opera con la quale debuttò nel 1993, l’aveva incisa nel 1997 per un documentario e l’aveva già portata su disco nel 2004 con Leif Ove Andsnes, in un’ottima interpretazione. Bostridge con Andsnes. Bostridge è un cantante con un timbro e uno stile così particolari, che solitamente il pubblico si divide tra fervidi ammiratori e inaciditi detrattori. Non essendo né l’uno, né l’altro, mi sono approcciato a questo disco, senza particolari pregiudizi, con solo un lontano ricordo della sua precedente incisione con Andsnes e natualmente la conoscenza di tante altre versioni, comprese quelle relativamente recenti di Goerne (con un grande Eschenbach al pianoforte) e Kaufmann. Al pianoforte troviamo Thomas Adés, compositore inglese tra i più famosi e eseguiti in questi anni, che già aveva collaborato con Bostridge in lavori propri. Insieme hanno eseguito Winterreise durante una serie di concerti in Europa e negli Stati Uniti e questo disco è la registrazione dal vivo di una serata alla Wigmore Hall di Londra a Settembre del 2018. Bostridge con Adés in concerto. La voce di Bostridge è così peculiare che il primo ascolto può essere sorprendente o sconcertante. Non stupisce certo per il bel timbro e, come dicevo sopra, la reazione può essere di amore o odio. Quello che però rende questo disco a mio avviso straordinario è l’assoluta autenticità della sua interpretazione. Bostridge si è calato nel ruolo e lo abita “dal di dentro” con una naturalezza e una ricchezza di accenti che mette i brividi. Probabilmente, trattandosi di una registrazione dal vivo, anche questo ha contribuito al pathos della sua lettura, insieme a certe libertà espressive che in studio di registrazione difficilmente si prendono. Thomas Adés si rivela un partner di prim’ordine, non tecnicamente sopraffino come un Andsnes o un Eschebanch, ma assolutamente efficace nella resa musicale. Adés sceglie uno stile più equilibrato e rassicurante che mette in risalto proprio la tormentata espressività di Bostridge. Tante le differenze con la registrazione con Andses nel 2004, com’è normale che sia. Su tutte segnalo l’insolita lentezza di Die Krähe, probabilmente due volte più lento di qualsiasi altra edizione, che acquista così un carattere del tutto nuovo, tra il misterioso e lo spettrale. In conclusione, questo è un disco che per me è stata una vera e propria rivelazione e che, per la potenza della narrazione più che per la bellezza del canto, merita di stare al fianco delle migliori letture del Winterreise. Ottima la qualità della registrazione, con gli ingegneri della Pentatone che riescono a metterci di fronte agli interpreti, senza farci percepire la presenza del pubblico.
  21. Eusebius

    HIFIMAN Sundara

    So per esperienza che le Sundara hanno un cablaggio insolito, per cui corri il rischio che non funzionino. Nel caso, come dici tu, puoi restituire il prodotto.
  22. Beethoven, sonate per pianoforte Op.54 e Op.78. Rachmaninov, sonata per pianoforte N.2 Op.36. Ivo Pogorelich, pianoforte. Sony Classical, 2019 *** Un disco di Pogorelich dopo più di 20 dall’ultimo? Pubblicato da Sony Classical?? Caspita, deve essere una roba seria, mi sono detto. Il ritorno in grande stile di Pogorelich, controverso pianista croato, molto famoso a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, conosciuto per i suoi atteggiamenti anticonformisti e per le sue interpretazioni a cavallo tra il geniale, l’eccentrico e il provocatorio, poi progressivamente scomparso dalla scena discografica e dai circuiti concertistici più importanti. Ebbene cos’avrà di nuovo da dirci oggi Ivo Pogorelich, arrivato ai 60 anni? Il programma del disco è piuttosto inconsueto e accosta due deliziose sonate di Beethoven, Op.54 e Op.78 alla poderosa seconda sonata di Rachmaninov nella prima versione del 1913. L’ascolto, ahimè, è stato sconcertante, per non dire decisamente irritante. Dinamica, tempi, ritmo, tutti strapazzati, dall'inizio alla fine, senza pietà. A volte si fa addirittura fatica a riconoscere la musica o a seguire la linea melodica. E attenzione che qui non stiamo disquisendo di dove sia il punto di equilibrio tra il rispetto della pagina scritta e la libertà dell’interprete, qui siamo ben oltre: qui siamo alla totale mancanza di rispetto per l’ascoltatore (per non parlare del compositore) da parte di un artista evidentemente sopraffatto da un ego ingombrante e non più affiancato dal genio di un tempo, quasi volesse dirci “eccomi sono ancora il grande Pogorelich, anticonformista per contratto, posso permettermi quello che voglio!”. Non è certo il croato l’unico artista per così dire eccentrico in circolazione. Prendiamo ad esempio la violinista Patricia Kopatchinskaja, conosciuta per le sue interpretazioni fuori dai canoni. Quando la ascoltiamo suonare, al di là della sua prorompente individualità, percepiamo passione, vitalità, un amore sconfinato per la musica che sta suonando, sentiamo che Patricia ci sta comunicando qualcosa. Tutte cose, invece, tristemente assenti da questo ultimo disco del pianista croato. Ma sono certo che come un tempo Pogorelich divideva i pareri di chi l’ascoltava, così anche oggi ci sarà chi griderà con entusiasmo al ritorno del genio croato. Per me invece è semplicemente un peccato vedere tanto talento gettato alle ortiche, ma me ne faccio una ragione, metto il disco da parte e guardo altrove. Per fortuna nella discografia non mancano interpretazioni straordinarie di queste composizioni e nel panorama pianistico attuale non mancano artisti seri, di grande talento e che abbiano qualcosa da dirci. Una nota sulla qualità dell’incisione, assolutamente lontana dagli standard molto elevati ai quali l’etichetta giapponese ci ha abituato. Insomma, un disco da dimenticare velocemente
  23. Felix Mendelssohn: Capriccio, Op.5 3 Fantasie, Op.16 2 Klavierstücke, WoO 19 6 Kinderstücke, Op. 72 Rondò capriccioso, Op.14 Variazioni, Op.82 Fantasia, Op.28 Doomin Kim, pianoforte Warner Classics 2019 *** Sempre arduo ridare vita alle page pianistiche di Mendelssohn. Non riesce nel compito il pur talentuosissimo pianista coreano Doomin Kim (giovanissimo, ha solo 16 anni), qui al suo disco di debutto per Warner. Tutto ottimamente eseguito, per carità, ma l'ascolto si rivela presto faticoso. Lo aspettiamo al prossimo disco, sono certo che Warner gli darà altre possibilità.
×
×
  • Create New...