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Found 22 results

  1. Florestan

    HIFIMAN Deva

    English Version : HIFIMAN Deva è il secondo modello di cuffie bluetooth del marchio, dopo Ananda. Si avvale dello stesso approccio e punta alla flessibilità di impiego, potendo essere utilizzata in ogni campo : via cavo, con il collegamento tradizionale ad un amplificatore per cuffie via cavo USB come periferica collegata ad sistema pc/Mac wireless, collegata in Bluetooth 5.0 l'opzione bluetooth va in scena grazie ad un dongle aggiuntivo che sostituisce fisicamente il cavo audio tradizionale ed integra la porta USB che funge anche da ricarica, oltre ai comandi di connessione. E fin qui niente di straordinario. Ma quando aggiungiamo che si tratta - come gli altri modelli premium di HIFIMAN di un modello planare che utilizza la nuova versione del diaframma "supernano" per i suoi driver circolari e guardiamo il prezzo richiesto, sostanzialmente entry-level per il listino HIFIMAN, allora possiamo anche chiamarlo miracolo. Peraltro, mentre Ananda BT non ha opzione di collegamente fisico via cavo analogico, mentre Deva si, per tutti i casi in cui non c'è la possibilità di sfruttare una connessione wireless o per quando vogliamo gustarci il suono di un amplificatore analogico. Sostanzialmente Deva si inserisce sotto a Sundara e sostituisce idealmente la gloriosa HE-400 almeno in termini di prezzo di acquisto e di segmento. Ma con una flessibilità di impiego sostanzialmente migliorata. Ricordiamo però che Sundara e HE-400 di listino facevano 450 euro salvo promozioni in corso, mentre le Deva partono da 349 euro. Caratteristiche di base : cuffie ortodinamiche a diaframmi planari, circumaurali, aperte impedenza :18 Ohm peso : 360 grammi sensibilità : 93.5 dB innesto cavo separato TRRS 3.5 mm il dongle Bluemini aggiuntivo integra in appena 25 grammi di peso un ricevitore Bluetooth, uno USB con ingresso di tipo C, un DAC e un amplificatore da 230 mw, oltre alla batteria in grado di assicurare circa 7-10 ore di impiego pratico. La decodifica avviene fino a 192 KHz/24 bit via USB e 96/24 via BT. Il chip impiegato è un Qualcomm CSR8675. Dal sito HIFIMAN, il diagramma del nuovo sottilissimo diaframma (comune con altre cuffie di fascia superiore dell'ultima generazione di HIFIMAN) dettagli del Bluemini, il dongle responsabile di tutta la parte wireless delle HIFIMAN Deva. Integrazione di livello assoluto a testimonianza dei soli 25 grammi complessivi di peso, connessione e involucro plastico compresi. Unboxing : La classica scatola nera HIFIMAN, molto solida che sia di fronte che dietro riporta le novità del "pacchetto", come la ricezione Bluetooth e la relativa codifica. Anche nell'interno la confezione è premium, analoga a quella delle HE-400 la cavetteria disponibile (cavo audio con jack adattatore da 3.5 a 6.3mm, cavo USB morbido USB-A/USB-C da 2 metri) e il dongle che rende "attive" le cuffie il manuale dell'utente l'estetica si rifà nei colori a quella delle HE-1000 ma la forma dei padiglioni e la meccanica è analoga a Sundara ed HE-400. L'uso della finitura argento e nocciola certamente le rende moderne e vivaci. i padiglioni sono articolati con un giunto cardanico che rende mobile quanto basta il tutto perchè siano comode da indossare. L'archetto è morbido, imbottito e ben robusto. Se vogliamo trovare un appunto da fare ... le viti a vista. Che però rendono comodissima l'eventuale sostituzione di una parte danneggiata. sono cuffie aperte, ovviamente, come tutte le planari di questa serie e la parte esterna del padiglione è ben protetto da una griglia metallica a nido d'ape. il marchio DEVA è orgogliosamente esibito come negli altri modelli HIFIMAN. alla massima estensione della regolazione dell'archetto. A prova di teste "importanti". l'interno è morbifo a contatto con la pelle. Il materiale sembra adatto anche ad usi prolungati. Io le ho usate mentre facevo una pedalata, senza sudare. Notate la lettera che evidenzia il canale Sinistro e ancora lo snodo cardanico dell'archetto. da quella scanalatura (sotto la lettera L) passa il cavo di collegamento all'altro padiglione. E' ben recesso quindi non prevedo che possa in qualche maniera essere danneggiato nell'uso. sempre nel padiglione sinistro l'unica connessione esterna, utilizzabile sia per il collegamento via cavo all'amplificatore che per inserire il dongle ancora l'esterno con il dongle montato, questa volta l'altro lato la parte di connessione, i led di conferma, i tasti di controllo Nel complesso l'impressione è ottima. Appena sotto, come costruzione, alle altre cuffie HIFIMAN che conosco, tipo Sundara e HE-400, ma comunque di livello superiore alla media delle cuffie di altri produttori. Se in passato HIFIMAN è stata criticata - non per il suono dei suoi prodotti ma - per la costruzione e i dettagli, già con la V2 della precedente generazione e con le nuove cuffie a partire da Sundara, le cose sono nettamente migliorate. Ricordiamoci sempre il prezzo di acquisto che per un paio di planari con il Bluetooth, potrebbero far lievitare il prezzo ad altri livelli ... Se posso fare solo un piccolissimo appunto, va all'adattatore jack da 6.3mm, benchè perfettamente funzionante, si innesta a pressione ma resta un pò staccato ed è poco pratico poi da sfilare. In altri modelli ho sempre apprezzato quello avvitabile. Ma è una cosa di poco conto. Misura : Collegate all'amplificatore dopo un breve ascolto per farmi un'idea, ho approfittato per misurare la risposta in frequenza utilizzando le mie "orecchi" miniDsp : la risposta mi ha subito confermato quanto il primo ascolto mi stava anticipando. Una resa molto completa per tutta la gamma, con un basso molto articolato, un medio molto chiaro e una gamma altissima per nulla aggressiva. risposta in frequenza pilotando le cuffie con il preamplificatore Audio-GD R28 ma la vera sorpresa è stata la misura impiegando la connessione USB-C via dongle HIFIMAN. Considerata la differenza di potenza in gioco (il mio amplificatore spara fino a 7.5 Watt su 32 Ohm, mentre qui abbiamo 230 mw), sinceramente non mi aspettavo di vedere quasi una fotocopia : risposta in frequenza pilotando le cuffie con il preamplificatore Audio-GD R28 (in rosso) e pilotando le cuffie con il dongle in dotazione, collegate al mio pc via USB-C (in verde) al netto delle differenze indotte da errori di misurazione, noto un leggero vantaggio sul basso nella misura con l'amplificatore desktop (in rosso) rispetto all'amplificatore del dongle (in verde) che si rifà invece allineando perfettamente l'attenuazione che invece vediamo nella risposta con l'amplificatore tra i 1500 2 i 2000 Hz, una sezione molto importante della gamma audio. Insomma, vuoi per l'ottimizzazione studiata dai tecnici, vuoi per la bassissima impedenza di queste cuffie, quell'affarino da 25 grammi riesce a far brillare delle cuffie che rispetto alla media hanno una sensibilità piuttosto bassa. Comfort : Pesano pochi grammi meno delle Sundara e la conformazione è simile. I padiglioni sono più comodi di quelli delle HE-400 ma non quanto quelli, più grandi delle Sundara. Con il Bluemini installato, anche se pesa solo 25 grammi, si sente lo sbilanciamento sull'orecchio sinistro. Ma non è un disagio insopportabile, dopo un pò non ci si pensa più. La pressione sulla testa e sulle orecchie non è impegnativa anche per lunghe sessioni di ascolto. In wireless non ci sono problemi anche muovendosi liberamente. I controlli sono facilmente accessibili ed è piacevole il suono di conferma. I pulsanti sono due, uno, più grande, serve per accensione, spegnimento e accoppiamento Bluetooth. Quello più piccolo vicino alla presa USB serve invece per attivare la ricarica. Perchè lasciando semplicemente collegate le cuffie la ricarica non si attiva. E naturalmente non si ricaricano mentre stanno suonando. Bella ed elegante con le sue tonalità a contrasto, calando la luce assume una forma più scura e ben si intona in un ambiente rivestito di legno in un contrasto tra hi-tech e stile. Un applauso ai designer HIFIMAN. Prova di ascolto : Ho ascoltato a lungo queste cuffie, sia in connessione analogica che in via USB che in Bluetooth. E poi ho voluto confrontarle, per dare un'idea a chi mi legge, con due cuffie molto differenti. Le mie Arya, modello HIFIMAN di fascia alta, il mio riferimento, e le AKG K712 Pro, cuffie di tipo monitor professionale, dinamico che all'epoca del lancio erano da considerare di fascia superiore, seppur di poco, alle Deva. Dico subito che l'impostazione del suono mi ricorda tanto le HE-400i V2 che ho avuto fino ad inizio anno. Il corpo sulla gamma bassa c'è tutto, così come l'estensione ben articolata. Il medio è chiaro e ben delineato mentre le alte e le altissime frequenze non sono mai fastidiose. Se vogliamo non c'è alcuna enfasi su nessuna gamma sonora ma il suono che ne esce è raffinato, chiaramente da sistema planare e mi piace più, nel complesso, delle Sundara che ho provato l'anno scorso. Dove quelle sono asciutte e necessitano di una discreta equalizzazione per equilibrarne il suono, queste sono già ottime come escono dalla scatola. La scena sonora è buona e non c'è quel fastidioso effetto di suono dentro alla testa. Non siamo a livelli di tridimensionalità esagerati ma direi che ci siamo. E molto bene. La gamma media, come dicevo, è dolce ma chiara, non ci sono tentativi furbi di addolcirla. Anche il volume prodotto è più che sufficiente e con la media delle registrazioni che ho usato, non c'è stato bisogno che raramente di andare oltre metà volume. Avendo abbastanza corpo sonoro da ... non poterlo sopportare a lunghissimo. Le voci femminili ben registrate mi pare che abbiamo tutto da guadagnare da queste cuffie. Come sapete, io ascolto al 99% musica classica ma queste cuffie vanno praticamente bene con ogni genere. Ma anche in impieghi meno "nobili" tipo Skype, i videogiochi con effetti sonori, i film, l'equilibrio di fondo, senza enfasi eccessive ma anche senza carenze di gamma, permettono una fruizione sempre adeguata alle aspettative. La batteria di ascolto che vede al confronto HIFIMAN Deva, AKG K712 Pro e HIFIMAN Arya. HIFIMAN Deva : L'ultimo disco di Silje Nergaard (jazz-vocal) mette in grandissima evidenza la voce della cantante ma con il pianoforte ben presente. Meglio ancora nel disco con accompagnamento ritmico del 2000 "Port of Call", dove la voce si evidenzia su un bel basso e sotto all'accompagnamento ritmico. AKG K712 Pro : pianoforte molto freddo ma realistico, si sente il respiro tra una frase e l'altra. Siamo all'apoteosi del suono "monitor" così come concepito da AKG. Nel trio, finalmente c'è basso serio mentre la voce "impertinente" di Silje sovrasta rullanti e piatti. La più interessante performance delle K712 in questa prova d'ascolto. HIFIMAN Arya: Più dolce delle altre, basso esteso fino all'estremo ma meno pieno delle altre due. Lei però è da baciare ! Sibilanti che nelle altre due cuffie non ci sono. HIFIMAN Deva : Mark Knopfler non si fa tanto desiderare e dopo l'ingresso con la chitarra c'è la sua voce roca. Viene voglia di alzare il volume. E' un disco del 1985 ma molto ben registrato (e qui rimasterizzato). Bassi, medi, alti, perfettamente calibrati. Non si riesce a smettere di ascoltarlo AKG K712 Pro : meno coinvolgente nel complesso ma la voce di Knopfler è più separata dal resto, percussioni in grandissima evidenza, chitarra ancora di più. Il suono è freddo, diverso, non necessariamente spiacevole. Una interpretazione diametralmente opposta. HIFIMAN Arya: Brothers in arms, dolce e morbida con la ritmica alta sulla testa. Suono compatto, denso, convincente. HIFIMAN Deva : Il violino milanese Testore del 1751 che suona Franziska Pietsch ha una voce metallica, fredda che contrasta molto con i toni mediterranei della sonata per violino di Ravel. Il pianoforte che l'accompagna è meno brillante perchè suonato in modo da non sovrastare il violino. AKG K712 Pro : resa simile ma devo alzare il volume per sentire lo stesso equilibrio. Il violino è più chiaro, meno metallico, più in evidenza. Però il suono è elegante, leggero. HIFIMAN Arya: anche qui il violino non è metallico come con le Deva, anzi, è dolce, e il pianoforte è dolcissimo. Il suono è veloce, delicato. HIFIMAN Deva : L'ultima follia di Teodor Currentzis e la sua visione della Quinta Sinfonia di Beethoven. Equilibrio tonale perfetto con evidenza di bassi e un pieno orchestrale maestoso. Buona l'estensione della scena sonora verso l'esterno. AKG K712 Pro : c'è meno impatto sebbene il volume sia più alto. La tessitura dei violini però è precisissima, così come le armoniche superiori dei fiati. E come se ci fosse una lente di ingrandimento sulla parte destra delle spettro e quella sinistra fosse un pò compressa. HIFIMAN Arya: suono ampio, da sala da concerto, senza essere artificiosamente spettacolare. Nel terzo movimento si sente ogni singolo strumento. HIFIMAN Deva : Il Bach "spectacular" di Ton Koopman in edizione 96/24 è brillante, chiaro, veloce. Si vorrebbe forse un pò più di pedale ma quello non manca certo nella Passacaglia in Do minore che chiude il disco. AKG K712 Pro : Il basso c'è ma è indietro. Invece è presente l'altissimo. Il suono è squilibrato e si vorrebbe intervenire sull'equalizzatore. Solo che per evitare ogni forma di contaminazione ho voluto fare questo confronto senza alcun filtro in mezzo, usando direttamente il driver audio corrispondente. HIFIMAN Arya: Eccellente l'organo, il basso c'è ma è il pieno che evidenzia uno spessore concreto in cui si sente ogni singola voce. HIFIMAN Deva : Chiudo con A star is born di Lady Gaga. La chitarra è qui da qualche parte. La voce dell'insospettabile Bradley Cooper mi sembra un filo troppo nasale, un pò sbilanciata sui medio-alti. Lady Gaga è perfetta, emozionante, con un filo di eco e il violino di sottofondo. Basso privo di code e di riverberi. E lei sale sulle scale verso il cielo. AKG K712 Pro : Shallow è meno emozionante, più monitor con le AKG. La chitarra è chiara, la voce di Bradley più sottile più di gola. Lady Gaga si stacca dal resto della musica. Ma è indietro rispetto a prima. E ancora il resto è tutto più sottile. HIFIMAN Arya: la scena è lo stadio, larghissima, ampia, aperta. La voce di Bradley finalmente quella che ricordavo nel film. La chitarra non così in evidenza ma delicatissima, insomma non sfigura con Lady Gaga che quando entra strappa i dovuti applausi. Anche qui, lei può cantare quanto più in alto vuole, Arya la segue anche più su. Le due voci insieme sono ben amalgamate. Tirando le fila e con la naturale soggettività di un confronto del genere posso dire che le HIFIMAN Deva offrono una prestazione equilibrata in ogni tipo di musica, con un suono che tende al pieno, privilegiando basso e medio, con le altre non troppo evidenti e sempre senza sibilanti. La performance è più accattivante di quella della K712 di AKG che hanno proprio una impostazione differente, con il medio indietro e l'alto crescente. E' il suono monitor mitteleuropeo, pensato per non appesantire l'udito in sessioni di lavoro/ascolto, lunghissime. Rispetto alle Arya - che ricordiamo, costano 5 volte tanto - sono sulle prime più spettacolari e più accattivanti. In una commutazione rapida potrebbero spesso piacere di più. Ma il suono delle Arya è più raffinato per orecchie educate, la trama di medio e alto é di una grana di una classe superiore e il basso è più esteso anche se sembra meno possente. Nel caso dell'organo, per esempio, non c'è confronto. Ma anche nella musica da camera e sulla voce femminile ben registrata. Ma non tutti saranno capaci di capirlo senza un ascolto prolungato. Cosa che promette benissimo per le Deva visto che per comprarle non si deve prosciugare il conto in banca. La cosa sorprendente invece è che nel confronto ho usato l'amplificatore per le due cuffie tradizionali e il Bluemini per le Deva. Ma era la Deva che suonava sempre più forte. Con un filo di corrente queste cuffie si permettono anche di fare la voce grossa. Interfacciamento : Le ho usate con l'amplificatore in modalità ad alta corrente. Neanche una piega (e i watt che è capace di erogare quello sono tanti). Con l'iPhone e con il tablet Android in Bluetooth. Con il computer desktop usando servizi di streaming. Con il Fiio X5 e il suo amplificatore incorporato. Risultano sempre un carico facile capace di suonare forte se si vuole. Credo che non saranno mai un problema per nessuno in nessuna circostanza. Conclusioni : PREGI sono belle e ben costruite capaci di un suono di classe come tutte le planari HIFIMAN sono flessibili, in grado di essere collegate sia con il cavo che wireless sono semplici da usare e non richiedono procedure complesse. Quando si vuole ascoltare musica sono li pronte ad accontentarti il suono è chiaro, potente, basta un filo di corrente per farle suonare forte. L'impostazione sonora dovrebbe soddisfare tutti quelli che hanno orecchie buone. Un pochino roche con una risposta che sembra pennellata sulla curva Harman non richiedono assolutamente nessuna equalizzazione : suonano bene al naturale e tolte dalla scatola non mi sembra che abbiano richiesto un rodaggio. Dopo tante ore di impiego suonano ancora uguale rapporto prezzo/prestazione semplicemente eccezionale. Anzi, miracoloso. Non costano poco in assoluto ma con questi soldi è già difficile trovare delle planari decenti, figuriamoci wireless e di questa qualità DIFETTI il dongle Bluemini è piccolo, compatto, leggero ma comunque un pò squilibra la tenuta sulla testa non sono comode come le Sundara e molto più scomode delle altre due cuffie con cui le ho confrontate (ma c'è di peggio, molto peggio, ve lo assicuro) il cavetto USB in dotazione è bello, molto morbido, forse potrebbe essere un metro più lungo per dare un pò più di libertà. Ma probabilmente sono cuffie che sono state concepite per un uso wireless prevalentemente l'adattatore jack da 6.3 mm non mi ha convinto, non è a vite, si infila ma sembra che non sia del tutto a posto. Solo una questione estetica che di sostanza. Ma ci sta anche questo. In estrema sintesi, credo che tutto sommato, partendo dalla flessibilità unita all'alta qualità del suono, la possibilità di funzionare con qualsiasi sorgente, a questo prezzo siano regalate e una eccezionale offerta. Speriamo che HIFIMAN non ci ripensi e ne aumenti il prezzo. Le Ananda suonano meglio ? E' possibile. Ma quelle non sono per tutti.
  2. Florestan

    HIFIMAN Sundara

    Nel ricco catalogo di cuffie HIFIMAN questo modello si piazza sostanzialmente come punto di ingresso della sua fortunata gamma di cuffie magnetostatiche o planari. HIFIMAN Sundara rappresenta anche una ulteriore evoluzione in termini costruttivi. La prima generazione non ha proprio ricevuto consenso ampio in materia di qualità costruttiva e consistenza. Anzi, non sono poche le critiche per esemplari difettosi dall'origine o che meccanicamente hanno resistito poco ad un normale uso. Questo apparecchio invece é allineato verso l'alto alla V2 di HE400i e HE560, con il nuovo archetto in metallo, padiglioni nuovi, più grandi e in generale una cura costruttiva almeno allineata al prezzo di acquisto. Caratteristiche di targa - peso 372 grammi - sensibilità 94 db - impedenza 37 Ohm - cavo in dotazione da 1.5 metri, tipo "cristallino", connettori dorati da 3.5 mm a mini-jack separati per canale destro e sinistro Costruzione la griglia di protezione è di modello più grande e robusto rispetto ai modelli precedenti. Il padiglione stesso è più ampio ed avvolgente. resta la possibilità di ruotare singolarmente i due padiglioni in modo da adattarsi ad ogni morfologia del capo. il nuovo diaframma, più sottile e più veloce, è ben protetto nel suo alloggiamento. con la Sundara viene anche introdotto il nuovo connettore a mini-jack da 3.5mm, il terzo tipo d'attacco per HIFIMAN dopo quello iniziale - scomodissimo - a vite e quello successivo con mini-jack da 2.5mm, simile a quello delle Sennheiser HD700. Speriamo che sia quello definitivo, anche perchè adesso è comune anche a quello di Ananda, Arya ed HE400i V2/HE560 V2. ancora un dettaglio dell'esterno - bellissimo - dei grigliati di protezione dei padiglioni. Sono a prova di impatto di ogni genere, pur mantenendo totale apertura verso l'esterno. Se posso invece fare un appunto è all'interno del padiglione, quello a contatto con la testa. Morbido e vellutato ha anche un effetto "calamita" verso ogni pelucco di casa come si vede nella foto che segue. i due archetti recano all'interno la lettera che evidenzia il canale R- destro ed L-sinistro, per facilitare la presa Sulla costruzione quindi, siamo al di sopra di ogni sospetto, almeno in apparenza e salvo una verifica sul medio-lungo periodo. E' un modello recente - metà 2018 - quindi non abbiamo riscontri in tal senso. Ma all'apparenza consistenza e materiali sembrerebbero allineati al prezzo (lo street price attuale si aggira intorno ai 349 euro qui in Europa, era di 499 al lancio). Tecnologia HIFIMAN si è fatta un nome in questi anni per le sue cuffie planari. Si tratta di una tecnologia che non impiega normali diaframmi dinamici, quelli - per intenderci - dei normali altoparlanti hifi. In comune con le elettrostatiche hanno il fatto di impiegare sottilissimi diaframmi in materiale sintetico, molto, molto leggeri ma al contempo più grandi dei normali diaframmi dinamici metallici, ovviamente planari, non ricurvi. Sono immersi in campi elettromagnetici che fungono da motore, ma il funzionamento del sistema non richiede - a differenza delle elettrostatiche - di impiegare alte tensioni generate per mezzo di amplificatori/elevatori di tensione dedicati e separati. Queste invece hanno impedenze normali ed operano con le normali tensioni generate dai comuni amplificatori per cuffie, anche dei sistemi portatili. Una disamina tra le caratteristiche delle diverse tecnologie esula dagli scopi di questo articolo ma basti in questo ambito definire idealmente una risposta più aperta e trasparente come caratteristica di base comune per le cuffie elettrostatiche e planari, rispetto alle tradizionali dinamiche Indossate Per chi ha una testa "normale" l'uso delle Sundara non da origine ad alcuna controindicazione. Anche portate per lungo tempo non stancano. I padiglioni avvolgono le orecchie comodamente - meglio delle HE400/HE560 - e il peso è da considerarsi leggero. La pressione applicata sui lati del capo è adeguata ad assicurare una buona adessione, appena un filo superiore al necessario secondo me. Le ho trovate più comode della media, almeno per le cuffie con il padiglione circumaurale circolare. Queste cuffie sono aperte, manca del tutto l'isolamento con l'esterno. E' una scelta progettuale precisa, comune ai prodotti di questo genere e tipo e per questa casa. Il risultato è una grande qualità del suono unita ad una limitata fatica di ascolto. Io ho usato per lungo tempo cuffie chiuse e conosco bene la differenza in termini di fatica diretta e indotta dalla necessità di avere un isolamento dall'ambiente, per non essere disturbati dai suoni circostanti o per non disturbare chi ci sta vicini. Queste però non sono cuffie per lavoro ma da utilizzare per piacere. E' giusta e corretta la pretesa di poterle portare anche per ore senza incorrere in inconvenienti. Interfacciamento Apparentemente la bassa impedenza le renderebbe adatte anche ad impieghi portatili, complice anche una discreta sensibilità. Nella realtà tutte le cuffie magnetostatiche richiedo una amplificazione con una buona capacità di erogazione di corrente, spesso anche con la necessità di alzare parecchio il volume. Meglio indirizzarsi quindi su amplificatori dedicati di buona qualità e con caratteristiche adeguate. Io le ho usate con apparecchi Audio-GD, sia il mio preamplificatore NFB-1AMP alimentato da un DAC NFB 7.1 che con l'eccezionale all-in-one Master 11 Singularity. Entrambi in grado di erogare correnti capaci di pilotare anche le cuffie più dure della terra. Da valutare concretamente - potendo - la possibilità di sostituire il cavo in dotazione con uno di tipo bilanciato, in modo da avere una erogazione ancora più potente e lineare. Io ho usato un cavo artigianale della inglese OIDO, decisamente ben azzeccato e trasparente. Suono Arriviamo alla parte cruciale della recensione. Sarebbe inutile avere una tecnologia di tendenza come quella planare, una costruzione di buon livello, una buona predisposizione ad essere pilotate in scioltezza lato amplificazione se poi il suono non ci piace. In questo devo anticipare un mio giudizio complessivamente sufficiente ma misto. Ovvero, pur rodate adeguatamente - c'è chi crede al rodaggio delle cuffie, per me ha un senso propriamente compiuto con le cuffie dinamiche ad alta impedenza, elettrostatiche e magnetostatiche non beneficiano così tanto di un pò di "cottura" che comunque male non può fare - facendo girare per tre giorni la 3a di Mahler, fuori dalla scatola non mi hanno convinto del tutto. Ho trovato un basso molto, forse troppo contenuto, dei medi maledettamente indietro e, di contro, alti e altissimi estremamente tormentati. Il risultato é un suono asciutto nel suo complesso, un pò secco, fastidioso nel lungo, mai coinvolgente sulle voci - specie femminili - e con gli archi sempre troppo in evidenza. Naturalmente non sto parlando del suono di un trapano da dentista, ovviamente no, queste sono e restano cuffie di gran classe, pur essendo il modello di base di una marchio che oramai offre cuffie fino a 50.000 euro (!), ma non così naturali come l'amante di musica barocca che vive dentro di me vorrebbe. Per questo sono andato a misurarne la risposta in frequenza con il mio microfono Ears di Mini-DSP. Ed ho avuto la conferma alle mie impressioni d'uso : HIFIMAN SUNDARA : risposta in frequenza misurata con REW Dunque, io non appartengo alla ristretta schiatta dei puristi e operando in puro campo digitale, ritengo non solo un diritto ma un dovere, operare equalizzazioni non solo per attenuare i difetti dei nostri apparecchi audio ma anche per adattarli alle nostre aspettative. Se nelle cuffie è normale l'applicazione dell'equalizzazione Harman un motivo ci sarà, tanto che per qualche marchio in gran voga oggi é automatico introdurla a livello di DSP audio incorporato nell'amplificazione di controllo, suscitando poi grande considerazione tra gli utenti. Per chi di noi utilizza player digitali come JRiver o Foobar è anche più facile calcolare una serie di filtri digitali che compensino i picchi della risposta in frequenza ed imbriglino una impostazione forse di fabbrica non esattamente inclinata per le nostre esigenze. Io non so cosa ne possano pensare gli appassionati di musica elettronica o tecno, di rock o di musica sintetizzata ma certo per chi ascolta musica acustica, sia classica che jazz, una risposta naturale dovrebbe essere alla base di ogni trasduttore. In questo modo io ho fatto diventare godibili anche le Sennheiser HD700 che all'origine sono praticamente inascoltabili, figuriamoci le Sundara che partono da una base di altro genere. Attenuati i picchi tormentati di alti e altissimi, allineato il medio su un andamento appena discendente e, volendo, incrementando di due o tre decibel i bassi sotto ai 100 Hz anche il proprietario di queste cuffie ha finalmente potuto apprezzarne il valore. In sintesi, se mi sento di dare un voto 6 striminzito alle Sundara "di fabbrica", andiamo ad un bel 8 pieno una volta equalizzate e alimentate tramite un buon cavo di qualità con un connettore XLR Neutrik. Conclusioni Molto belle esteticamente e ben costruite, con la scelta di buoni materiali, ho trovato l'unico difetto in una certa propensione ad attirare tutti pelucchi di casa all'interno dei padiglioni. Per il prezzo richiesto all'origine (499 euro) un suono di fabbrica non troppo coinvolgente, tendente al secco e all'asciutto. Meglio, molto meglio le HE400i V2 "liscie" che ben conosco, e ancora meglio le venerabilie HE560 V2 che sono ancora insuperate nel catalogo HIFIMAN in quella che era la loro fascia di prezzo (era di 850 euro, adesso le si trovano a 400 euro, nuove). Lontane anni luce dai modelli superiori di oggi, Ananda ed Arya. Mancano di corpo, hanno i medi indietro e gli alti troppo tormentati. Il prezzo attuale le rende più appetibili ma meglio ancora se possiamo migliorarle senza nemmeno prendere in mano un cacciavite. Cambiato il cavo ed equalizzate in digitale, cambiano come dal giorno alla notte. Il suono diventa suadente, si apprezza finalmente il dettaglio e l'ariosità del nuovo diaframma (che è diverso, più sottile, più rapido e dinamico di quello dei vecchi modelli) e la fatica di ascolto diventa semplicemente assente. Resta in ogni caso una certa facilità di alimentazione anche se ad onor del vero mi sono sempre ritrovato ad alzare molto il volume rispetto al solito per avere una piena capacità di analisi sulle voci, con il risultato di ... rischiare di guastarmi ... i timpani. E' un "difetto" delle magnetostatiche ed elettrostatiche, avere un livello così basso di distorsioni da favorire l'ascolto a livelli "pericolosi". Ma queste mi sembrano un pelino più "dure" di altri modelli della stessa casa. Confrontati con modelli dinamici che conosco, mostrano un suono di una ricchezza e dettaglio estremamente più evoluto, rispetto - ad esempio - alle Sennheiser di fascia di prezzo equivalente (comprese le Sennheiser HD700 che stavano a 1000 euro, si trovano adesso a 450 euro). Ma sinceramente io ho sempre trovato stucchevole confrontare tecnologie differenti : semplicemente non sono sovrapponibili ed adatte a destinazioni, palati e aspettative differenti. Al prezzo attuale (349 euro su Playstereo) sono un affarone, un vero bargain, anche considerando che si trovano HE400i nuove a 175 euro (direttamente da HIFIMAN, almeno fino all'ultima volta che ho guardato). Da valutare con attenzione le HE560 V2 al confonto ma si dovrebbero poter ascoltare ed è un peccato che oramai pochissimi negozi offrano questa opportunità. Comunque secondo il mio giudizio, le HE400i mantengono un suono più caldo e pieno sui bassi, anche senza equalizzazione. Le HE560 sono invece più neutre e delicate ma il suono è abbastanza simile a quello della Sundara equalizzate. Con le Arya - non conosco le Ananda - mi spiace ma non c'è confronto (e non c'è confronto con nulla che io conosca, sinora, almeno sotto ai 2000 euro). Non parlo della riscotruzione spaziale perchè a mio giudizio, con le cuffie è un discorso in generale privo di senso. Provate un buon sistema di altoparlanti dipolari magnetostatici e poi ne riparliamo (!). Da provare, potendo ma in generale, le consiglio per chi ama la musica acustica e sia disposto ad accettare l'opportunità di manipolarne un pò la risposta in frequenza. Diversamente forse è ancora meglio cercare un paio di HE400i d'occasione, anche se per me le Sundara sono molto più confortevoli da indossare a lungo ... e anche questo è un fattore da tenere nel debito conto. Ah, quanto è difficile cercare il paradiso degli ascoltoni ! Ringrazio l'amico Giovanni per il prestito delle sue cuffie nuove e del suo meraviglioso preamplificatore Audio-GD Master 11.
  3. Florestan

    Sonos Play:5

    Sintesi della prova : Punti di forza costruiti come gli Apple, sono oggetti realmente premium, non solo per il prezzo. Ci sono aggeggi cinesi su Amazon che promettono cose simili per 57 euro e 50. Li ho provati. E buttati ! tanta tecnologia in un involucro compatto. Sei altoparlanti, sei amplificatori, infrastruttura di rete, cross-over, dsp totale assenza di rimbombi, risonanze, distorsioni, senza necessità di impiego di pannelli assorbenti, punte, distanziali, solette. Metteteli dove vi pare suoneranno come vi piacerà immediatezza di messa in opera. La configurazione è guidata ed a prova di bomba. Durante la prova ho cambiato l'access point del wi-fi con un modello più potente. E' bastato farli ripartire perchè rientrassero in rete senza alcun intervento nel software l'app è a prova di bomba.Non ci sono incertezze, né ritardi. E' il minimo aspettarsi un funzionamento privo di grattacapi. Purtroppo la realtà è spessissimo ben distante dalle promesse. Anche in questo aspetto (oltre che nell'hardware e nella confezione, nei dettagli, mi ricordano Apple) se alzate il volume : suonano forte (5a di Beethoven in questo momento !). volendo (ma io non ho più nulla di "analogico" in casa) si può collegare un apparecchio hi-fi per la presina mini-jack ed usare lo speaker per riprodurne il suono di debolezza almeno allo stato attuale (non so nulla dell'imminente aggiornamento della piattaforma) la riproduzione è limitata nella risoluzione dei file eventualmente presenti nella rete locale _____________________ Già si vede dalla confezione, l'imballo ha una sicurezza, se non si rimuove quella, la scatola non si apre. E la qualità si conferma prendendo in mano l'oggetto e toccandolo. E' solido e concreto. Pesa più di quello che le dimensioni farebbero pensare. Non c'è accenno di risonanza e questo è importante. Ho esperienza di monitor professionali attivi (per chi non ha dimestichezza con il termine, parlo di diffusori amplificati internamente, che si usano normalmente nelle sale di registrazione per verificare il missaggio) con la "cassa" tanto ballerina che al tatto risuona. E che necessitano in genere, per evitare rimbombi e risonanze, di un bel setto spugnoso sotto al mobile per disaccoppiarlo dal piano dove lo si mette a suonare. Questo Sonos Play:5 invece al tatto è totalmente sordo. Ed è anche del tutto refrattario al posizionamento. Nel senso che può stare in campo aperto, con aria sui 5 lati, oppure a parete, scaffale, coricato o in piedi, il suono resta sempre pulito e limpido, senza code. Certo non ha un cono enorme a riprodurre il basso, ma probabilmente la scelta di mettere tre piccoli mid-woofer che suonano insieme deve essere stata influenzata da questa esigenza. Come quella di avere tre tweeter per le vie alte. E un totale di 6 amplificatori dedicati. Oltre al filtro, l'infrastruttura di rete, di comunicazione e di controllo. Insomma, piaccia o meno l'estetica, è un oggetto di fattura ragguardevole che tradisce la progettazione Made in Usa, e che mi fa pensare solo ad Apple, giusto come riferimento. Stesso discorso sul lato software, assolutamente fondamentale negli speaker di rete wireless. Perchè potremmo avere un poderoso monitor in grado di scuotere le pareti ma se non si connette o se è sempre sconnesso quando vorresti sentirlo suonare, allora non serve a niente che sia ben costruito o ben suonante. Invece qui abbiamo tutto insieme. Un oggetto eccellente come fattura, che suona bene e che funziona sempre nel modo in cui ti aspetteresti. eccolo in piedi. Sulle superfici - esclusa quella esterna - sono ricavati dei minuscoli piedini di appoggio che offrono una ulteriore via di disaccoppiamento con il piano di appoggio. Il diffusore può stare sia sdraiato sul lato lungo che, in piedi, su quello corto. In configurazione stereo con due speaker uguali sceglieremo certamente la formula in piedi. Possibilmente con i tweeter orientati all'interno e, se è possibile, posizionati alla stessa distanza dal punto di ascolto in un ideale triangolo. Il minimalismo dell'oggetto è massimo. Nella parte posteriore sono presenti tre connettori e un unico tasto. Al centro l'alimentazione, sotto, a sinistra, l'ingresso per il cavo di rete nel caso vogliate collegarli alla vostra ethernet cablata (motivi potrebbero essere la scarsa qualità del campo wi-fi o la presenza di interferenze), in mezzo l'ingresso linea per un mini-jack, a destra il tasto di connessione che l'App a volte vi chiederà di premere. lo spinotto di alimentazione è ben costruito, solido, a prova di ... strappo. Una volta inserito nella presa è quasi impossibile che esca senza che voi applichiate una adeguata e intenzionale forza per estrarlo. la griglia anteriore è a prova di urto. Sotto la protezione (che non è in tessuto ma in materiale sintetico anti-graffio, c'è una ulteriore gabbia di protezione per gli altoparlanti. L'unica concessione griffata è il marchio Sonos, ben posizionato e visibile. a scaffale o posizionato su un tavolo. Facile da ambientare ed anche da spostare. Sull'estetica, i gusti sono gusti. C'è chi preferisco "retro", chi il moderno. Questi rispecchiano uno stile un pò scandinavo, con superfici lisce del tutto prive di spigoli. Andamento morbido e rilassante. Sono disponibili bianchi o neri. Coordinati con eventuali altri dispositivi che potreste decidere di aggiungere alla vostra rete per popolare di musica la vostra casa. Bene. Bell'oggetto. Ma come suona ? L'impostazione sonora è comune al Sonos One Gen. 2 che ho provato contemporaneamente. Ottimizzato o meno, il suono è limpido, cristallino, privo di risonanze e di rimbombi. Con una potenza che apparentemente sembra sproporzionata per oggetti di queste dimensioni. D'accordo i sei altoparlanti e i sei amplificatori ma qui c'è dell'altro che non può che essere generato con l'uso sapiente di DSP. Sia che si usi da solo, che in coppia stereo. Sia posizionato in mezzo ad una stanza o a ridosso di una parete, il campo sonoro è generoso, potente, privo di distorsioni e chiaro. Ecco, l'impostazione del suono si può definire chiara ma questo non significa carente, semmai non artatamente gonfiata. Naturalmente anche qui il basso non potrà essere quello dei miei diffusori principali (che hanno ognuno 2 woofer da 15 pollici e 2 woofer da 11 pollici in vetro, pilotati da un amplificatore ciascuno da 1200 W di picco) ma c'è ed è convincente. Psicoacustica ? Può essere. Nel catalogo Sonos c'è un subwoofer intrigante che si può sempre aggiungere in un secondo momento io però non ne ho mai sentito un effettivo bisogno e comunque bisognerebbe sentire dal vivo se l'aggiunta ha senso o se, al contrario, rischia di rovinare l'equilibrio del sistema Li ho provati anche in modalità "party" due Play:5 e uno One Gen. 2, e assicuro che possono sonorizzare bene una stanza anche di ampie dimensioni. Magari non a livelli da concerto heavy metal ma certamente non sarà questo il motivo per cui uno si andrà a comprare questi apparecchi. Insomma, suono premium, ulteriormente perfezionabile sia con l'Ottimizzazione permessa dall'App (che si fa in cinque minuti con una procedura guidata che prevede l'utilizzo del vostro iPhone come monitor/microfono) che con l'equalizzatore integrato nell'app. Parte software : Sonos Controller Ne ho parlato già diffusamente nel test dello One qui : Ho provato sia la versione per iPhone che quella per Android su tablet Samsung. E su PC la versione desktop. Ricavandone sempre una impressione di solidità operativa, affidabilità, certezza di risultato. Cose non di poco conto in un sistema che deve fornire semplicemente il risultato atteso senza tanti grattacapi. Chi si siede in poltrona o si sdraia sul divano vuole potersi rilassare ascoltando il proprio disco preferito o l'ultima novità in streaming senza dover regolare nulla. Accendere nulla. Verificare nessun cavo o fare altre operazioni complicate. Qui le cose vanno sempre come ci si attende. E passando da una stanza ad un'altra si può continuare ad ascoltare la propria musica. Se ad un certo momento interrompiamo, possiamo essere sicuri che anche a distanza di ore o di giorni, premendo play lo/gli speaker riprenderanno a suonare dal punto di interruzione. Devo ammettere che l'effetto stereo (i due Play:5 in piedi e configurati per suonare i due canali sinistro e destro) mi ha sorpreso, considerando la mia provenienza "tradizionale" e il fatto che non c'è alcuna interconnessione tra i due canali ma solo la gestione via software in wi-fi. Una schermata dall'App desktop in una configurazione di un certo momento durante il lungo test. Stavo ascoltando un album in stereo, mentre in un'altra stanza ne andava un'altro. Meraviglia delle meraviglie, tutti gli speaker vengono visti come renderer di rete anche da server più evoluti. Qui la mia installazione di JRiver Media Player versione 26 che sta mandando sulla coppia di Play:5 in stereo un brano presente sul mio NAS registrato in alta risoluzione. Operazione effettuata con due click e nessun ritardo di risposta. Fantastico ! Conclusioni : Mentre riepilogo le mie impressioni su questi speaker Mark Knopfler e la sia chitarra intonano le prime note di Brothers in Arms. Il volume è a 2/3. Ho incrementato un filo i bassi e ridotto di altrettanto gli alti. E' inserito il Loudness. Il risultato è credibilissimo e godibilissimo. Anzi, abbasserei un pochino il volume perchè è addirittura troppo in casa. Sto suonando il disco dallo streaming di Qobuz e il mio abbonamento. Ma potrebbe essere residente ovunque in rete. Oppure intercettato in una radio online (è attivo un servizio radio da Sonos, per esempio). Con il dito cerco tra i miei preferiti, l'ultimo disco di jazz vocale di Silje Nergaard e la sua voce compare nel tempo di premere, chiarissima, in avanti, con il piano indietro. Il suono resta di tipo "monitor" che può o meno incontrare i gusti dell'ascoltatore. Io ho sempre gradito questa impostazione e quindi sono soddisfatto. Altri dovrebbero ascoltarlo in uno showroom se è possibile. Almeno prima di fare l'investimento completo di due speaker e subwoofer e dotarsi in un colpo solo di un impianto che toglie dai piedi ogni forma tradizionale di amplificazione/conversione/cavetteria/discoteca. Giusto per la spesa complessiva da affrontare, non indifferente. Ma a livello di singolo speaker e per avere un suono pieno e corretto, concreto su ogni tipo di programma musicale e per ogni tipo di sorgente, sinceramente consiglierei ad occhi chiusi chi abbia esigenze di potenza e diffusione superiori al già generoso One. Io francamente non sono riuscito a trovare nemmeno un difetto. Sarà che avevo aspettative abbastanza basse (per esperienze precedenti) e questi apparecchi le hanno superate di diversi ordini di grandezza. Sarà che io sono poco sofisticato nelle mie esigenze che sono semplicemente quelle di poter ascoltare quello che voglio, nel momento in cui ne ho voglia, senza dover fare operazioni noiose e con la certezza di una risposta immediata al mio "comando". Mi hanno segnalato che mentre io provavo questi, Sonos ha aggiornato il catalogo e c'è stato un avvicendamento. Il Play:5 è diventato Play Five. Stessa estetica ma con la disponibilità anche del bianco/grigio. Hardware potenziato coerentemente con gli altri dispositivi della nuova generazione. Per giugno è annunciata anche una nuova versione dell'App con una piattaforma annunciata. A testimonianza della cura e dell'impegno di Sonos a mantenere up-to-date la sua linea di prodotti. Insomma, in estrema sintesi, esperienza pienamente positiva.
  4. Florestan

    AKG K712 Pro

    AKG K712 Pro Le AKG K712 Pro rappresentano ancora oggi il prodotto di fascia media appena inferiore alle due, inarrivabili (per prezzo) ammiraglie serie 8. Anche se si trovano a prezzi molto inferiori, scontando il fatto che la presentazione oramai risale ad almeno 6 anni fa, il prezzo di lancio era intorno ai 450-500 euro. Di fatto sono, almeno per estetica, la versione per utilizzi professionali delle K701/702, appena precedenti. Ma sono molto diverse per costruzione e stile dalle classiche AKG che popolano tutti gli studi televisi e radiofonici del mondo. AKG Reference Headphones : di fatto, a parte i colori, del tutto identico alle K701 anche nei dettagli, come il numero di matricola, le fettucce in plastica trasparente che fanno da elastico tra l'archetto e i padiglioni. Stesso discorso per le due guide di scorrimento tubolari. ma come K812 e K872 sono costruite in Slovacchia, non in Austria (mentre i modelli consumer sono fatti in Cina). Diversamente dai modelli da Studio (tipo le inossidabili K240) l'imbottitura per le orecchie è vellutata e non in similpelle. Alla lunga cede e si ammoscia con l'uso. Ma sono chiaramente sostituibili. alla fine se proprio vogliamo trovare un vero elemento PRO è il cavetto staccabile, lungo una esagerazione, di un arancione vivace che si collega al lato sinistro con un una spina a tre PIN (non XLR) che permette esclusivamente un attacco sbilanciato. dall'altro lato un bel connettore dorato 3.5/6.3mm a vite, ben fermo. se piace l'estetica, non sono poi male. All'apparenza sembra che si debbano rompere al primo impiego ma è una sensazione comune per tutte le AKG non destinate agli studi di registrazione. Alla prova dei fatti le mie hanno tanti anni e resistono bene (non parliamo della K340 che il mese prossimo festeggiano i 37 anni di attività). fin qui l'estetica. Adesso le caratteristiche di targa dichiarate dal produttore : tipo : aperto, sovra/circumaurale sensibilità : 105 dB SPL/V impedenza : 62 Ohm cavo : staccabile con connettore a tre pin, lungo 3 metri potenza massima : 200 mW peso : 235 grammi applicazioni : studio-mixing, ascolto hi-fi Nel complesso nulla di diverso dal solito per chi conosce AKG. L'impedenza appena più alta del solito non costituisce comunque un problema per nessun dispositivo e la sensibilità offerta compensa un pò la potenza massima non proprio esaltante. Un aspetto che nell'ascolto verrà messo in evidenza. MISURE : al mio "banco di misura" volante hanno mostrato una risposta in frequenza molto estesa fino in basso, un evidente rigonfiamento intorno ai 280 Hz e un'andamento molto tormentato e ondulato sui medi e sugli alti. In particolare un grosso avvallamento sui 1300 HZ e poi una serie di esaltazioni e di attenuazioni che fanno salire la sensibilità della criticissima gamma 2K-10K moldi decibel sopra alla linea mediana. L'ascolto e soprattutto il confronto incrociato con altre cuffie di diversa impostazione hanno confermato l'impressione di grande estensione verso il basso ma con una decisa mascheratura dell'estremo inferiore da parte di un medio-basso troppo gonfio: E una freddezza generale che caratterizza molto ogni registrazione di ogni genere, soprattutto sulle voci e sugli strumenti ad arco e a fiato che suonano nelle gamme tra i 1000 e i 5000 Hz. Mentre è meravigliosa l'ampiezza dell'immagine sonora offerta, per nulla concentrata dentro la testa ma molto proiettata all'esterno. Per cuffie di questa fascia di prezzo si vedono potenzialità interessanti ma l'ascolto "fuori dalla scatola" può risultare deludente. Anche a me che, per affetto, sono sempre stato un estimatore del marchio austriaco. Ma per fortuna che oggi abbiamo a disposizione strumenti che ci aiutano a migliorare ciò che di buono c'è di base, attenuando difetti ed asprezze, sempre presenti in ogni paio di cuffie (teniamo a mente che non esistono le cuffie perfette, nemmeno quelle da 20.000 euro sono altro che dei compromessi più o meno spostati verso l'alto). EQUALIZZAZIONE : Se è vero che con l'equalizzazione non si può cambiare totalmente il carattere di un trasduttore, è sempre possibile allinearlo almeno all'ideale. Qui ho operato come al solito, impostando un target che allinea la risposta con un andamento calante dai 1000 Hz in su, cercando di eliminare per quanto possibile i picchi. Con un numero relativamente ristretto di filtri parametrici (frequenza, ampiezza, guadagno) é stato possibile ottenere un buon risultato. In questo diagramma vedete in blu il target (curva Harman che flette da 1000 Hz in su e "vorrebbe" crescere da 100 Hz in giù), in verde più scuro la risposta originale, in verde più chiaro quella corretta. Le impostazioni inserite del DPS studio di JRiver 26 i filtri calcolati da REM con queste impostazioni, le note di ascolto. ASCOLTO : attivando e disattivando la correzione il differente modo di porgersi delle cuffie salta immediatamente all'occhio. Resta l'impostazione mitteleuropea ma il basso adesso non è più mascherato ed arriva fino in basso. E' evidente sia nel pedale della Passacaglia di Bach (Koopman, Teldec) che nel terzo movimento della 5a di Beethoven (Chailly, Decca) nei passaggi tra le varie sezioni degli archi. Ogni nota, ogni strumento, ogni voce è al suo posto. Togliendo i filtri aumenta il frastuono e il volume di suono ma si perde buona parte del dettaglio. La voce barocca è limpida e ben caratterizza, non in evidenza come in certe planari o nelle elettrostatiche ma credo che nessuno cercasse questo, almeno che nessuno tentasse di trapassarci i timpani. E qui la dolcezza é il tratto distintivo, tanto che si va ad alzare il volume fino a limiti poco raccomandabili (Anne Sofie Von Otter, Monteverdi, "Si dolce e l'tormento"). Tornando su generi più energetici, la Valchiria nella indimenticabile performance di Karajan con i Berliner è esemplare e si può assistere all'esplosione di tutto l'arco orchestrale con una performance quasi da diffusori e non da cuffie. Qui veramente questo trasduttore ha pochi rivali in questa fascia. Contrabbassi rugosi, potenti, in evidenza. Ed ecco che arriva Sigmund, ferito e braccato ... Stessa impressione di potenza, di estensione sia in frequenza che in ampiezza, per il classico dei Dire Straits, Brothers in Arms. La voce di Knopfler è leggermente roca ma non troppo. Ma è il fronte proprio ampio che soddisfa le orecchie. Togliendo i filtri sembra che le cuffie si dividano in due, e che la destra non sappia cosa sta facendo la sinistra. Buono il pianoforte anche se manca un pò della possanza che si vorrebbe ascoltare quando Giltburg va alla marcia nel 23/5 di Rachmaninov. In generale - con l'equalizzazione - diventano cuffie raffinate, con una grande estensione in frequenza e senza più caratterizzazioni. Ottime per ascolti prolungati senza alcun accenno di stanchezza. Non hanno quella magia che si può trovare in oggetti superiori e in questo non c'è da meravigliarsi. Senza equalizzazione il suono invece è, senza troppi mezzi termini, sgangherato, e l'orecchio educato dopo pochi minuti si renderà conto che la risposta non è del tutto adatta ad un ascolto hi-end. Non saprei dire se certe scelte siano state fatte per cause tecniche indotte dal driver impiegato o se invece sia ricercato per favorire determinati ambiti (il missaggio ? Non ho esperienza al riguardo). Se posso dire però, per un modello pro, la tenuta in potenza è un pò limitata. Non in termini assoluti ma con l'equalizzazione ovviamente sia l'amplificatore (e con il mio non ci sono problemi) che il driver è sollecitato in determinate frequenze e qui può capitare di sentire qualche accenno di clipping. A volumi elevati, certo, ma con questo tipo di curva il livello deve essere quasi pari "al vivo", altrimenti si perde tutto il bello. COMFORT : Leggerissime, non pesano sulla testa nemmeno per ore. I padiglioni però poggiano leggermente sulle mie orecchie e questo alla lunga mi infastidisce. Il peso è comunque ben distribuito, senza squilibri. Nessun problema nemmeno in termini di calore o sudore. CONCLUSIONI : Sinceramente il termine PRO mi pare non del tutto meritato, così come il prezzo di listino richiesto, invero eccessivo e non giustificato se non dall'estensione verso il basso dei trasduttori. Cosi come arrivano le cuffie non mi sembrano soddisfacenti per un ascolto hi-end e l'equalizzazione mi pare indispensabile. Una volta "domata" la risposta, il discorso cambia e diventano un oggetto raffinato per intenditori. Nella musica con un ampio fronte stereofonico ed alta dinamica, specie con passaggi su frequenze ad ampio spettro, sono cuffie spettacolari. A costo di tenere il volume su livelli al limite della salute delle vostre orecchie e della tenuta dei driver in determinati momenti. Al prezzo cui vengono offerte oggi, però, possono costituire un affare, magari anche solo per aggiungere una AKG alla vostra collezione. Io ce le ho ed ho intenzione di tenerle per quando ho voglia di un sapore diverso dalle mie solite planari
  5. Quando mi hanno detto, scegli tu dal catalogo dei prodotti Sonos (link allo store - ricordo che questo sito non è sponsorizzato) cosa vuoi provare, mi sono sentito come da bambino quando mi fermavo davanti alla vetrina del mio negozio di giocattoli preferito e chiamavo la mamma perchè me ne comprasse una, sapendo che le avrei volute tutte. Ho voluto cominciare con il piccolo One Gen. 2 che si presenta come un cilindro molto stilish che può tranquillamente essere ambientato in un arredamento moderno e che vedete qui sopra in un angolo del mio attuale "garage", giustappunto tra un paio delle mie rosse preferite. Partiamo dalla confezione prima di capire cos'è e di parlare più a fondo di cosa possa offrire dal punto di vista musicale. Perchè avrete capito che non è una lampada da tavolo e nemmeno una radiosveglia Scatola di cartone con inserti cartonati secondo il trend ecologista di oggi. Anche l'involucro di protezione del diffusore è in tessuto e viene tenuto chiuso da un adesivo nero griffato Sonos. eccolo qua "scartato". Dietro, l'unica connessione, una presa ethernet standard e il pulsante di "connessione" al mondo wireless. l'unica cosa da "montare", sul fondo, la presa di corrente. L'alimentatore è interno e questo è un doppio vantaggio. Non ci sono aggeggi ingombranti in giro - che già per casa ce ne sono anche troppi - così il sistema è proprio minimal (il diffusore con il suo cavo e stop), e poi il trasformatore e i circuiti di alimentazione sulla base, contribuiscono al peso (consistente) dell'oggetto e abbassano il baricentro per eliminare quasi totalmente i rischi di "ribaltamento" accidentale (e di conseguente possibile rotolamento) in caso di urto. lo spinotto va dentro a pressione, con tolleranza zero. E devo dire che rimuoverlo poi è un pò impegnativo tanto è solida la presa. Insomma non capiterà mai che la spina si stacchi e voi non sappiate perchè lo speaker non suona più ! il cavetto non disturba e sparisce del tutto, specie se mettete lo speaker a scaffale. il "welcome kit" è sostanzialmente inutile. Le istruzioni dicono l'unica cosa importante, che va alimentato con la corrente e che si deve scaricare l'App Sonos Controller per configurarlo via smartphone. in termini di dimensioni non può spaventare nessuno gli altri apparecchi Sonos sono certo più impegnativi : lo One posato su un Play:5, e qui sotto gli imballi relativi e controllarlo dopo averlo configurato è semplice, sicuro, sempre intuitivo anche nelle impostazioni più sofisticate. *** Allora, avrete capito che questo è uno speaker wireless intelligente. Sulla scatola è pure stampligliato un microfono e già vi verrà in mente a che pro. Insomma, è un piccolo cilindro musicale, bello come un carillon moderno ma certamente molto ma molto più flessibile. Quando vi arriva (potete ordinarlo online senza andarlo a cercare in negozio) la prima cosa da fare dopo averlo disimballato e collegato alla corrente, è installare l'App Sonos Controller sul proprio smartphone. Sinceramente non ho provato la connessione ethernet che credo sarà utile se la vostra rete wi-fi è ballerina, ci sono interferenze o se preferite usare la bella cablatura della vostra casa nuova per giustificarne la spesa. L'App esiste ovviamente sia per ambiente iOs che Android. E c'è anche la versione desktop per Windows e OS. Io ho fatto la configurazione iniziale con il mio iPhone 8 e devo dire che è stata semplicissima anche per uno refrattario del tutto a queste cose come è il sottoscritto (non riuscivo, ai bei tempi, nemmeno a programmare una cosa stupida come un registratore VHS per registrare i programmi di notte). A parte l'iniziale break dovuto al fatto che l'applicazione dava per scontato - usando un Apple - che io avessi una Airbase come sistema wi-fi mentre la mia rete è del tutto tradizionale, il sistema è riuscito a trovare lo speaker, a chiedermi le informazioni per connetterlo in rete (la mia è protetta da password per evitare intrusioni indesiderate) e lo ha messo in linea creandosi una sua rete temporanea al volo da se. Durante l'impostazione vi viene persino chiesto di usare lo smartphone per misurare la risposta audio del dispositivo nella posizione della stanza in cui l'avete installato. Se guardate il video esplicativo vi viene un pò da ridere (bisogna letteralmente girare attorno allo speaker agitando la mano che regge lo smartphone su e giù per valutare il campo generato da un segnale di base che non è esattamente rumore rosa come è abituato a chi lavora in campo audio). Ma funziona. E tutte le operazioni durano pochi minuti senza richiedere né fatica né competenze particolari. Non ho idea di quali correzioni apporti ma i dsp oggi fanno miracoli, sia in campo hardware che audio, quindi mi fido. E qui l'hardware è di primordine. Infatti, non a caso, parlandone ad altri, l'unico riferimento che mi viene in mente è Apple. Sia per la costruzione di livello superlativo, che per i materiali utilizzati. Ma anche per la confezione, l'imballo, tutti i dettagli. Soprattutto per il software. Si, il software perchè oltre ad essere (quasi) idiot-proof (la prova sono io !) è stabilissimo, affidabile, sofisticato e sempre pronto all'uso. Perchè non c'è nulla di più noioso di quando avete bisogno di ascoltare - subito ! - il vostro disco preferito e il sistema non risponde ... E non può essere altrimenti perchè lo speaker di suo ha solo un bottone posteriore per iniziare la ricerca della rete (si usa una volta sola o quando l'App lo richiede) e un paio di tasti superiori. Uno è il Play/Stop, in mezzo, gli altri due sono il volume, Up e Down. Sinceramente però io li avrò usati solo una volta per vedere la risposta e per sentire il bloimp! di conferma del comando. perchè si più presto via App, che è rapidissima da usare in touch ma anche nella versione desktop, via mouse Riporto di seguito qualche screenshot del mio iPhone in un momento in cui ascoltavo Miles Davis con i tre diffusori Sonos in prova configurati in modalità "party", con i due grandi in stereo frontale e il piccolo One dietro, come se fosse un surround. Il tutto configurato con un click e perfettamente sincronizzato tra le stanze. Lo One simulava la Biblioteca, il gruppo degli altri due, la Camera da Letto (uno dei due è stato per qualche giorno la Cucina). due schermate delle opzioni di configurazione del sistema e delle impostazioni generali e di dettaglio i miei album "preferiti" nella mia biblioteca su Qobuz, e i servizi che ho abilitato (una libreria di file del mio pc, Amazon Music e Qobuz, per l'appunto in cui sono abbonato allo streaming unlimited). configurare un servizio aggiuntivo è un gioco da ragazzi, basta ricordarsi account e password e si entra nel servizio e si può ricercare la musica, ritrovando i propri album favoriti e le proprie playlist. Che sono ovviamente condivise su ciascun dispositivo in cui gira l'app, sia esso il tablet, il pc, il Mac o l'iPhone. Gli speaker si "risvegliano" al volo (o meglio, si dovrebbe dire che non dormono mai) passando da una stanza ad un altra. Il wi-fi pesca anche a distanza abbondante (ho provato a portare lo One in taverna, due piani sotto la basetta del wi-fi che è potente ma spesso altri dispositivi fanno fatica oltre i 10 metri di distanza). Spostare uno di questi apparecchi da una stanza costa solo la fatica di collegare la presa di corrente. E dopo un attimo lo speaker suona. Anche ripartendo dal punto in cui avevamo interrotto il brano quando ci siamo spostati. due schermate dell'App Sonos Controller in versione desktop. Potendo sfruttare la maggiore superficie e le varie sotto-finestre per poter selezionare sorgenti, playlist, album, singolo brano, con tutto a portata l'occhio è certamente molto ma molto più comodo del concentrato di comandi dello smartphone. Ma in fondo è solo una questione di abitudine e di attitudini. Io sono un uomo da desktop, sempre. Tutti gli speaker connessi vengono anche visti come renderer audio da eventuali media-server in vostro possesso. Io ad esempio li ho visti subito con JRiver e li ho fatti suonare anche da li usando direttamente la mia biblioteca musicale residente su una NAS senza che l'App Sonos e gli speaker stessi sapessero cosa stava succedendo (loro pensavano ingenuamente di essere connessi con una radio). Sottolineo che al di là della facilità di utilizzo, di impostazione, della naturalezza dei passaggi che annullano totalmente la necessità di leggere manuali o cercare dritte e scorciatoie su forum ed help-line, c'è l'assoluta stabilità del sistema che non perde mai un colpo e in nessuna circostanza si ferma o si blocca. Non saprei cosa chiedere di più al riguardo. In un mese di utilizzo quotidiano lavorando in "smart-working" non ho avuto un singolo crash nè un momento di break di musica se non per momentanei blocchi della fonte, Qobuz ma non a causa di hardware o di software Sonos. Solo un accenno al simbolino del microfono che campeggia sullo speaker e sulla confezione. Questo è un apparecchio intelligente che può essere pilotato anche a voce, abilitando la procedura con l'app relativa e potendo poi comandare da qui Alexa piuttosto che altri sistemi che interpretano i comandi vocali tipo Google. Io li non ci sono ancora arrivato. Nemmeno in automobile. Ma in futuro certamente mi sentirò meno idiota a parlare con un "macinino" e lo troverò naturale, magari deciderò anche che fare la spesa all'Esselunga evitando la cassiera e facendomi il conto da solo con il lettore di codici a barre sia "in". Per ora ancora no ... Bene, ma il suono ? Ecco, mi aspettavo la domanda. E' ottimo. Questo è un sito dove si parla di musica colta ben riprodotta. Quindi la musica e il suono sopra a tutto. Allora, spendo solo due parole su questo fronte, perchè non essendo provvisto di un ingresso analogico a filo, non ho trovato un modo creativo di misurarne la risposta in frequenza. Però conosco bene l'efficacia e l'efficienza degli amplificatori in classe D odierni e la capacità dei DSP di manipolare la risposta di driver anche di ridotta dimensione. Non ho trovato specifiche dettagliate ma questo "cosino" si permette di avere due vie con due driver separati (mid-wooferino e tweeter) e due amplificatori separati con crossover dedicato, oltre alla circuteria di pilotaggio. Ed ha un controllo della risposta in campo vicino e del loudness di primordine. Al di là delle sofisticherie dell'Airplay e del controllo vocale, della rete e di tutto quando fa spettacolo : il campo sono è eccezionalmente elevato per un apparecchio alto 15 cm e largo 11. sonorizza riccamente qualsiasi stanza, magari non a livello party (per quello ci sono altri speaker nella gamma Sonos) ma abbastanza da sentirci anche il rock a volumi che a 3/4 di volume danno fastidio alle orecchie non è stereo ma lo scopo di questo apparecchio in installazione singola non è certo quello il suono è chiaro, cristallino, forte, dettagliato (in questo momento sto ascoltando Free Hand dei Gentle Giant ad un volume persino fastidioso) certo non può esserci il basso profondo di una cassa reflex con un woofer da 12'' (c'è solo l'illusione del basso, sarà tagliato a 100 Hz al massimo) ma può bastare il rapporto con le dimensioni e il prezzo è certamente premiante, pur parlando di un sistema di fascia premium che non costa pochissimo ma secondo me costa il giusto Se a questo aggiungiamo un servizio di primordine di post-vendita (l'App si aggiorna con maggiore frequenza del mio iPhone ed aggiunge nuove funzionalità oltre a correggere bugs o problemi di cui nemmeno ti eri accorto), la garanzia e l'assistenza che può offrire un player nazionale conosciuto come Nital, il prezzo al netto di campagne promozionali (credo sia di listino 229 euro), appare persino conveniente, tanto da consigliarne l'acquisto come dispositivo di riproduzione musicale di qualità "quasi" audiophile quando l'ascolto non sia esageratamente critico. Idealmente per stanze secondarie, come la cucina o il locale hobby. Anche perché, come dicevo all'inizio, nella gamma ci sono altri apparecchi e la possibilità di estendere la risposta in basso con un notevole subwoofer. la garanzia offerta da Nital Spa Insomma, non mi aspettavo una tale qualità sia sul piano costruttivo già a partire dalla confezione e dei dettagli, sia su quello software, che spesso in altre realizzazioni concorrenti e solo una promessa più che un effettivo risultato. *** Due parole infine su Sonos. E' una società americana fondata nel 2002 a Santa Barbara e vanta una lunga collaborazione nel campo dei sistemi di sonorizzazione ambientale con connessioni cablate e wireless di tipo WLAN anche con giganti come Ikea. Al momento ha in catalogo speakers, subwoofer, amplificatori, soundbar, sistemi portatili a batteria. Le soluzioni intelligenti di Sonos sono state premiate al CES di Las Vegas e l'hanno fatta affermare sul mercato tanto che nel 2017 ha sfiorato il miliardo di dollari fatturato. Insomma l'alta tecnologia nello stile occidentale per l'audio del 21° secolo. Giustamente scelta da Nital Spa che ne cura la distrubuzione in Italia per l'alto livello tecnologico offerto nelle sue soluzioni.
  6. Florestan

    HIFIMAN HE400i V2

    HIFIMAN HE400i V2 Sono a lungo stato attratto da queste cuffie, sin dalla prima edizione del 2014 se non ricordo male. L'arrivo delle Sundara che idealmente le sostituiscono ha fatto calare i prezzi ad un livello tale che non potuto cedere alla tentazione. Infatti io ne ho approfittato ed ho comprato direttamente dallo store HIFIMAN un modello aggiornato (la i sta per improved) e nella versione 2. Gli aggiornamenti rispetto alla prima versione sono tanti e tali che rendono del tutto insensato l'acquisto della precedente. Innanzitutto è stata migliorata del tutto la meccanica, con il nuovo archetto molto più robusto e ci sono i nuovi pad. Sono anche stati cambiati i connettori del cavo di collegamento che non hanno più la vite ma dei normali spinotti. Ho atteso di rodarle per oltre sei mesi, ascoltandole in parallelo alle mie HIFIMAN Arya - le mie cuffie di riferimento attuali - e per un breve periodo di tempo, alle HIFIMAN Sundare (due modelli di cui ho parlato già). Confermo l'impressione di fondo, tolte le elettrostatiche (sono un estimatore delle cuffie Stax da quando ... ascolto musica ... una quarantina di anni, insomma) non c'è storia tra le cuffie magnetoplanari e la gran parte di quelle tradizionali. Almeno per quanto riguarda la musica classica o in generale quella acustica. il nuovo archetto, molto più robusto, è simile a quello delle Sundara il cavo stock è di ottima qualità, probabilmente le cuffie si gioverebbero di un cavo bilanciato, ma vista la proporzione di spesa non ho ancora pensato di fare l'upgrade il connettore di collegamento sulla presa sbilanciata del mio Audio-GD R28 anche i padiglioni sono stati migliorati e pure le protezioni metalliche esterne, molto robuste. Dovrebbe essere passato definitivamente il tempo in cui molti utenti lamentavano rotture meccaniche delle prime HE500 ed HE560 delle prime serie. ASCOLTO Cominciamo come di consueto dalla misura della risposta in frequenza (un canale solo) misurata tramite i microfoni Minidsp Ears e il programma REW risposta in frequenza distorsione noterete una notevole risposta lato basse frequenze, il classico avvallamento intorno ai 1800 Hz e l'aumento di sensibilità alle alte frequenze. Alla prova di ascolto ho avuto conferma di questa misura, ottenendo un suono piuttosto pieno sulle basse, appena indietro sulle voci, con altissime frequenze in evidenza (almeno quando nel programma musicale c'é musica così in alto). Nel complesso non ho avuto un reale bisogno di equalizzarle (sebbene abbia preparato una classica compensazione della risposta secondo lo standard Harman), salvo alle volte rialzare i 1500 Hz ed attenuare un pò le altissime. A differenza delle Sundara che ho trovato sin da subito piuttosto secche, magre ed aspre, queste cuffie sono molto gradevoli all'ascolto e prediligono la musica sinfonica, il pianoforte e il jazz acustico. Non sono il massimo per la voce femminile e per la musica cameristica, ma la tonalità scura e tendenzialmente grassa della risposta me le fanno ampiamente preferire alle più recenti Sundara, migliori sul piano della costruzione, più stancanti (senza equalizzazione) su quello dell'ascolto. Come sospettavo, con le Arya non c'è confronto, e naturalmente non c'è nemmeno con le mie Stax SR404S, almeno sulle voci e sugli archi nella cameristica. Ai prezzi attuali le ritengo comunque un affarone, dato che è ancora possibile trovare almeno oltreoceano degli esempali nuovi di magazzino a prezzi eccezionali (al lancio erano sui 400 euro e anche di più, in linea con il prezzo attuale delle Sundara). CONCLUSIONI PRO suono abbastanza ben bilanciato, importante, sostenuto da un basso ben esteso e potente, non troppo aggressive sulle alte, voci indietro costruzione migliorata rispetto alle prime versioni prezzo/qualità imbattibile l'estetica è degna di cuffie di fascia superiore e più importante CONTRO il padiglione è piccolo, quello delle Sundara è più comodo. Io non ho orecchie grandi ma dopo un pò mi danno fastidio perchè mi sento "costretto" ed afflito e corro a rimettermi le mie Arya la sensiblità è bassa e sebbene l'impedenza sia da considerare facile da pilotare, richiedono una amplificazione capace e importate (non risparmiate MAI sull'amplificatore per le cuffie e prendete sempre uno che possa pilotare anche cuffie ben più complicate delle vostre) non sono cuffie da effetto wow e come - imho - tutte le magnetostatiche, non sono adatte ai generi elettronici e più moderni che si gioveranno sempre di monitor dinamici molto sensibili
  7. Sándor Veress, Trio per archi. Bela Bartók, Quintetto per pianoforte. Vilde Frang (violino), Barnabás Kelemen (violino), Lawrence Power (viola), Nicolas Altstaedt (violoncello), Alexander Lonquich (pianoforte). Alpha, 2019 *** E' sempre bello quando il caso ci fa fare scoperte interessanti! Ho ascoltato questo disco più che altro spinto dalla curiosità per il quintetto di Bartók e sono invece rimasto folgorato dal Trio per archi di Sándor Veress, compositore ungherese poco conosciuto, che probabilmente meriterebbe maggiore attenzione. Veress fu allievo di Bartók e Kodaly all'Accademia di Budapest e sostituì quest'ultimo alla cattedra di composizione fino al 1949 anno in cui preferì trasferirsi a Berna, per sottrarsi alle imposizioni del regime comunista, dove insegnò composizione e visse fino alla morte, avvenuta nel 1992. Tra i suoi allievi vi furono György Ligeti e György Kurtág, ma anche il celebre oboista e poi direttore d'orchestra Heinz Holliger, che si è fatto promotore delle composizioni di Veress. Davvero bello e intenso il Trio per archi, in cui Vilde Frang, Lawrence Power e Nicolas Altstaedt si tuffano con straordinaria partecipazione e bravura. E' una composizione del 1954 in due movimenti, ricca di contrasti e momenti sorprendenti. Mi ha appassionato di meno il quintetto per pianoforte di Bartók. Si tratta di una composizione giovanile (1903-1904, Bartok aveva 22-23 anni) che viene eseguita di rado, ma non per questo non interessante. E' un lavoro denso, appassionato, di chiara ispirazione romantica e con forti echi brahmsiani. Si ascolta molto volentieri. La mia perplessità è legata solo al fatto che non ha proprio niente a che vedere con il Bartok che conosciamo. Se fosse stato il lavoro di un altro compositore, probabilmente lo avrei apprezzato di più, sapendo invece che l'autore è Bela Bartók, mi viene invece da considerarlo per quello che è: un lavoro giovanile, bello, per carità!, ma anacronistico e avulso dal corpus delle composizioni per le quali l'ungherese è entrato nella storia della Musica. Ad ogni modo questo disco, realizzato in collaborazione con il Festival internazionale di musica da camera di Lockenhaus, ha il grosso merito di proporci due autentiche rarità, eseguite alla perfezione da un gruppo di ottimi artisti. E mi ha lasciato con la voglia, che appagherò al più presto, di andare ad ascoltare altre composizioni di Veress!
  8. Florestan

    HIFIMAN Arya

    le mie HIFIMAN Arya sulla loro base in legno, cavo custom terminato XLR Neutrik Susvara, Ananda, Sundara, Arya. Non indago sull'etimologia sanscrito di questi termini che per me sono solo bellissimi nomi di altrettante bellissime donne. In fondo, mi andava benissimo anche la tradizionale denominazione numerica, HE400, HE500, HE5, HE1000. Senza esotismi alla Trono di Spade. Ma Arya a me ricorda l'aria, in italiano, l'elemento in cui viviamo, che respiriamo. E trasparente come l'aria é il suono che producono queste cuffie. Nel catalogo delle cuffie magnetoplanari HIFIMAN, questo modello si piazza oltre le Sundara e le Ananda, e al di sotto delle HE1000 e delle Susvara. Probabilmente per fascia di prezzo, vanno a sostituire le Edition X. Ed è questo che mi ha incuriosito alla loro presentazione lo scorso autunno. Per la forma dei padiglioni che riproducono la sagoma delle orecchie ricordano i modelli di mezzo - da Ananda ad HE1000 - mentre i modelli agli estremi hanno il normale padiglione circolare. la forma ovoidale del padiglione delle Arya é asimmetrica e segue il profilo delle orecchie umane, senza mai toccarle che segue in modo asimmetrico la sagoma delle orecchie anche all'interno. In effetti, ero alla ricerca di un trasduttore che potesse affiancare e poi sostituire le mie venerande Stax Lambda SR404 Sn che cominciano a mostrare i loro anni. Anche quelle - pur con la loro forma rettangolare - assecondano la forma delle orecchie senza mai toccarle. E sono gli oggetti più comodi da indossare a lungo che io abbia potuto provare. Non che le cuffie con il padiglione tradizionale non possano esserlo. Potrei tenere in testa le AKG 712 per tutto il giorno senza provare alcun fastidio. Ma il suono ... non sarebbe di questo livello. Mentre scrivo sto ascoltando la nuovissima registrazione della 7 sinfonia di Shostakovich con Andris Nelsons alla testa della sua Boston Symphony e il suono mi avvolge. dalla letteratura HIFIMAN, l'uso di circuiti asimmetrici e di diaframmi ancora più sottili contribuisce ad una riproduzione più lineare e naturale. Non ne ho le prove scientifiche ma le mie orecchie mi danno la stessa testimonianza. Ma torniamo all'oggetto : Confezione la classica scatola nera con l'indicazione del contenuto, uno scatto ravvicinato che rivela il nome del modello, la scritta bianca su fondo nero a destra foam di protezione, tessuto "setoso", manuali. ho acquistato il mio modello online da Playstereo senza nemmeno prima ascoltarle, lo scorso Natale 2018 eccole qui, appena uscite dalla scatola, poggiate sulla "seta" che le avvolge nella scatola. Il cavo però è già il mio specifico, costruito apposta per loro in Inghilterra. Costruzione Salta subito all'occhio che l'archetto è analogo a quello degli altri modelli HIFIMAN di ultima generazione, in metallo, ben articolato e regolabile mediante guide e buchetti a scatto. La banda superiore è in finta pelle, morbida al tatto. Come lo sono i bordi dei padiglioni, morbidissimi. anche le Arya usano gli ultimi spinotti HIFIMAN da 3.5mm, doppi, uno per canale, consentendo il collegamento in modo molto semplice ma estremamente stabile l'esterno del padiglione è in metallo, molto robusto a protezione del driver, di nuova generazione, sottilissimo. Secondo HIFIMAN questo driver deriva da quello usato nelle HE1000. E c'è da crederlo mentre i rullanti della Boston accompagnano gli archi del primo movimento della "Leningrado" nella inesorabile marcia di avvicinamento delle truppe tedesche alla città dello Zar. l'inconfondibile sagoma frontale di questa classe di cuffie HIFIMAN. ripresa artistica, luce naturale : mi piace particolarmente che in questo modello HIFIMAN abbia mantenuto i colori in nero integrale, a differenza delle "cromature" di certi modelli superiori. Arya non ha poi così bisogno di impressionare nell'aspetto. Complessivamente la cura costruttiva sembra di livello elevato. I materiali di grande qualità. Siamo anni luce oltre le mie Stax in tutta plastica. E anche ben al di sopra delle HIFIMAN Sundara che comunque possono vantare dalla loro, un prezzo decisamente più abbordabile. Ma andiamo al dunque, perchè le cuffie possono essere bellissime ed essere ben costruite (e queste, secondo me, sono al di sopra di ogni sospetto) ma se poi non suonano come ci aspetteremmo ... ? Suono risposta in frequenza calibrata, misurata con i miei microfoni miniDSP Ears. Di sopra il solo canale destro, sotto i due canali sovrapposti. Le differenze, limitate alle medie e alte frequenze, sono dovute alla differente posizione del padiglione sul supporto. Gli EARS hanno superficie dura, ben diversa dai lati delle nostre teste. Le Arya affondano nella nostra pelle e quindi sono certo che non sia effettivamente misurabile la reale risposta. Ma allo stesso tempo sfido chiunque sia in grado di apprezzare differenze - anche ampie - nella risposta, non nell'ampiezza, tra i due canali a 8 o a 11.000 Hz. Resta comunque la regolarità della risposta complessiva dal basso fino al medio, con il solito avvallamento - non pronunciato come su altri modelli - intorno ai 1800 Hz, che poi riprende senza alcun picco fino a 4000 Hz. Ben più tormentato invece l'andamento alle altissime frequenze, quelle in cui di musica generalmente non ce n'è più e dove le nostre orecchie perdono inesorabilmente di sensibilità. Al confronto le mie Stax hanno un largo picco ben pronunciato proprio dove le Arya hanno l'avvallamento sui medi e il basso è ben meno esteso ma un pò più gonfio prima di calare. E all'atto pratico ? Adesso c'è lo Stradivari di Janine Jansen e il secondo movimento del secondo concerto di Prokofiev che suona. Il violino è in evidenza, ma mai aspro, salvo sulle altissime come deve essere, un pò vetroso. I bassi entrano con chiarezza, senza colorazioni. Veloci e leggeri. La naturalissima voce di Simone Kermes - "Se pietà" di Handel - è resa in modo naturale ma con tutte le sue sfumature e colore. Anche più chiara e pulita, ne "Ombra mai fu" di Bononcini, dove è accompagnata solo dal cello e dal liuto. E dove purtroppo si sentono in modo altrettanto chiaro tutte le sue E che diventano I ... Bellissima anche l'Orchestra Nazionale Russa con Pletnev che dirige l'integrale sinfonica di Chaikovsky. Non aggiunge verve al gelido uomo di Arcangelsk che si rifa però alla grande nella Cenerentola di Prokofiev. Qui le dinamiche sconvolgenti (pur in una normale registrazione 44/16) vengono risolte benissimo. Mi mancano i miei quattro 15 pollici in vetro nella stessa registrazione ma nessuna cuffia potrebbe sostituirli per dinamica e precisione, ad essere sinceri. mi spingo anche su brani moderni. La voce dell'ultimo Paul Simon (René e Georgette Magritte ha grandissimo garbo con le Arya) e quella di Sting che conosco benissimo (The Last Ship). Il jazz di "I may be wrong" - Till Bronner - voce chiarissima su un tappeto di percussioni. Mi accorgo che l'assenza di distorsioni mi ha fatto alzare troppo il volume e corro ad abbassarlo ... La performance qui è da diffusori elettrostatici ... con subwoofer. Queste cuffie peraltro consentono anche equalizzazioni con generose iniezioni di bassi ! Non che ne abbiano deciso bisogno però i gusti sono gusti. Tutto il test è stato condotto con il mio Audio-GD R28, all-in-one DAC+PRE+AMPLI di qualità al di sopra di ogni sospetto. Sinceramente io non sento il bisogno di cercare abbinamenti particolari ampli+cuffie con questo apparecchio dalla resa assolutamente neutrale e dalla grandissima capacità di pilotaggio. Le uso oramai da più di due mesi e le conosco molto bene, quindi un ultimo passaggio all'Handel di Natalie Dessay e al finale della 9a di Beethoven per Gunther Wand nell'edizione SACD Esoteric su base RCA per andare finalmente al giudizio complessivo : PRO ottima costruzione con l'uso di buoni materiali. In particolare la protezione dei padiglioni in metallo che evita il contatto con oggetti (fossero anche solo le mani) con i delicatissimi drivers. In ogni caso meglio avere cautela nel poggiarle suono di qualità elettrostatica su tutta la gamma. Il dettaglio è elevatissimo a tutte le frequenze in tutti i generi musicali, c'è ben poco da chiedere di più anche se mi viene la curiosità di sapere come possano suonare le Susvara, le Shangrilà o anche solo le Jade II dello stesso marchio per quanto possibile con le cuffie, l'immagine è aperta e non concentrata sul cranio. Passando rapidamente ad un altro dispositivo tradizionale (in questi giorni sto provando le Pioneer DJ HDJ-X10 che certo non sono pensate per queste "sottigliezze") la differenza è eclatante fatica di ascolto molto ridotta anche per lunghi periodi purchè non si ecceda con il volume ergonomia di livello assoluto, in particolare i padiglioni asimmetrici che seguono del tutto la forma delle orecchie. Non sono leggerissime ma il peso in testa quasi non si sente. Le mie Stax restano ancora più comode ma queste si avvicinano, pur con una robustezza di costruzione che le Stax semplicemente non avvicinano nemmeno CONTRO per 1600 euro, aggiungere un cavo bilanciato di qualità non avrebbe spostato l'equilibrio della confezione. Certo meno di un cash-back o di uno sconto flash, operazioni cui HIFIMAN oramai ci ha abituati. Io credo che i due cavi in opzione dentro alla confezione di tutte le cuffie da oltre 500 euro non dovrebbe essere ... una opzione. La differenza di suono e di dinamica è di tutta evidenza e chiunque dovrebbe avere un amplificatore in grado di sfruttare al meglio cuffie di questo genere. la bassa distorsione, i medi intorno ai 1800 Hz un pò indietro ma soprattutto la bassa sensibilità, portano a dover alzare il volume a livelli sostenuti, cosa che richiede un ottimo amplificatore a disposizione. Una ovvietà, quest'ultima per chi acquista cuffie di questo prezzo e di questa levatura ma da tenere in considerazione per la salvaguardia delle proprie orecchie. E' soprattutto per questo che tendo ad usare una equalizzazione digitale che allinea i medi ad una figura che mette in evidenza il basso profondo e smussa qualche asperità negli alti. In questo modo la risposta diventa assolutamente infinita e definitivamente ariosa. il cavetto in dotazione, ottimo, per carità, ma come seconda scelta. A mio parere nella stessa confezione dovrebbe essere offerto anche un secondo cavo bilanciato con un connettore all'altezza del sistema. Conclusione In estrema sintesi sono il mio nuovo riferimento e le cuffie che mi piace di più ascoltare tra quelle che ho in casa. Ne ho di più accattivanti per determinati brani, in fondo le Arya non sono fatte per stupire con effetti speciali ma per dare una risposta di qualità. Non sono in assoluto neutrali nel senso di strumento da laboratorio e di questo certo ci si giova nell'ascolta. Facendo un parallelo con altre HIFIMAN che conosco, trovo le HE400i più "divertenti", perchè meno neutre, le Sundara invece troppo fredde e dal suono secco, sinceramente le meno interessanti del trio. Il suono ha una impostazione morbida, più caldo nelle Arya, più esteso in generale ai due estremi. Naturalmente il repertorio di elezione deve essere quello acustico e con registrazioni di qualità. Ma su questo sito direi che si tratta di un dettaglio che possiamo dare per scontare. Mentre sto ascoltando il cembalo di un giovane Handel non riesco a staccarmene. E credo che questo possa essere il miglior complimento che si possa fare ad un paio di cuffie, certo non economiche ma che a mio avviso ripagheranno di ogni euro speso con ore e ore di puro piacere musicale. Consigliato un amplificatore/DAC di grande livello e in grado di erogare generose dosi di corrente, nonostante la bassa impedenza e - sempre - un collegamento interamente bilanciato con un cavo il più possibile neutro e lineare. Specifiche tecniche : impedenza : 35 Ohm sensibilità : 90 dB peso : 404 grammi
  9. Colour and light : Musica per pianoforte britannica del 20° secolo Delius, Lutyens, Dickinson, Hill Nathan Williamson, pianoforte SOMM RECORDINGS 2019, formato liquido 88.2KHz/24bit *** Confesso di provare grande interesse per la musica inglese del XX secolo. Dopo due secoli di silenzio - sostanzialmente dalla morte di Handel - il risveglio britannico di epoca vittoriana corrisponde alla fine dell'età classica europea, sostanzialmente con la Grande Guerra da cui l'Inghilterra e l'intera Europa non torneranno mai più indietro. Apprezzo però che salvo contaminazioni dell'ultimo periodo, i compositori inglesi manterranno per lo più un'anima originale - come i contemporanei russi - senza il timore di essere considerati antichi per non aver abbracciato, come il resto del continente, la dodecafonia viennese o la musica seriale. Questo disco rende onore una volta tanto al titolo programmatico di "colore e luce" ed interpretato dal bravo pianista Nathan Williamson su un grande Fazioli F278. Abbiamo musica che parte da Delius di inizio secolo, fino a Anthony Herschel Hill di cui sono presentate due opere del 1992 e del 1999. In mezzo composizioni di William Alwyn e Peter Dickinson degli anni '50 e '60. Un arco di tempo vasto con grandi mutazioni, conflitti, scenari differenti. William Alwyn (1905-1985) ha composto musiche per oltre 70 film anglo-americani, alcuni di grandissimo successo. La raccolta di 12 preludi (1958) che introduce questo disco è giocata nel suo stile tipico, che alterna melodico a dissonante. Di grande intensità con momenti veramente lirici e coinvolgenti, sono probabilmente il pezzo forte della raccolta. Non è un caso che siano stati un cavallo di battaglia del grande John Ogdon. All'estremo opposto, in chiusura di disco, la Litany e la Toccata di Hill (nato nel 1939), si tratta di musica attuale ma ben ancorata nella tradizione pianistica che va da Liszt a Prokofiev, in particolare la Toccata che non stenterei ad avvicinare a quella ... inavvicinabile di Prokofiev e che chiude in modo mirabile il disco (prima registrazione mondiale). Molto vicino allo stile di Ives, le cui influenze sono chiarissime, le variazioni Paraphase II di Peter Diskinson, del 1968 che si permette anche un omaggio a Erik Satie con una sorta di walzer della mattonella che porta alla toccata finale, percussiva e declamante. Più che variazioni, sono permutazioni, certamente per la felicità dei teorici della musica computazionale. Nathan Williamson è esemplare in tutto il disco e il suo è un sacro tributo alla musica che ha selezionato per questo ideale recital e alla tecnica pianistica che ha raggiunto oggi livelli per cui tutto sembra permesso. Timbro molto deciso della registrazione dove la potenza del Fazioli emerge con grande prepotenza. Richiede un sistema di riproduzione all'altezza per essere goduto. Nel complesso uno dei miei dischi di riferimento per questo 2019. Non per tutte le orecchie, naturalmente.
  10. Mozart, sonate per pianoforte K.280, K.281, K.310, K.333. Lars Vogt, pianoforte. Ondine, 2019. *** Le sonate per pianoforte di Mozart non sono probabilmente quanto di meglio il genio di Salisburgo abbia composto, ciò nonostante alcune di esse sono dei veri e propri gioielli e, nella loro apparente semplicità, rappresentano comunque una sfida per chi li esegue, che si trova costretto a scegliere delle linee interpretative ben precise. C’è chi le suona mettendo in evidenza l’aspetto rococò, elegante e lezioso, chi invece accosta all'equilibrio neoclassico delle raffinatezze timbriche che forse sarebbero più appropriate per Debussy. Il pianista Tedesco Lars Vogt, che qui esegue le sonate K.280, K.281, K.310 e K.333, segue un approccio più diretto e vivo, grazie anche a qualche libertà espressiva, e riesce a caratterizzare molto bene il diverso carattere di ognuna di queste sonate. Nella K.280, che risente ancora dell’influenza di Haydn nei movimenti veloci, ci stupisce il lungo Adagio per l’intensità emotiva e il senso di profonda tristezza che Vogt riesce a imprimere al brano. Se la K.281 scorre più spensierata, è la K.310 il cardine del disco. Vogt ne fa emergere con grande immediatezza l’elemento tragico, come poche altre volte ho sentito, pur mantenendo quell'equilibrio delle emozioni così tipico della musica di Mozart. Questa è la prima tra le sonate di Mozart in tonalità minore e deve il suo carattere così insolitamente concitato sia alle difficoltà del suo soggiorno parigino nel 1778, segnato anche dalla morte della madre, sia anche al desiderio di adattarsi, alla sua maniera, a uno stile musicale più drammatico in voga in quegli anni a Parigi. La K.333 è gioiello di grazia, eleganza e fantasia, con l’allegretto finale che prende a modello lo stile del concerto per pianoforte e orchestra. E' un disco che ho trovato molto convincente, con Vogt bravissimo nel far parlare in maniera diversa ciascuna della quattro sonate, ma sempre in modo vario e molto naturale, senza mai essere eccessivamente cerebrale o sofisticato. Difficilmente ascolto più di due sonate di Mozart di fila senza avvertire un po’ di noia, ma qui le cose sono andate molto diversamente e arrivato alla fine del disco l’ho riascoltato dall'inizio con molto piacere! Buona la qualità dell’incisione, disponibile anche in formato liquido a 48/24, e interessante anche il libretto, che contiene un’intervista a Lars Vogt su queste quattro sonate.
  11. Henri Dutilleux (1916-2013): - Sonate pour piano (1947–48) - 3 Préludes (1973-1988) - Mini prélude en éventail (1987) Pierre Boulez (1925-2016): - Notations (1945) - Une page d'éphéméride (2005) Olivier Messiaen (1908-1992): - La Fauvette Passerinette (1953) - Prélude (1964) Alexander Soares, pianoforte. Rubicon 2019 *** Che sorpresa questo disco di debutto del pianista inglese Alexander Soares! Anziché propinarci il solito repertorio da battaglia ottocentesco, Soares ha messo insieme un programma tutto novecentesco e tutto francese con lavori di Dutilleux, Boulez e Messiaen, tre autori molto distanti per quanto riguarda le scelte compositive, ma in qualche modo legati da un'origine, in senso ampio, comune. Il disco si apre con la straordinaria sonata per pianoforte di Dutilleux, probabilmente uno dei lavori più interessanti per pianoforte composti nel secondo dopoguerra (fu pubblicata nel 1948). Nonostante siano evidenti gli influssi di Debussy e Ravel, ma anche Bartòk e Prokofiev, questa sonata mantiene un linguaggio proprio e molto originale. Molto diverso da quello della sonata invece il linguaggio usato nei tre Préludes e nel Mini prélude en éventail, composti 3-4 decadi dopo, ma comunque molto interessanti. Si passa poi alle Notations di Pierre Boulez. Composte nel 1945, si tratta di 12 brevi brani di 12 battute su una serie di 12 note! Nonostante lo stile seriale e il compositore stesso possano mettere paura, si tratta di una composizione di grande fascino e probabilmente una delle più "ascoltabili" del compositore e direttore francese (i suoi fan mi perdoneranno!), diversamente dalla page d'éphémeride del 2005, che nel disco viene dopo le Notations, che mi lascia piuttosto freddo. Chiudono il disco la Fauvette Passerinette di Messiaen del 1953, opera riportata alla luce da Peter Hill nel 2012 (probabilmente pensata per il Catalogue d'oiseaux) e un breve Prélude del 1964. Alexander Soares dice di avere una grande affinità per questo tipo di repertorio, affinità che riesce a trasformare in un'interpretazione assolutamente convincente, resa con intensità, lucidità e coerenza. Guardando su internet ho trovato una video di qualche tempo fa in cui Soares promuoveva una raccolta fondi per permettergli di realizzare questo suo disco di debutto. Sono contento che i suoi sforzi abbiano avuto successo e che il disco abbia ricevuto un meritatissimo Editor's Choice della rivista Gramophone. Assolutamente meritato!
  12. Sergej Rachmaninov: - Morceaux de fantaisie, Op. 3: No. 2. Prélude in C-Sharp Minor - 10 Préludes, op. 23 - 13 Préludes, op. 32 Boris Giltburg, pianoforte. Naxos 2019 *** Il pianista israeliano Boris Giltburg negli ultimissimi anni si è dedicato all’incisione di molte opere di Sergej Rachmaninov. Non sappiamo se abbia intenzione di realizzare un’integrale, ma ad ogni modo siamo arrivati ormai al quarto disco, questa volta dedicato ai Préludes del compositore russo. Composti nell’arco di 18 anni e raggruppati in 3 diversi numeri d’opera, il famosissimo e isolato primo preludio in do diesis minore op.3 n.2 del 1892, i 10 preludi Op.23 completati nel 1903 e i 13 preludi op.32 del 1910, i Préludes rappresentano un insieme di brevi miniature che in realtà potrebbero essere considerate a posteriori come un ciclo unitario: alla pari dei 24 preludi di Chopin e di Scriabin, sono infatti composti in modo da abbracciare tutte le tonalità maggiori e minori, tuttavia il Rachmaninov concertista non propose mai la serie completa al suo pubblico. Il lungo periodo di tempo in cui furono composti permette di seguire l’evoluzione dello stile del compositore, a partire dal primo op.3 n.2, così amato dal pubblico che Rachmaninov non poteva terminare un concerto senza averlo suonato, passando per lo stile lirico e pienamente tardo-romantico dell’op.23, fino agli ultimi preludi dell’op.32 caratterizzati da un linguaggio più denso e complesso. Da un punto di vista interpretativo, ogni pianista che affronta questi pezzi, come anche altri di Rachmaninov, deve in qualche modo fare i conti con le registrazioni del compositore stesso. Rachmaninov ne incise infatti una manciata (8 per l’esattezza) che ancora oggi possiamo riascoltare. Il lascito discografico di Rachmaninov è stato infatti più volte ripubblicato e, nonostante siano incisioni effettuate tra gli anni ’20 e ‘40, la buona qualità di queste registrazioni ci permette di capire come mai il russo sia considerato uno dei maggiori pianisti del XX secolo. Oltre alla tecnica straordinaria, alla meravigliosa gamma di timbri, al suono potente o delicatissimo al bisogno, Rachmaninov possedeva anche un’incredibile sensibilità come interprete. Col passare degli anni i pianisti hanno imparato ad affrancarsi dalle letture di Rachmaninov stesso, com’è normale che sia. Si ricordano le interpretazioni fantasmagoriche e sfavillanti di Horowitz, quelle più severe di Richter, quelle celebri di Ashkenazy, che nel 1975 pubblicò per Decca la sua lettura dei Préludes, versione che viene ancora oggi periodicamente riproposta. In tempi più recenti il russo Nikolai Lugansky si è distinto negli ultimi 20 anni per le sue interpretazioni di Rachmaninov e proprio lo scorso anno ha inciso la sua versione dei Préludes per Harmonia Mundi. E’ vero che l’ardore che caratterizzava certi dischi del primo Lugansky (ascoltate gli Etudes-Tableaux per capire di cosa stia parlando!) nel corso degli anni ha lasciato il posto ha una passione molto più contenuta e se vogliamo austera, nonostante questo, però, avevo trovato il suo ciclo dei Préludes molto bello, profondo e elegante, quasi un punto di arrivo di un lunga maturazione interiore. Molto diversa è invece questa interpretazione di Giltburg, diversa nei tempi dalle versioni dello stesso Rachamninov, diversa nell’approccio dall’ultimo Lungasnky. Quello che subito si percepisce, fin dal primo ascolto, sono la vitalità, la luminosità e la naturalezza con le quali ci viene proposto il discorso musicale, anche quello più complesso, come capita a volte nell’op.32. I Préludes sono piccoli gioielli musicali tutti diversi tra loro per stile, carattere, colori, atmosfera, tuttavia Giltburg riesce nell’impresa di rendere coeso questo piccolo universo di mondi diversi, passando con grande spontaneità e facilità dal momento lirico a quello epico e solenne, dalla delicatezza impalpabile alla passione più veemente. Anche se potrà sembrare eccessivo, mi sembra di ritrovare in Giltburg una sensibilità e un istinto di interprete così autentici da ricordarmi le incisioni dello stesso Rachmaninov, pur nelle ovvie differenze che troveremmo se andassimo a confrontare i singoli preludi. E’ aiutato in questo da uno strumento davvero incredibile, un meraviglioso Fazioli, con bassi ricchi e profondi e un'incantevole ricchezza di timbri, che avrebbe fatto la gioia dello stesso Rachmaninov. Come avete capito questo disco mi è piaciuto moltissimo ed è senza dubbio una delle cose migliori che abbia ascoltato quest’anno. Devo ammettere che avevo apprezzato Giltburg di più in registrazioni di altri compositori, che non nei suoi precedenti dischi di Rachmaninov, ma questo disco rappresenta certamente il punto più alto di quelli dedicati al compositore russo, per intensità, inventiva e profondità interpretative. La discografia dedicata a Rachmaninov è ampia, affollata di straordinari pianisti e dominata dall’ingombrante presenza del compositore stesso, ma nella mia personalissima classifica questo è un disco che merita di essere tra i primi e che ricorderò a lungo! (Segnalo le note di copertina contenenti un saggio a cura dello stesso Giltburg, che potete leggere qui)
  13. Lettori musicali portatili, digital audio player o DAP in inglese. Cosa sono? Anche se oggi la musica viene ascoltata principalmente tramite smartphone, esiste un piccolo mercato di dispositivi portatili concepiti esclusivamente per la riproduzione della musica, con un livello qualitativo decisamente più alto rispetto a quello di uno smartphone. Vi ricordate il vecchio iPod di Apple? Ecco, il concetto è simile, ma quello che permette un moderno DAP e la qualità audio sono ad una distanza siderale dai vecchi e dai nuovi iPod. Fiio è una società cinese specializzata in DAP, ampli per cuffie portatili e auricolari. Il Fiio X5 III, di cui parliamo oggi, è un DAP di fascia media, non il top di gamma di Fiio. Per darvi subito un'idea di prezzo, stiamo parlando di un oggetto che è sul mercato ormai dal 2017 e che quando uscì veniva venduto intorno ai 450-500€, mentre oggi si trova intorno ai 300€. Si presenta come un oggetto solido, costruito molto bene e dalle dimensioni simili a quelle di uno smartphone, ma più spesso e un po' più pesante. Un bello schermo touch permette di navigare agevolmente tra le varie funzioni, mentre dei tasti laterali permettono la regolazione del volume e il passaggio al brano precedente o successivo. L'X5 funziona con un sistema operativo Android. Questo vuol dire che per la riproduzione audio possiamo usare il software dedicato di Fiio, ma anche eventuali altre app scaricabili dallo store. L'X5 ha 32 GB di memoria interna, ma la musica viene in realtà immagazzinata in due memorie Micro SD, con capacità massima di 256Gb ciascuna, quindi 512Gb totali. C'è la possibilità di ascoltare musica in streaming tramite collegamenti WiFi e Bluetooth. Supporta il protocollo DLNA. L'X5 prevede due uscite cuffie: una standard da 3.5mm non bilanciata e una da 2.5mm bilanciata, cosa decisamente poco comune. Dispone poi di un'uscita di linea sempre da 3.5mm per collegarlo con un preamplificatore, che può fungere anche da uscita digitale coassiale. Volendo questo DAP può essere collegato anche a un amplificatore per cuffie K5: Questa dock è molto interessante, tuttavia sono portato a considerare un DAP, questo come altri, unicamente come un dispositivo portatile e infatti nasce con questo scopo. Se stessi cercando un sistema compatto per ascoltare la musica in cuffia a casa, preferirei altri tipi di soluzioni. Per chi è interessato agli aspetti più tecnici, l'X5 è dotato di due DAC AKM AK4490EN, uno per canale, e di due oscillatori al cristallo, uno per il DSD/44.1/88.2/176.4/352.8kHz, e l'altro per le frequenze 48/96/192/384kHz. Per maggiori informazioni vi rimando direttamente alla scheda tecnica sul sito del produttore. Con l'X5 possiamo leggere file praticamente qualsiasi tipo di file HD, dai DSD (!) fino ai FLAC a 384kHz/24bit. Praticamente fantascienza! Ma veniamo alla mia esperienza d'uso. Possiedo l'X5 ormai da più di un anno e ormai posso dire di essermi fatto un'idea precisa sui suoi punti di forza e sui suoi limiti. Tra i punti di forza al primo posto metto sicuramente la qualità dell'audio riprodotto. Niente di paragonabile con qualsiasi altro dispositivo portatile che abbia mai ascoltato. Certo siamo lontani rispetto ad un ampli per cuffia da tavolo o, probabilmente, da modelli di DAP più evoluti (esistono in commercio anche modelli da 2000€), ma per l'uso che ne faccio, vale a dire ascoltare musica quando sono in viaggio, va assolutamente alla grande! C'è anche la possibilità di usare un equalizzatore a 10 bande, se uno volesse aggiustare un po' il suono per tener conto del carattere delle cuffie impiegate. La gamma dei file che si possono riprodurre con l'X5 poi è assolutamente stupefacente: DSD, DXD, APE, WAV, FLAC, WMA con frequenze di campionamento fino a 384kHz, che sono ben al di sopra degli standard oggi più diffusi. Questo mi permette di prendere qualsiasi file dalla mia collezione di musica liquida di casa e di copiarlo nel DAP senza dovermi preoccupare di niente. Al terzo posto metto la qualità costruttiva. L'X5 è ben costruito, solido, sta bene in mano e ha un bello schermo touch da 3.97 pollici. La batteria permette una decina di ore di ascolto, che penso siano più che sufficienti. Veniamo ora a quelli che considero i limiti di questo DAP. Partiamo dal firmware. Se la parte hardware dell'X5 III è di ottimo livello, non si può dire lo stesso della parte software. Il firmware e la app Fiio per la riproduzione della musica hanno spesso problemi di vario genere: i file audio scompaiono, non ricompaiono neanche rifacendo una scansione delle memorie e alla fine bisogna riavviare il sistema; non sono mai riuscito ad ascoltare musica in streaming dal mio NAS tramite DLNA, perché il sistema si blocca; a volte si impalla tutto, etc. Quest'anno è stata rilasciata una nuova release del firmware, che mi sembra più stabile. Il problema con l'ascolto tramite DLNA tuttavia è rimasto. Anche la navigazione nei vari menù non è agevolissima. Non che sia complicata, ma, ad esempio, cercare un album o un artista non è particolarmente immediato, se abbiamo caricato in memoria un gran numero di dischi. Ultimo tasto dolente sono le due micro SD che contengono i file audio. Sono lente in scrittura, delicate e limitate in capacità, cosa che comporta il fatto che ne abbiano dovuto mettere due. In conclusione faccio un po' fatica a dare un giudizio complessivo su questo X5 III: da un lato ha delle caratteristiche assolutamente straordinarie in termini di qualità audio, versatilità, costruzione, dall'altro l'esperienza d'uso non è sempre stata delle migliori, anche se la parte software può sempre essere migliorata in un secondo tempo ed effettivamente l'ultimo aggiornamento del firmware pare che abbia apportato dei miglioramenti. Volendo guardare al rapporto qualità/prezzo, ritengo che al prezzo al quale si trova oggi (l'ho visto anche a 300€) sia un assoluto affare! Fiio propone una gamma piuttosto ampia di DAP, per cui chi è interessato può trovare il lettore che più si adatta ai propri bisogni (e alle proprie tasche).
  14. Franz Schubert: - 4 Impromptus, op. 90, D. 899 - Piano Sonata No. 19 in C minor, D. 958 - 3 Klavierstucke, D. 946 - Piano Sonata No. 20 in A major, D. 959 ECM 2019 *** Questo disco, da poco uscito per ECM, ma in realtà inciso nel 2016, segue quest'altro disco del 2015, in cui András Schiff riprendeva un repertorio che aveva già registrato nella prima metà degli anni '90 fa per Decca, utilizzando questa volta uno strumento d'epoca: Franz Schubert: - Sonata Op.78, D. 894 - Moments musicaux, Op.94, D. 780 - 4 Impromptus, Op.142, D. 935 - Sonata No.21, D. 960 ECM 2015 I due album si completano perfettamente, per repertorio e scelte interpretative: le ultime tre sonate per pianoforte e la D.894, i Moments musicaux, i due cicli degli improvvisi e i 3 pezzi D.946, tutti eseguiti al fortepiano. Interessante la storia dello strumento che sentiamo in questi dischi. Bisogna sapere che negli anni in cui visse Schubert, c'erano circa un centinaio di fabbricanti di fortepiano a Vienna. Questo strumento fu realizzato nel 1820 da Franz Brodmann, fratello del più noto Joseph, che un giorno dovette vendere la sua attività a un suo allievo, che di nome faceva Ignaz Bösendorfer! Il fortepiano entrò in possesso della famiglia imperiale e ne seguì il destino fino all'esilio di Carlo I in Svizzera nel 1919. Fu restaurato nel 1965 e acquistato nel 2010 da Schiff, che lo ha lasciato in prestito presso la casa di Beethoven a Bonn. Nelle note di copertina del disco del 2015 era lo stesso Schiff che ci raccontava di quanto il suo approccio alla musica eseguita con strumenti d'epoca fosse cambiato nel corso del tempo a partire dai primi anni '80. Era agli inizi affascinato dagli aspetti legati alla filologia e dalla fedeltà al testo scritto, ma ostile ai dogmatismi dei puristi, anche perché spesso le incisioni di quei tempi erano di qualità discutibile per via sia degli strumenti impiegati che degli interpreti. La rivelazione per Schiff fu l'aver suonato il fortepiano di Mozart nella sua casa di Salisburgo: la definisce un'esperienza che gli ha cambiato la vita! I pianoforti moderni da concerto sono infatti strumenti pensati per "proiettare" il suono in sale da concerto da migliaia di posti, con una dinamica e una brillantezza di suono impensabili all'epoca di Schubert. La musica di Schubert era suonata nei salotti borghesi, agli amici, in ambienti relativamente piccoli e così un fortepiano dell'epoca ha una gamma dinamica ridotta, diciamo dal pianissimo al forte. Per questo motivo le composizioni per pianoforte di Schubert, pensate per quegli strumenti, sono tanto difficili da rendere con gli strumenti moderni, che rischiano di soffocarne la dolcezza. Il Brodmann di Schiff, nelle sue mani, invece, si muove a meraviglia tra queste pagine, regalandoci una gamma di timbri, di effetti e di sfumature tra il ppp e il forte che hanno qualcosa di magico. E' uno strumento particolare con quattro pedali, cosa non inusuale a quei tempi, uno dei quali, detto "moderatore", che frappone un panno tra martelletti e corde (un po' come la sordina dei pianoforti verticali) e permette di ottenere un suono molto tenue e dolce. Ma ci sono altre cose che stupiscono, come la cantabilità della mano destra o come i diversi timbri dei tre registri (alti, medi e gravi hanno caratteri diversi) si fondano insieme. E attenzione, perché quando serve il Brodmann è capace di tirar fuori gli artigli anche nei passaggi più forti e energici. Il confronto con le interpretazioni degli anni '90 lasciano un po' interdetti: se quelle erano certamente molto belle, ma anche per certi versi anche un po' accademiche, qui invece quello che ci regala Schiff è un universo sonoro più vivo, palpitante e anche più vivace, pur nel consueto understatement del pianista ungherese. Non basta uno strumento d'epoca, per quanto magnifico come quello utilizzato qui, per far una bella interpretazione, occorre anche un pianista all'altezza e qui Schiff ci mette tanto del suo. Sicuramente è vero che conosce perfettamente il suo strumento e sa come domarlo e trarne il massimo, ma, al di là dell'aspetto tecnico, qui il pianista ci mette tantissima passione e la facilità con cui ci conduce tra le pieghe più intime dei pensieri del compositore è sicuramente il frutto di una lunga maturazione e di un profondo amore per queste pagine. Schiff ci dice che non smetterà di suonare Schubert su strumenti moderni, cosa in fondo necessaria dovendo per mestiere suonare in grandi auditorium, ma la dolcezza del suono di un fortepiano viennese sarà sempre ben presente nella sua mente, per provare a suggerire l'illusione dell'intimità anche in una sala da concerto. Noi continueremo a seguire András Schiff nelle sue esplorazioni con strumenti nuovi e d'epoca, così come ci piace seguire un altro pianista con la stessa grande passione per pianoforti antichi e moderni, Alexander Melnikov, di cui abbiamo già parlato diverse volte su queste pagine. Per il momento vi invitiamo senza esitazione ad abbandonarvi al fascino di questo disco, senza lasciarvi intimorire dal suono particolare del fortepiano.
  15. Lang Lang: Piano Book Deutsche Grammophon 2019 *** Lang Lang Piano Book, che sarà mai? Un ispirato Lang Lang troneggia in copertina, in cappottino bianco e scarpe da tennis, mentre il suo Steinway a coda si apre come le pagine di un libro. Il programma non è quello di un classico recital di pianoforte, ma ricorda più una playlist, come va sempre più di moda oggi. Lang Lang ci dice di aver raccolto in questo disco una collezione di brani che lo hanno inspirato quando ha cominciato a suonare il pianoforte. C’è un po’ di tutto: da “Per Elisa” a “Clair de lune”, dal primo preludio del Clavicembalo ben temperato alle 12 variazioni di Mozart "Ah, vous dirai-je Maman”, ma anche musiche di film (“La valse d’Amélie”, “Merry Christmas, Mr Lawrence” di Sakamoto) e molto altro. All’ascolto, la musica scorre via senza troppi pensieri, l’istrionico Lang Lang abbonda in sentimento, suono vellutato e saccarosio. Il protagonista è lui: è la sua playlist e ogni brano viene affrontato con il medesimo approccio. Ma se non ci fermiamo qui e ci chiediamo a chi è destinato un prodotto editoriale (mi viene un po’ difficile chiamarlo diversamente) come questo, è evidente che l’ascoltatore difficilmente sarà l’accanito musicofilo alla ricerca dell’ennesima interpretazione dell’Hammerklavier di Beethoven o dell’Op.118 di Brahms. Questo disco è pensato per un mercato più ampio, di chi magari si avvicina alla musica classica per la prima volta e non ne deve essere respinto con musica troppo complessa, quanto piuttosto attratto con brani brevi, celebri e orecchiabili. Non bisogna dimenticare che Lang Lang è una stella planetaria, che ha suonato alla cerimonia di apertura ai giochi olimpici di Pechino nel 2008, così come alla finale dei mondiali di calcio di Rio nel 2014, ha suonato per Papa Francesco e per la regina Elisabetta II ed è stato nominato Messaggero di pace dall’ONU e ambasciatore UNICEF. Il suo personaggio, così conosciuto e che, se vogliamo, sprigiona un entusiasmo infantile, si dice che abbia inspirato 40 milioni di bambini cinesi a iniziare a studiare il pianoforte. La sua fondazione da 10 anni aiuta i bambini ad avvicinarsi al mondo della musica classica. E se un personaggio come Lang Lang, per quanto discutibile e criticabile dagli addetti ai lavori, aiuta a far sembrare il mondo della musica classica meno polveroso e austero e con un disco come questo contribuisce ad incuriosire e ad avvicinare nuovi appassionati alla musica classica, beh, che c’è di male in fondo?
  16. César Franck (1822-1890) - Prélude, Choral et Fugue, M.21 - Prélude, Aria et Final, M. 23 - Quintetto per pianoforte, M. 7 - Prélude da Prélude, Fugue et Variation, M. 30 Michel Dalberto, pianoforte, Novus Quartet. Aparté 2019. *** Il pianista francese Michel Dalberto raccoglie in questo disco alcune tra le pagine più belle di musica da camera scritte dal compositore belga César Franck: il famoso Prélude, Choral et Fugue del 1884, il Prélude, Aria et Final, composto due anni più tardi e il Quintetto per pianoforte del 1879, eseguito qui insieme al Novus Quartet. Sono brani che Dalberto ha nel proprio DNA: è proprio lui a dirci nelle belle note di copertina di aver studiato il Prélude, Aria et Final al Conservatorio di Parigi con il grande Vlado Perlemuter, a sua volta allievo del grandissimo Alfred Cortot. Sia il Prélude, Choral et Fugue che il Prélude, Choral et Fugue sono opere caratterizzate da una complessa struttura architettonica, caratterizzata dalla forma tripartita e da quella ciclica, così ricorrente in Franck, così come da una scrittura che trae molto dall'organo. Se è evidente l'ispirazione bachiana e religiosa del primo dei due pezzi, dal tono mistico e solenne, il secondo invece è di carattere sicuramente più profano e più visibilmente virtuosistico. L'esecuzione di Dalberto è semplicemente magistrale, per la chiarezza della polifonia, la lucidità interpretativa, il senso della struttura e per la palette di colori che riesce a estrarre dallo strumento, un meraviglioso Boesendorfer Vienna Concert 280. Mi lascia più perplesso la seconda parte del programma dedicata al quintetto per pianoforte e archi in fa minore, considerato insieme alla famosa sonata per violino e pianoforte in la maggiore e al quartetto in re maggiore una delle composizioni cameristiche più significative di Franck. Dalberto è accompagnato dal Novus Quartet, una giovane compagine coreana, giù piuttosto nota. Ho trovato la loro interpretazione piuttosto cerebrale, a tratti anche aspra, complessivamente non particolarmente emozionante. Se si prende come paragone l'esecuzione del quartetto Amadeus con Clifford Curzon (Ed.BBC Legends), così vivace, trascinante e ricca di pathos, si capisce di essere ad una distanza siderale rispetto al Novus con Dalberto. Il disco si chiude con il Prélude dal Prélude, Fugue et Variation, trascrizione della versione originale per organo: semplicemente meraviglioso! Tre minuti di musica celestiale. Così si chiude il disco e subito viene il desiderio di rimetterlo dall'inizio! Notevole la qualità della registrazione, realizzata alla Salle Philarmonie di Liegi, che restituisce molto bene la gamma timbrica e dinamica del pianoforte. Disponibile in 96/24.
  17. Naim Mu-So Qb. Partiamo dall'inizio: cos'è? Si tratta di un diffusore wireless molto compatto (20 cm per lato), in grado di funzionare con diverse sorgenti. E' sul mercato già dal 2016, quindi non è una novità, però è ben lontano dall'essere un oggetto obsoleto. Facciamo subito chiarezza anche sul prezzo, così chi ci legge capisce meglio come collocarlo: 700€. Probabilmente all'uscita costava anche qualcosa in più. Naim è uno storico marchio inglese, tra i primi insieme a Linn a puntare sulla musica liquida e sui network player. Il Mu-So Qb è il fratello minore del più potente Mu-So: Il Mu-So ha un design moderno, minimalista, compatto e piuttosto accattivante. Molto elegante la base in acrilico che si illumina durante l'utilizzo. Sulla parte superiore c'è una meravigliosa manopola touch-screen, che permette di selezionare gli ingressi e di regolare il volume: "OK, capito, ma che ci faccio con quest'affare?" starete pensando. Una volta collegato alla rete di casa, tramite cavo ethernet o wi-fi, con la App Naim possiamo facilmente navigare tra varie sorgenti: radio su internet, dispositivi UPnP in rete (io per esempio lo uso principalmente per ascoltare la musica archiviata sul NAS), Spotify, Tidal e dispositivi connessi agli ingressi USB, analogico da 3.5mm e ottico. Alternativamente possiamo collegarlo a telefono e tablet tramite AirPlay o Bluetooth. La versatilità e la semplicità di utilizzo di questo dispositivo sono sorprendenti! Da questa immagine si vedono gli ingressi Ethernet, USB, analogico e digitale: Il Qb inoltre è in grado di leggere un ventaglio di file piuttosto ampio, dall'MP3 fino ai file in HD a 24/192 in formato WAV, FLAC e AIFF, con l'accorgimento però di utilizzare un collegamento via cavo. Diversamente, se si passa dalla rete wifi i file ad alta risoluzione vengono ricampionati in 24/48. Esisterebbe un telecomando per il Qb, ma è opzionale. Il miglior sistema per comandarlo è effettivamente quello di usare la comodissima App per telefono o tablet. Quando si toglie la griglia ondulata che protegge i diffusori, la vista che ci appare è piuttosto affollata: Naim ha disposto cinque altoparlanti in modo da ottimizzare la diffusione sonora nell'ambiente. Ci sono due tweeter a cupola e due medi pilotati ciascuno da amplificatori da 50W e un woofer collegato a due radiatori passivi pilotato da un ampli da 100W, Complessivamente il Qb può erogare una potenza fino a 300W. Inoltre il Qb può essere facilmente abbinato ad altri dispositivi Naim in un sistema multi-room. Come suona il nostro cubo? La prima cosa che balza all'occhio è la potenza disponibile e la capacità di sonorizzare ambienti anche piuttosto ampi. Il Qb tende a enfatizzare in maniera marcata la gamma bassa. Per ridurre questo effetto c'è la possibilità di scegliere tra due modalità di equalizzazione: Qb a ridosso della parete oppure posto a una certa distanza. Meglio di niente, ma onestamente mi sarei aspettato qualcosa di più. Le voci sono riprodotte in maniera molto chiara, tuttavia la gamma media manca un po' di dettaglio. Natualmente, da un dipositivo così compatto è inutile aspettarsi un'immagine stereofonica particolarmente ampia e definita. In conclusione, il Mu-So Qb è un apparecchio estremamente versatile e molto semplice da utilizzare, per chi abbia un minimo di dimestichezza con questi "nuovi" modi di riprodurre la musica. Il suono è potente e orientato verso la gamma bassa: potrebbe non piacere a chi fosse abituato a una suono più equilibrato tra i vari registri, ma potrebbe fare la felicità di molti altri. Infine si presenta con un aspetto molto elegante ed è decisamente ben costruito e robusto. A favore - l'aspetto moderno ed elegante - la robustezza e la qualità costruttiva. Il nostro cubetto pesa ben 5,6Kg. - la versatilità di utilizzo. Tante, tantissime le possibilità di impiego. - la possibilità di ascoltare file in HD. - la semplicità di utilizzo. La App dedicata è comodissima e intuitiva. - la potenza e il suono, se impiegato in generi che prediligono la gamma bassa. A sfavore - l'equalizzazione è molto limitata. - la meravigliosa manopola touch è comoda per il volume o alcune funzioni basilari, ma se non si ha la App a portata di mano, tutto diventa più complicato. - il suono per un ascoltatore esigente e abituato a una riproduzione più neutrale potrebbe non essere adeguato. In definitiva lo considero un sistema molto interessante e ricco di possibilità, che consiglio a chi sia alla ricerca di un apparecchio semplice da utilizzare per ascolti serenamente disimpegnati.
  18. Gabriel Fauré, Nocturnes. Eric Le Sage, pianoforte. Alpha, 2019. *** Gabriel Fauré (1845-1924) fu un compositore particolare: pur rimanendo ancorato a certi modelli compositivi del passato e impermeabile rispetto all'evoluzione del linguaggio musicale suo contemporaneo, e in questo senso fu sempre indietro rispetto ai suoi tempi, sviluppò uno stile originale, raffinato e di grande fascino. I tredici Nocturnes di questa raccolta furono composti nell'arco di mezzo secolo, dal 1875 al 1921, e testimoniano l'evoluzione dello stile del compositore francese. Se i primi si rifanno dichiaratamente al modello di Chopin, con il tempo Fauré sviluppa un linguaggio originale, lirico, meditavo, equilibrato, molto affascinante dal punto di visto armonico. Per carità, non tutti sono ugualmente belli o interessanti, ma ci sono dei pezzi di assoluta bellezza, come il sesto Nocturne, ma non solo quello, dopo il quale lo stile di Fauré si fa via via sempre più spoglio e concentrato. E' un peccato che questi brani e questo tipo di repertorio non sia più diffuso e sia praticamente appannaggio dei soli pianisti francesi. Eric La Sage è certamente uno specialista di questo genere di repertorio: ha inciso tutta la musica da camera con pianoforte di Fauré e tutta la musica per pianoforte di Poulenc (oltre all'integrale della musica per pianoforte e da camera di Schumann, ma questa è un'altra storia). La Sage sfodera qui una grande sensibilità interpretativa e svolge la matassa del discorso musicale, a tratti anche denso e complesso, con grande chiarezza e naturalezza, e con un'ampia tavolozza di timbri a disposizione. Buona la qualità della registrazione, disponibile in formato liquido a 24 bits/88.20 kHz, con il pianoforte reso in modo limpido, omogeneo e coerente. In conclusione un disco che consiglio, sia per la scelta del repertorio, molto bello e ingiustamente trascurato, che per la qualità dell'interpretazione.
  19. Robert Schumann Sonata per pianoforte No. 3 Op. 14 "Concerto senza orchestra" (Arr. V. Horowitz) Faschingsschwank aus Wien, Op. 26 3 Fantasiestucke, Op. 111 Gesänge der Frühe, op. 133 Jean-Efflam Bavouzet, pianoforte. Chandos 2019 *** Mi sono sorpreso nel vedere che il pianista francese Jean-Efflam Bavouzet ha dedicato il suo ultimo disco a Robert Schumann. Bavouzet si è reso celebre per le sue interpretazioni del repertorio francese: la sua integrale di Debussy è un riferimento assoluto, poi Ravel 3 Pierné. Ha completato in seguito dei cicli di registrazioni dedicati al repertorio pre-romantico, Haydn e Beethoven, e ha fatto qualche puntata nel repertorio novecentesco (Prokofiev, Bartok e Stravinsky), in ogni caso con interpretazioni sempre di grande rilievo. Stupisce quindi vederlo tuffarsi nel repertorio romantico che più romantico non si può. Il programma è molto particolare e originale: si parte da due lavori del primo Schumann, la Sonata Op.14, chiamata "Concerto senza orchestra" e il Faschingsschwank aus Wien, Op. 26, e si prosegue con due opere più tardive, i 3 Fantasiestucke, Op. 111 per concludere con i Gesänge der Frühe, op. 133. La Sonata Op.14 era stata composta nel 1834 e contava di 5 movimenti. Fu l'editore a persuadere il compositore a eliminare due movimenti (due Scherzo) e a darle il nome di Concerto senza orchestra. Quasi 20 anni dopo nel 1853 Schumann rimise mano alla partitura e introdusse nuovamente uno dei due Scherzo. Fu solo dopo la morte del compositore che questa composizione fu eseguita per la prima volta in pubblico da Johannes Brahms, nel 1862. E' un lavoro molto ambizioso che rappresenta bene la lotta di Schumann nell'affrontare il modello beethoveniano e l'ideale della cosiddetta forma sonata. Bavouzet ci racconta di aver conosciuto questa sonata, ancora oggi poco eseguita, da una registrazione di Horowitz della fine degli anni '70. Ebbe poi la fortuna di eseguirla davanti allo stesso Horowitz nel 1985 e discutere con lui di alcune scelte di riprendere alcuni passaggi del primo movimento dalla prima versione del 1834. E' questa stessa versione che viene eseguita in questo disco, come omaggio al grande pianista russo. Naturalmente l'affinità con Horowitz finisce qui. Bavouzet non ha l'approccio istrionico e un po' folle di Horowitz, la sua è un'interpretazione decisamente più cartesiana, di una grande chiarezza nel dipanare un linguaggio molto denso e nel rendere la struttura dell'opera. Grande precisione e un notevole senso ritmico, indispensabile in Schumann, ma anche poesia o forza quando occorrono. Segue il Faschingsschwank aus Wien che Bavouzet interpreta con uguale chiarezza, vivacità, energia e precisione. Qui non mancano i confronti, da Richter a Benedetti Michelangeli, da Perahia a Bunin, fino a Anderszewski in tempi più recenti. Qui se proprio dobbiamo muovere una critica al francese è quella di non osare un po' di più nel caratterizzare nei vari movimenti il mondo poetico di Schumann, fatto di slanci impetuosi e improvvise tenerezze. La seconda parte del programma vede due lavori dello Schumann più maturo. Prima i tre Fantasiestücke Op 111 caratterizzati molto bene nell'altalena emotiva dei tre movimenti. Chiudono i Gesänge der Frühe ("Canti dell'alba") una delle ultime opere per pianoforte composte da Schumann prima del tentato suicidio nelle gelide acque del Reno e di essere internato in manicomio. Si tratta di cinque brevi bravi, dal carattere intimo, a tratti solari, a tratti spettrali. Anche in questo caso è impeccabile l'interpretazione del francese, anche se tendo a preferire la lettura di Anderszewski (a mio avviso uno dei migliori interpreti di Schumann in circolazione) del 2010, molto più emozionante nel rendere il carattere visionario di questi pezzi. In conclusione, sicuramente un ottimo disco, che probabilmente vede il momento più alto nella terza sonata. Non che gli altri brani non siano all'altezza, anzi, e il pianista è abilissimo nel restituirci le particolarità del linguaggio pianistico di Schumann, ma la concorrenza è certamente molto forte. Bavouzet in ogni caso si conferma un bravissimo pianista, che vale sempre la pena ascoltare. Il libretto è ricco di informazioni sulle composizioni e include anche una nota molto interessante dello stesso Bavouzet. Molto buona la registrazione, con lo strumento, uno Yamaha CFX Concert Grand Piano, che appare ripreso a una certa distanza. Disponibile in 96/24.
  20. Béla Bartók, integrale dei quartetti per archi. Quatuor Diotima naïve 2019 *** La realizzazione dell'integrale dei sei quartetti del compositore ungherese Béla Bartók (1881-1945) è un'impresa artistica che merita sempre rispetto. In questo caso è il turno del quartetto Diotima, formazione francese molto nota soprattutto nell'interpretazione della musica moderna e contemporanea: il Diotima ha collaborato in passato con Boulez e con Lachenmann ed è dedicatario di diversi lavori per quartetto. Di certo non sono i primi a cimentarsi con i quartetti di Bartók. Mi vengono in mente diverse versioni di riferimento o importanti, come quelle del quartetto Vegh (1954 e 1972), del Julliard (1950 e 1963) e del Tokyio (1977), Emerson (1988), Takács (1998) e in tempi più recenti del Belcea (2008). Composti nell'arco di 30 anni, tra il 1909 e il 1939, questi quartetti sono testimoni dell'evoluzione dello stile compositivo di Bartók nel corso degli anni e sono indispensabili per comprendere a pieno la sua arte. Se il primo quartetto (1908-1909) si trova all'incrocio tra post-romanticismo tedesco e la scoperta di Debussy, il secondo (1916-1917) si avvicina all'espressionismo e evidenzia i prim risultati degli studi di Bartók sul canto popolare ungherese; Il terzo quartetto (1927) trae in qualche modo ispirazione dalla Suite Lirica di Alban Berg e rappresenta un passo avanti in termini compositivi, come delle tecniche e degli effetti impiegati: i cosiddetti col legno, sulla tastiera, glissando, pizzicato, martellato. Il quarto quartetto del 1928 spinge più avanti alcuni elementi già presenti nel precedente e trova una struttura particolare con cinque movimenti disposti in modo simmetrico e concentrico. Il quinto quartetto del 1934, che vede un riavvicinamento alla tonalità ed è strutturato ancora in forma concentrica, raggiunge vette di straordinaria perfezione artistica. L'ultimo quartetto del 1939, fu una delle ultime opere composte da Bartók prima di lasciare l'Europa per gli Stati Uniti e riflette il dramma personale del compositore, costretto a lasciare la sua terra in quegli anni bui. Anche qui la struttura è innovativa, con i quattro movimenti introdotti sempre da un Mesto. Inutile dire che il quartetto Diotima dimostra un magistrale dominio della partitura così ricca di difficoltà tecniche e interpretative. I quattro musicisti si dimostrano pienamente a proprio agio in questo percorso in cui si incrociano linguaggi, influenze e momenti storici diversissimi. Ho trovato la lettura del Diotima da un lato analitica e in grado di dipanare un linguaggio così denso e a tratti aspro in modo estremamente nitido, dall'altro incredibilmente intensa e avvincente. Non è scontato rendere accessibile una materia sonora così complessa e densa, a tratti cerebrale, sicuramente lontana anni luce dai modelli romantici e preromantici, ma anche, mi viene da pensare, dai quartetti praticamente coevi di Prokofiev. Va notato che la qualità della registrazione è impeccabile e rende giustizia alla bravura dei Diotima. Il suono è straordinariamente presente, arioso e terso, permettendo di sentire con grande chiarezza tutti gli effetti tecnici impiegati dai quattro musicisti.
  21. Robert Schumann: - Sechs Gesänge, Op. 107 - Romanzen und Balladen, Vol. II, Op. 49 - Drei Gesänge, Op. 83 - Zwölf Gedichte, Op. 35 - Vier Gesänge, Op. 142 Christian Gerhaher, baritono. Gerold Huber, pianoforte. Sony 2018 *** Schumann fu senza dubbio il maggiore autore di Lieder dopo Schubert e fu con lui che il Romanticismo in letteratura e in musica trovarono il più alto punto di incontro. Non può che far piacere, quindi, apprendere che il bravissimo liederista tedesco Christian Gerhaher abbia intrapreso l'incisione dell'integrale del corpus dei lieder di Schumann, che dovrebbe arrivare a termine nel 2020. Intorno ai Kerner-Lieder Op.35, terzo ciclo per importanza dopo i Dichterliebe Op.48 e i Liederkreiss Op.39, che occupano la parte più cospicua del programma, Gerhaher ha posto delle raccolte decisamente meno note, ma non per questo meno interessanti: Op.107, Op.49, Op.83 e i Vier Gesänge Op.142 che contengono 2 brani che erano destinati ai Dichterliebe. Nel testo che accompagna il disco (e finalmente un libretto fatto come si deve!) lo stesso Gerhaher ci spiega che considera queste opere non come delle semplici raccolte di brani, ma come elementi di un più ampio disegno che va formare una vera e propria "drammaturgia lirica". La voce di Gerhaher è incredibilmente bella, calda, ricca di sfumature. Noto solo una lieve durezza nell'estremo del registro acuto, ma il baritono tedesco arrivato alla soglia dei 50 anni, ha classe, tecnica e mestiere da vendere. Gerold Huber, suo partner di lunga data, lo accompagna al pianoforte con grande sensibilità e attenzione, rivelando un'alchimia poco comune. Per il tipo di repertorio, che amo moltissimo, e per la naturalezza e la profondità dell'interpretazione, questo disco è uno dei miei preferiti tra quelli usciti nel 2018. Una vera e propria sorpresa, in un ambito, quello dei lieder, che ultimamente mi è parso un po' sterile. Da ascoltare e riascoltare! Per maggiori informazioni sulle opere contenute in questo disco, vi rimando all'ottimo testo di Gerhaher contenuto nel libretto (in tedesco o inglese).
  22. Florestan

    Pioneer Dj HDJ-X10

    Driver dinamici da 50mm Potenza di ingresso massima : 3.500 mW Impedenza : 32 Ohm Sensibilità : 106 dB Peso : 328 grammi Cuffie di tipo chiuso, sovraurali Sinceramente non avevo mai provato delle cuffie da Dj, proprio non è il mio genere di ascolto né di necessità. Ma sono curioso e con il rispetto che nutro nei confronti di Pioneer mi sono avvicinato con la massima curiosità a queste che sono le ammiraglie della nuova linea di cuffie Pioneer Dj. Questa casa ovviamente propone anche mixer e monitor audio per Dj. La linea delle cuffie, dicevo, è abbastanza articolata per prestazioni e prezzo : ma il family feeling è lo stesso. Design sobrio e molto robusto, dimensioni e peso contenute, massima flessibilità, disponibilità di ricambi per tutte le parti soggette ad usura in modo da allungarne la vita utile operativa. Nascono come prodotti professionali e quindi poter trovare ricambi anche a lungo nel tempo può essere un fattore discriminante nella scelta. Dicevo che il design è sobrio, tutto in nero con cromature appena appena accennate anche la confezione è nera, così come l'astuccio in nylon/cordura che le contiene Professional Headphones, giusto per non generare equivoci le cuffie con i padiglioni ripiegati su se stessi all'interno della confezione c'è una scatola, anche essa nera che riporta uno slogan impegnativo la custodia dentro la sua scatola, la sovrascatola esterna, le cuffie credo che la disponibilità di una custodia protettiva robusta sia anche essa un elemento discriminante nella scelta di un prodotto simile. In fondo il costo di questo accessorio non può essere elevato ma è comunque importante fornirlo nella confezione senza costringere l'utente a procurarsene uno come optional. La chiusura avviene con una zip apparentemente robusta. la struttura delle cuffie è interamente metallica con giunti e snodi anche essere metallici e sovradimensionati le parti di contatto sono in plastica dura ma non soggette a sforzo o tensione l'archetto è imbottito in similpelle nera molto morbida come i padiglioni ancora un dettaglio, impressionante in effetti per uno strumento "musicale" degli snodi che consento di ripiegare e manipolare la struttura e la forma delle cuffie a seconda delle necessità. E' qualche cosa che deve risultare naturale senza che l'utilizzatore debba in nessun caso preoccuparsi della tenuta di questi apparecchi l'interno dei padiglioni con la protezioni, anche essa solida, dei driver che si intravedono sotto al grigliato in tela (che ricopre a sua volta una struttura metallica) ripiegate ed estese un dettaglio del connettore di collegamento, di tipo proprietario con i quattro pin dorati. i pin sono incassati e protetti, lo spinotto è piccolo, entra senza incertezze nel connettore e viene bloccato da un piccolo bottone. Probabilmente avrei preferito una souzione a vite ma tutto sommato anche così non ho notato problemi di sgancio in nessun modo, anche tirando il cavo. dettaglio della presa di collegamento del cavo che è spiralato al centro e di lunghezza credo adeguata. E' terminanto con uno spinotto piccolo che può essere trasformato in spinotto grande con un'accessorio in dotazione che si avvita sopra a quello piccolo. La spina è a 90° ed è molto solida, dorata, ben fatta. Nel complesso il cavo mi sembra allineato alla classe di queste cuffie. Se non bastasse è in dotazione anche un secondo cavetto, non spiralato, più corto. *** Ma andiamo alla parte audio. Risposta in frequenza misurata con i microfoni miniDSP Ears e il programma REW, canale sinistro, calibrato é la prima volta che misuro cuffie da Dj quindi non posso dire se questa figura di risposta in frequenza sia normale. Qui vedo le frequenze medie - quelle più comuni in TUTTE le registrazioni e in particolare quelle con la voce solista - in grande evidenza, le alte un pò arretrate, le basse decisamente sacrificate fino ai 300 Hz che necessitano a mio avviso quasi sempre di una bella regolata in equalizzazione. Ma probabilmente il mixaggio dei programmi musicali tipicamente da Dj è tale da non essere particolarmente influenzato da questa curva di risposta, anzi. Premetto che ovviamente la mia prova non è stata effettuata nel tipico ambiente del Dj che non saprei né potrei riprodurre in casa. Il mio punto di vista è quello dell'ascoltatore di musica, avido di buone prestazioni in riproduzione. L'ascolto Jazz danese con una spolverata di Italia, con la Madsen che canta standards su un tappeto caldo di percussioni e accompagnata da Stefano Bollani. Qui forse preferirei delle cuffie aperte perchè il suono resta un pò compresso. Passo alle Arya per confronto e devo aumentare di parecchio il volume per tornare allo stesso livello. Qui la voce è meno in evidenza e l'ambiente meno caldo. Questione di gusti. decisamente sull'easy listening, musica tipo club. La Madsen non ha una voce chiarissima ma la prestazione sembra dal vivo. questo disco ha una figura vista all'analizzatore praticamente a 45° dai bassi pirà profondi (ci sono i 40 Hz) fino già a 18 KHz (meno 30 dB). Il boost digitale sui bassi non è necessario. Le voci sono chiarissime. Probabilmente il miglior repertorio per queste cuffie. Tutto sommato è molto ben registrato e con ampia dinamica. Piacevole (se vi piace il genere). Questo disco è sontuoso e di grandissima dinamica, tra le cose migliori di DG degli ultimi 30 anni. Ma mancano le voci, dove probabilmente queste cuffie danno il meglio di se. L'estensione c'è ma la scena è un pò compressa. Ma tutto sommato mi sarei aspettato di peggio da queste cuffie. Il Walzer con Cenerentola e il Principale è ben reso con un bel silenzio tra gli strumenti. Ma non sono cuffie da Dj ? E' un Paul Simon intimista che da l'addio con questo disco alla sua attività. "Rene e Georgette Magritte with their Dog after the war" guadagna flauti ed archi, la voce ha un pò di alone e non mi piace molto. Preferirei una resa più naturale. E' registrato molto forte, abbasso un pò il volume. Ascolto "Love". mi piace di più. Ma decisamente meglio "Can't run but" dove la voce è più chiara sull'accompagnamento di fiati e archi, senza ritmi bassi. Indiscipline comincia con un assolo di batteria sconvolgente, il disco per il resto è per lo più elettronico come si conviene alla musica di Robert Fripp. La separazione dei due canali gioca a favore della chiarezza di riproduzione. E' un disco rimasterizzato dall'originale del 1981 e riproposto in 96/24. Anche le percussioni di The Sheltering Sky sono chiare ed in evidenza con chitarra e basso su due piani perfettamente diversi. In verità questo disco sembra rimixato su cuffie simili a queste Pioneer. Bellissimo ora come allora. la straordinaria voce di Tori Amos è perfettamente chiara sulle percussioni. Anche il piano é ben reso. Questo disco si giova particolarmente di una robusta correzione delle ottave più basse per non compromettere troppo l'equilibrio sulle alte. Come è sulla voce che si gioca tutta la buona performance delle Pioneer su questo disco. posizione invertita per finire, primo piano italiano e accompagnamento danese per una delle versioni più fresche di "Si dolce é il tormento" di Monteverdi finisco con il jaz tedesco, ancora musica da club, con una voce bellissima e chiara quando c'è al posto della tromba o del flicorno suonati alla maniera di Chet Baker da Till Bronner, mucista famoso a Berlino ma non troppo dalle nostre parti, qui in una incursione a Los Angeles. Disco bellissimo e caldo, reso ancora più caldo e coinvolgente dalle Pioneer. *** In sintesi PRO costruzione a tutta prova, in metallo con le parti di contatto gommate. Padiglioni in vinile similpelle. Tutta l'articolazione in metallo pieno. Un oggetto costruito per durare, venduto ad un prezzo molto competitivo per un marchio che ha in catalogo cuffie high-end da 2500 euro ma queste che sono le ammiraglie della linea Dj si trovano al Mediaworld per circa 350 euro Secondo il produttore la costruzione è di "grado militare" e non stento a crederlo dopo aver giocato a lungo con le articolazioni dell'archetto e dei padiglioni. Per ogni parte usurabile sono possibili i ricambi. C'è una bella custodia in dotazione e due cavi di collegamento. gamma della voce in piena evidenza, rende coinvolgente ogni ascolto di brani vocali. Nel mio ascolto ha reso al meglio con tutti i generi musicali più moderni, sia acustici che elettronici alta sensibilità e bassa impedenza = carico facilissimo che richiede pochissima corrente di pilotaggio. Basta uno smartphone per farle suonare forte ma i driver da 50mm assicurano anche una tenuta in potenza elevata (dato di targa di 3500 mW, sufficiente a spaccarti i timpani) bello il cavo per cuffie di questo genere, ovviamente intercambiabile, con tutti i contatti dorati. La lunghezza è ok e la parte centrale spiralata. La spina è doppia (piccolo formato che si inserisce dentro a quella standard), a 90°, dorata. Connessione di tutta sicurezza piuttosto analitica nell'ascolto, mette in evidenza anche i difetti di compressione delle registrazioni; grande separazione tra i canali in dotazione una bella custodia in nylon che può tranquillamente proteggerle durante il trasporto magari a contatto con altre attrezzature professionali pesanti. CONTRO per le mie abitudini (e la mia testona) sono scomode come una pressa attorno alla testa, i padiglioni sono minuscoli e poggiano proprio sulle cartilagini delle orecchie con una discreta pressione. Per un pò va bene ma io non so come si possa lavorare per ore con questa pressione sulla testa probabilmente è l'equilibrio necessario per le condizioni di utilizzo da Dj ma l'estensione sul basso è veramente modesta, strano visto che queste cuffie hanno driver da 50mm. Probabilmente è standard l'equalizzazione generosa sia delle cuffie che dei service di riproduzione ma soprattutto i generi musicali riprodotti in ambito "disco" la scena è molto concentrata tra le orecchie, al centro, non il massimo per la musica acustica con grandi formazioni ma siamo probabilmente ben al di fuori degli scopi di queste cuffie che all'opposto, offrono una separazione tra i canali eccellente, in grado di evidenziare ogni minuzia del mixaggio Morale, avevo grande curiosità. Conosco il marchio Pioneer (non quello dedicato ai Dj ma la casa madre audio) da decenni e ne ho sempre avuto grande rispetto. Per questo motivo ho provato con curiosità queste cuffie che sono il modello più costoso della linea Dj. L'ho trovato molto godibile (anche se a volte è proprio necessaria una pompata sui bassi) e credo che possano essere anche utilizzate come delle cuffie da ascolto oltre che da mix o da controllo. L'unico motivo per cui non le utilizzerei è per la scomodità con cui mi stanno sulle orecchie. Ma questo può essere un aspetto molto soggettivo. Consiglio a chi sia interessato ad utilizzarle - per lavoro o in casa - di provarle prima di acquistarle, le ho viste nel mio negozio di strumenti musicali preferito e non credo sia un problema almeno provare a metterle in testa. Sinceramente la qualità complessiva è esuberante per un prodotto che noi "musicofili" bolleremmo in via pregiudiziale. Il prezzo non è bassissimo - c'è anche una special edition con finitura fibra di carbonio - ma la linea contiene modelli più accessibili che ritengo abbiano una impostazione assimilabile e comunque prestazioni e costruzione sono perfettamente allineate al prezzo. Insomma, direi un bel paio di cuffie. Grazie al distributore nazionale Mtrading Srl che ci ha concesso in visione queste belle Pioneer Dj HDJ-X10 per qualche ora di divertimento musicale.
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